La dottrina sociale spinge i fedeli alla sensibilità di sistema di cui dicevo. Questo richiede innanzi tutto lo sforzo di capire. Esso costa fatica, perché si tratta di andare contro le apparenze e, soprattutto, di rendersi realisticamente conto di come funzionano le cose. Se si considerano solo dal proprio limitato punto di vista, è difficile capire. Si dice che "nessun uomo è un'isola" (ad esempio il monaco Thomas Merton - 1915/1968). A volte, però, ragioniamo come se lo fossimo. La dottrina sociale ci avverte: in tutto il mondo c'è un'unica famiglia umana. Se arriva da noi qualcuno dall'altra parte del mondo, dovremmo quindi trattarlo come un fratello, soprattutto se chiede aiuto. Se non ne siamo capaci, che succede? Ad esempio, potremmo ritenere che non ce n'è abbastanza neppure per noi e che, quindi, dobbiamo respingere per non soccombere noi stessi. Accogliere ci potrebbe sembrare troppo oneroso. In questo modo, però, ci avverte la dottrina sociale, mettiamo in pericolo la stabilità del sistema costituito dalla famiglia umana. Che succede quando un sistema diventa instabile? Accade che esso si muove, cercando un diverso punto di equilibrio. È quello che è accaduto l'altro giorno a Genova. Lì si è mosso un sistema materiale che era anche una costruzione umana: era stato pensato, prima di essere costruito. Negli anni aveva manifestato dei problemi nella sua struttura. Quelli che abitavano sotto sentivano cadere detriti e polveri. Le verifiche periodiche inducevano il sospetto di un deterioramento dei materiali. Opere di manutenzione erano state realizzate e altre erano progettate. Ma ci si era resi conto che era proprio il sistema di costruzione ad aver creato, già dopo pochi decenni all'inaugurazione dell'opera, dei problemi. La manutenzione, anche molto incisiva,sarebbe stata sufficiente? Forse non avrebbe impedito di dover limitare o addirittura interrompere il traffico stradale, Gli esperti sono al lavoro per stabilirlo. Ora però, con il senno del poi, dopo il crollo, ci si chiede anche se non si sarebbe potuto pensare di mettere fuori servizio il ponte, distruggerlo e ricostruirlo con le tecniche contemporanee, tanto più avanzate di quelle di cinquant'anni fa, quelle che hanno consentito,ad esempio, la costruzione del nuovo grandioso ponte sospeso tra Europa e Asia a Istanbul, inaugurato nel 2016 dopo tre anni di lavori con la partecipazione anche di imprese italiane. Ma sembrava che i costi fossero eccessivi e probabilmente si è tenuto conto anche del disagio degli utenti, che sarebbero stati costretti per qualche anno a tempi di percorrenza molto più lunghi, lungo strade alternative, e di coloro che abitavano proprio sotto il ponte da ricostruire, costretti a cambiare casa. Oggi, a disastro avvenuto, si comincia a pensare diversamente. È possibile che negli anni scorsi non si sia avuta una sufficiente sensibilità di sistema, immaginando che realisticamente c'era la possibilità di un crollo.
La decisone sulla sorte di quel ponte richiedeva competenze specialistiche che sono proprie solo di una ristrettissima classe di specialisti. Da quello che ho letto in questi giorni sui quotidiani, nessuno di essi aveva messo in guardia il gestore dell'autostrada e le pubbliche amministrazioni in vario modo competenti prospettando un pericolo di un crollo catastrofico. Diverso è il caso negli affari sociali. Qui l'esperienza storica anche della gente comune spiega che accade quando si prendono certe decisioni politiche. Allontanandosi il ricordo di certi eventi tragici, occorre però ravvivare e trasmettere la memoria di certe esperienze storiche. La lettura dei radiomessaggi del 1941 e del 1944 del papa Eugenio Pacelli, in religione Pio 12^, che ho pubblicato nei giorni scorsi espongono le cause della Seconda guerra mondiale (1939-1945), che possiamo considerare come un gigantesco crollo di sistemi sociali. Gli italiani,salvo i "governanti", si limitarono a subire obbedendo? Non fu così. Si era in un regime autocratico e totalitario quando, nel 1940, venne presa la decisione di impegnare il Regno d'Italia nella guerra, una guerra d'aggressione estesasi infine contro l'Unione Sovietica. Certo. Ma negli anni precedenti il consenso alla politica del fascismo mussoliniano, che proponeva la rigenerazione degli italiani mediante la guerra, mettendo i fucili in mano finanche ai bambini, era stato molto vasto, anche tra i cattolici. Questo è il risultato, ad esempio, esposto nella storiografia di Renzo De Felice (1929-1996).
Ai nostri giorni, in tutta Europa si sta decidendo se accogliere o respingere la gente in difficoltà che arriva da noi da varie parti del mondo, in particolare dall'Europa orientale non ancora accolta nell'Unione Europea, dall'Africa, dall'Asia e dall'America Latina. Sta prevalendo la decisione di respingere, anche a costo di lasciare in pericolo la vita di chi sta spostando. In particolare, questa scelta in Italia riguarda gli africani che arrivano attraverso il Mar mediterraneo dalle vicine coste libiche e tunisine. Il consenso popolare sulle politiche di respingimento è vastissimo da noi è sembra che riguardi anche parte notevole dei cattolici. La dottrina sociale ci spinge ad approfondire e ci mette in guardia: su questa strada si creeranno nuovamente le condizioni di una guerra. È infatti qualche giorno fa dalla politica di governo è venuta la proposta della reintroduzione del servizio militare di leva. Non va considerata una proposta bizzarra, bensì conseguente con ciò che si sta prospettando. Ad esempio, anni fa i capi del nostro esercito stimarono che un nostro intervento militare Libia avrebbe richiesto non meno di cinquantamila militari, che l'Italia non potrebbe ricavare sottraendo le truppe agli impegni che abbiamo con la NATO, l'alleanza militare che da sempre sta fronteggiando prevalentemente le minacce dall'Europa orientale, dove attualmente la Russia appare in fase espansiva e sostiene un conflitto in Ucraina.
Ci possiamo considerare negli affari sociali un po' come negli anni che hanno preceduto il crollo del ponte genovese. Stiamo prendendo collettivamente la decisione giusta? Lo si fa, sembra, a ragion veduta, come si sente dire spesso alla gente. Non potremo, quindi, se le cose andranno male, liberarci gettando la colpa addosso sui politici che oggi sono più quotati e hanno anche responsabilità di governo. Stiamo facendo i calcoli giusti? Siamo veramente disposti ad accettare le conseguenze dell'esclusione sociale scelta per proteggerci? Abbiamo sufficiente consapevolezza di sistema?
Oggi ho dato un'occhiata alla bella T-shirt che indosso, comprato al mercatino rionale sotto casa mia. Ho scoperto che è stata fatta in Cambogia. L'ho pagata pochi euro. Mani di persone dall'altra parte del mondo, in un posto nel quale negli anni '70 si è combattuta una feroce guerra tra Occidentali e Asiatici, hanno lavorato per me, una volta tornata la pace. Il mio benessere ora dipende anche dalla pace di laggiù. Tutto è collegato,tutto è sistema.
Mario Ardigò- Azione cattolica in San Clemente papà - Roma, Monte Sacro, Valli