Migrazioni e
finimondo: l’altra volta che accadde io c'ero
L'estate
del 1989 ero a Giulianova, in Abruzzo, con mia moglie. Aspettavamo la nostra
primogenita. Vivevamo in quel bel posto di vacanza, sul mare: arrivarono i
turisti. In tutta Europa si andava in ferie. Anche nella parte orientale,
quella dominata da regimi comunisti. In particolare cominciarono a muoversi in
massa i tedeschi orientali e i polacchi. Arrivavano in Ungheria e ottenevano di
passare in Austria, che non li respingeva, benché provenissero da nazioni
nemiche.
All'epoca non si respingeva nessuno che
riuscisse ad arrivare provenendo dall'altra parte, anche se non aveva i
documenti in regola: si dava per scontato che fossero oppositori politici in
pericolo. Si capì ben presto che non erano vacanzieri. Era una migrazione! Da
Mosca, il ministro degli esteri sovietico, il georgiano Shevardnadze, dichiarò
che il Patto di Varsavia, l'alleanza economica e militare tra gli stati
comunisti dell'Europa orientale che fronteggiava la NATO, questa volta non
sarebbe intervenuto. La gente passò in massa. La vedevamo in televisione
gioire, e anche noi eravamo contenti per loro. Pensavamo che, poi, tutto
sarebbe continuato come prima e, forse, con il tempo, molto tempo, qualcosa
sarebbe cambiato. Questa era l'idea di tutti i politici dell'Europa
occidentale. Il papa di allora, Karol Wojtyla, invece aveva capito che stava
succedendo. Ne avevo discusso diverse volte con degli amici e tutti
eravamo molto scettici sulle idee del Papa.
Mia
figlia nacque il 4 ottobre. Avevo saputo di essere stato trasferito a Roma, in
un nuovo ufficio che doveva costituirsi il 24 ottobre. Il 20 ottobre
partii per Roma, con la bambina. Il 24 ottobre cominciai a lavorare a
Roma, con una ventina di colleghi, oltre al capo dell’ufficio e a due suoi vice. Si
iniziò, con un arretrato di diverse decine di migliaia di pratiche, che
ci erano arrivate da un ufficio soppresso Nella mia stanza avevo un telefono e
una vecchia macchina per scrivere elettrica. C'era una sola fotocopiatrice per
tutti. Le dotazioni arrivarono poi, nei mesi successivi. Il finimondo!, ci
dicevamo l'un l'altro.
Dopo
qualche giorno, però, il finimondo venne veramente: improvvisamente e
inaspettatamente, il mondo della mia gioventù finì. Le autorità della
Repubblica Democratica Tedesca, seguite da quelle degli altri stati europei
sotto dominio sovietico, aprirono le frontiere. L'Ungheria, quella che oggi
costruisce muri, aveva cominciato per prima, l’estate di quell'anno. Tanta gente si
riversò nella nostra Europa. Ricordo che non ci fece impressione. In precedenza
chi arrivava non poteva tornare indietro: era per sempre. Quella volta fu diverso:
si poteva andare e tornare. La faccenda fu gestita dai democristiani tedeschi,
che avevano avuto una lunga dimestichezza con quelli dell'altra parte. C'erano
ancora i russi nella Germania orientale, con una forza militare che comprendeva
anche missili con testata nucleare.
In questa fase compare Angela Merkel, la
ragazza dell'Est, di professione chimica, formatasi politicamente nella
gioventù comunista, figlia di un pastore luterano sospettato di simpatie
comuniste. Si intese molto bene con i democristiani dell'altra parte. L'idea
era di aprire tutte le frontiere e di far passare dalla nostra parte quelli
dell'altra parte. Si pensava in grande. Questa visione corrispondeva a quella
di Karol Wojtyla.
Rapidamente vennero modificati, nel '92, i
trattati fondativi delle Comunità Europee, un processo che è proseguito fino al
Trattato di Lisbona del 2007. Anche questo processo, piuttosto rapido, fu
gestito fondamentalmente da democristiani. Si considera importante,
in particolare, il ruolo di Romano Prodi da presidente della Commissione
europea, un po’ il governo dell’Unione europea, dal '99 al 2004. Si stava per
coinvolgere perfino la Turchia, in cui
c'è Istanbul, una delle maggiori città europee. Questo moto è ancora in corso.
Bosnia, Serbia, Montenegro, Albania, Macedonia del Nord hanno in corso
procedure per l'adesione all'Unione Europea. E' stato però come gelato
dalla recente ondata sovranista.
Negli anni '90 si poteva pensare che il finimondo fosse stato provocato dalle
migrazioni. Oggi in Italia vivono oltre un milione di romeni. Nessuno lo pensò.
Le migrazioni erano state il sintomo, lo capirono tutti, non la causa dei cambiamenti epocali che si
erano prodotti. All'Est si era cominciato a vivere meglio, dopo Gorbacev erano
state allentate le misure di polizia di sicurezza e le notizie circolavano con
più facilità. La gente dell'altra parte cominciò a immaginare di poter essere
come noi. E' allora che programmò i viaggi. Noi si era ben disposti verso di
loro, non pensavano a respingerli. Pensavamo che, tutto sommato, ci avremmo
guadagnato. Anche noi eravamo curiosi di conoscerli. Però si partiva da una
situazione in cui loro erano nostri nemici, nel vero senso della parola. In una
guerra avrebbero tentato di distruggere ogni cosa nostra e di ammazzarci.
Avevamo puntati missili con testate nucleari gli uni contro gli altri. Ogni
stato dell'Est aveva uno stato dell'altra parte come obiettivo. Ho letto che a
noi era stata assegnata la Cecoslovacchia. Ricordo che aveva una radio molto
potente che trasmetteva in italiano per diverse ore. Io l'ascoltavo con la mia
radiolina, da ragazzo. Una voce dall’altro
mondo! Parlavano anche persone senza alcun accento straniero. Era
"Radio Praga". Anche "Radio Tirana" trasmetteva verso
di noi, ma lì l'accento straniero c'era. Non facemmo conto che tra la gente che
arrivava ci potessero essere nemici, che potessero volerci
destabilizzare. Ora, ripensandoci, mi meraviglio. I politici che
gestirono la transizione accettarono il rischio. Ripeto: pensavano in
grande.
I nostri comunisti mi parvero basiti. Avevano sempre pensato come a dei nemici
a quelli che riuscivano ad arrivare da noi provenendo dall'altra parte,
attraverso confini rigidamente presidiati. In questo condividevano la
convinzione di quelli dell'altra parte. Quando cominciarono a migrare
masse giungendo dall'altra parte mi parvero smarriti. Non è che non si sapesse
come si viveva dall'altra parte. Dalla fine degli anni '70 i nostri comunisti,
sotto la guida di Enrico Berlinguer, avevano cominciato a proporre apertamente
critiche molto severe a quei sistemi istituzionali. A differenziarsi nella
pratica politica avevano cominciato fin dal secondo dopoguerra. Anche
dall'altra parte c'erano dei riformatori, ma non ci fu mai, per quello che
ricordo, alcuna intesa tra i riformatori comunisti dell'Europa occidentale e
quelli dell'altra parte. Eppure, pensandoci bene, i moti di riforma andavano
nella stessa direzione, contro il dispotismo assolutistico instaurato da Stalin
negli anni '30 e poi sostanzialmente mantenuto anche successivamente, sia pure
con meno crudeltà. Del resto di certe efferatezze non aveva più avuto bisogno
nemmeno lo stesso Stalin dalla Seconda guerra mondiale in poi: ne uscì come un
semidio, con un prestigio politico immenso in Unione Sovietica ma anche nel
mondo. Sotto il suo successore Nikita Kruscev, nel 1956, furono gli stessi
sovietici a sentire il bisogno di trascinarlo giù dagli altari.
Chissà come sarebbe andata se la transizione
fosse stata gestita, ad esempio, dai socialdemocratici tedeschi e dai comunisti
italiani, invece che dai democristiani? I democristiani, però, avevano la
spinta ideologica della visione del Wojtyla, che in questo fu sicuramente
determinante. Mancava una analoga visione nel mondo comunista, che, tutto
sommato, dopo la breve stagione dell' "eurocomunismo", che mi parve
conclusa con la morte di Enrico Berlinguer, mi sembrò rassegnato al ruolo
eterno di opposizione, senza nemmeno più la prospettiva di una rivoluzione
indotta da quelli dell'altra parte. Gorbacev, invece di intendersi con i suoi
compagni europei occidentali, si era messo d'accordo con Ronald Reagan, non
molto diverso ideologicamente da Trump, anche se molto meno rustico e impulsivo.
Sembrò di vivere in un film in cui, come sempre, i nordamericani
vincevano e, zum zum, "The end".
Mario
Ardigò - Azione cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli