L’ambiente sociale
democratico
Tra i cattolici si ritiene che una forte adesione personale dei fedeli ai valori religiosi, in società a prevalenza culturale cattolica, e un’unica guida religiosa
al vertice, sapiente e indiscutibile, selezionata con cura da un collegio di
grandi saggi, siano sufficienti a preservare dai maggiori mali sociali. Questa
convinzione non ha retto alla prova dei fatti: la storia, in particolare quella
dei fascismi europei che imperversarono sul nostro continente negli anni Venti
e Trenta del secolo scorso, la smentisce platealmente. In particolare, non ha
funzionato a quei fini attribuire il potere assoluto religioso a persone sicuramente
buone, come furono i papi Achille Ratti, Pio 11° in religione, ed Eugenio
Pacelli, Pio 12° in religione. Ciò che non potrebbe di per sé essere addebitato
a colpa ad un'altra persona religiosa che si fosse trovata ad esercitare un certo
potere in quegli anni, lo può per loro, perché, considerando l’estensione del
potere religioso che venne loro riconosciuto, assoluto, e quindi le correlative grandi aspettative,
non si dimostrarono a sufficienza efficaci nel prevenire la degenerazione
sociale europea, ad esempio verso il tentativo di esclusione e sociale e poi di
sterminio degli ebrei. Come è stato
osservato da molti, la gran parte dei fedeli cattolici, del resto, non vide in quegli anni alcun motivo di contrasto tra certe politiche, che oggi
riteniamo criminali, e la loro fede; a parte certe minoranze, naturalmente. Si
ragiona con il senno del poi, certo, e dopo la sconfitta di quei regimi
politici. All’epoca ogni decisione si presentava drammatica, sia su piccola,
nella vita quotidiana di ognuno, che su grande scala, come quella che doveva affrontare una persona che aveva accettato di essere pastore universale. E deve
riconoscersi che il magistero del Pacelli ebbe, fin dall’inizio del suo
ministero, un ruolo molto importante nel consentire la ripresa della
riflessione sulla rilevanza dei processi democratici per contrastare certi
mali. Di fatto quel suo potere non poté nulla senza, appunto, l’effettiva
ripresa dei processi democratici a livello di massa, senza un’azione collettiva
che inducesse la formazione di un ambiente sociale democratico di massa. Il
supremo magistero si dimostrò impotente, da solo, nonostante il grandissimo
potere che giuridicamente e dogmaticamente gli veniva riconosciuto nel
vincolare, sotto pena di peccato mortale, l’agire dei credenti verso certi
principi.
L’Europa
occidentale, e di riflesso anche quella orientale, ha vissuto un lungo periodo
di pace, dal 1945 ad oggi, una volta che democrazie di massa si affermarono nelle
nazioni che erano state storicamente all’origine di conflitti secolari: la
Germania e la Francia innanzi tutto, ma anche l’Italia. Intorno a queste tre
grandi nazioni si coagulò il processo di unificazione europea che è ancora in
corso, nonostante l’abbandono della Gran Bretagna, a sua volta però al centro di un grande moto
analogo a livello mondiale, il
Commonwealth: altri stati si sono candidati ad essere integrati nell’Unione,
come l’Albania, la Macedonia, il Montenegro e la Serbia. Questo periodo di pace
è stato frutto dei processi democratici di massa di cui dicevo. Questo rende cruciale, per la formazione alla
cittadinanza europea, capire la democrazia contemporanea e farne tirocinio informato. E’ un lavoro
che ha anche un senso religioso, proprio perché legato alla costruzione della
pace.
Le versioni della democrazia che hanno caratterizzato il processo di
unificazione e di pacificazione europea dagli scorsi anni Cinquanta hanno tutte
inglobato elementi di socialismo e di liberalismo. Questo le distingue
nettamente dalla democrazia statunitense, fondata essenzialmente sull’ideologia
liberale. Il sistema dello stato del benessere è stato costruito proprio su quei fondamenti e
la sua crisi è stata contemporanea a quella dei socialismi europei. Socialismo
significa un intervento dei poteri pubblici per soccorrere la gente nelle
difficoltà della vita, e quindi, correlativamente, obblighi di contribuzione
tributaria più rilevanti, per sostenere quelle politiche. In Italia questo
avviene, ad esempio, nel campo della sanità, che è quasi gratuita per la
maggior parte dei cittadini e del tutto gratuita per alcune fasce della
popolazione, come gli invalidi con certi livelli di disabilità e i malati gravi in relazione alle cure delle
loro patologie. Oggi si dà per scontato che sia giusto così, ma non lo è. In
gran parte del mondo, e anche negli Stati Uniti d’America, ognuno deve pagarsi
le cure sanitarie, con risorse proprie o come trattamento rientrante in un
rapporto di lavoro che comprende un’assicurazione sanitaria o stipulando un’assicurazione
sanitaria in proprio. Durante la presidenza statunitense di Barak Obama fu introdotta una riforma per garantire un’assicurazione
sanitaria agli indigenti e la cosa destò grande scandalo: nel programma del
presidente Donald Trump vi è lo smantellamento di tale sistema, ritenuto una
ingiusta limitazione alla libertà della gente.
In una
concezione liberale si dice che la libertà di ciascuno finisce dove comincia
quella degli altri, in un sistema in cui
le libertà sono uguali per ciascuno in linea di principio. Nel
pensiero socialista nessuna libertà è veramente tale se non fa proprie anche le
necessità degli altri e quelle collettive: nessuna persona umana è un’isola.
All’origine di questa posizione troviamo anche concezioni religiose della
nostra fede. La dottrina cattolica sul bene
comune lo dimostra. Nessun uomo è un’isola
è il titolo di un bel libro del
mistico statunitense Thomas Merton (1915-1968). Va aggiunto che la critica
religiosa al liberalismo è stata storicamente tanto penetrante quanto quella al
socialismo. La prima riguarda la pretesa di autosufficienza del singolo. La
seconda le costrizioni alle coscienze che possono prodursi nei movimenti e
sistemi politici che pretendano di cambiare la società secondo una certa
visione autoritaria del bene collettivo. Sia il liberalismo sia il socialismo
sono stati criticati in questa prospettiva perché potenzialmente irreligiosi o
addirittura ostili alla fede.
Il liberalismo, affermatosi in Europa a partire dall’Ottocento, non impedì
lo sfruttamento efferato delle masse dei lavoratori nei processi industriali,
finché il socialismo non cominciò ad
avere una sua forza di pressione di massa. Il socialismo ha funzionato meglio
in ambienti democratici, che mantenevano tra i principi politici fondamentali
elementi di liberalismo, come l’inviolabilità della vita, della libertà
personale, del domicilio, della libertà
di pensiero e di parola e altri, salvo limiti soggetti al controllo di giudici
indipendenti. Dove è stato assolutizzato e dominato da una classe politica
autoreferenziale, è sfociato invariabilmente in oligarchie e addirittura in
dittature personali che hanno sostituito come principale obiettivo, a cui ogni
altro era subordinato, il mantenimento del proprio potere, e anche del proprio benessere sociale, agli interessi di benessere delle masse.
Oltre a quegli elementi di
liberalismo e di socialismo, al centro dell’ideologia delle democrazie avanzate
contemporanee, quelle che hanno consentito di integrare elementi di liberalismo
e di socialismo e di garantire in tal
modo una pace duratura proprio nelle regioni da dove erano storicamente
scoppiati continui letali conflitti, vi è il principio che nessun potere debba essere senza
limiti. E’ proprio esso che consente alle democrazia di funzionare, a livello
di massa, come motore della pace. Sottolineo: a livello di massa. La democrazia infatti non funziona più bene se
non si raggiunge quella dimensione, coinvolgendo un gran numero di persone,
potenzialmente tutti. Naturalmente si può fare un
tirocinio di democrazia anche su scala meno vasta, ad esempio come accade nella
nostra Azione Cattolica o in un gruppo parrocchiale, quando lo si voglia
improntare, e non è frequente, a metodo e principi democratici. Ma su questa
dimensione, ad un certo punto chi dissente radicalmente ha la scelta di
andarsene, di uscire dal gruppo. Questo non accade, o accade con molta più
difficoltà, su scala di massa: ed è questa la dimensione in cui si situano gran
parte dei nostri problemi sociali. Non se ne esce allontanandosene. La
possibilità, e in un certo senso l’inevitabilità, di una decisione di tutti, ostacola molto la radicalizzazione delle
posizioni, sostenuta dall’affermarsi di personalità o gruppi autoritari, perché,
in ambito democratico di massa, fino ad oggi è stato molto difficile ottenere
quel livello di controllo collettivo che può consentirla. La radicalizzazione
di massa è stata ottenuta con il depotenziamento dei processi democratici, in
genere limitando gli elementi di liberalismo che esprimevano. Le tecniche
utilizzate prevalentemente dai regimi fascisti storici, come quello
mussoliniano italiano, sono state quelle basate sulla violenza e sulla paura, o
entrambe. Si è anche seguita la via di potenziare artificialmente il valore
legale delle più forti minoranze, con
sistemi di impostazione maggioritaria o con premio di maggioranza alla elezioni,
o di legittimare i capi politici emergenti mediante referendum o plebisciti in
cui la decisione era più centrata sulla persona del capo politico che sulle
politiche proposte. In tutta l’Europa di
oggi si manifestano, dove più dove meno, questi indici di depotenziamento dei
processi democratici, e quindi anche i processi di pacificazione europea sono
entrati in crisi. In genere non se ne parla, ma al fondo delle decisioni
politiche attuali vi è la questione del mantenimento della pace europea, che
non si è manifestato possibile, attuabile, al di fuori di processi democratici.
Questi ultimi richiedono un ambiente sociale democratico, vale ad dire
permeato dei valori democratici e resistente all’indebolimento del metodo
democratico. Siamo tutti noi coinvolti, con responsabilità personale e
collettiva.
In genere si pensa di sapere che cosa sia, oggi, la democrazia. Approfondendo mi
è parso di capire che non è così. Se ne ha un’idea piuttosto vaga, in genere
coincidente con la convinzione che democrazia sia poter dire la propria. Non è solo
questo e non è principalmente questo. Democrazia è in primo luogo azione e azione collettiva.
Anche la nostra Azione Cattolica lo è e,
infatti, nel suo statuto si definisce palestra
di democrazia. Ma, vi domando, ci esercitiamo a sufficienza nel campo della democrazia?
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli