Stasera nella chiesa
parrocchiale, alle 20:30, inizierà il terzo incontro di meditazione comunitaria
del ciclo Riconoscere e curare le
malattie spirituali, dedicato al tema “No all’accidia egoista!”
Ci serviremo di questo brano dell’esortazione apostolica La gioia del Vangelo, Evangelii Gaudium
81. Quando abbiamo più bisogno di
un dinamismo missionario che porti sale e luce al mondo, molti laici temono che
qualcuno li inviti a realizzare qualche compito apostolico, e cercano di
fuggire da qualsiasi impegno che possa togliere loro il tempo libero. Oggi, per
esempio, è diventato molto difficile trovare catechisti preparati per le
parrocchie e che perseverino nel loro compito per diversi anni. Ma qualcosa di
simile accade con i sacerdoti, che si preoccupano con ossessione del loro tempo
personale. Questo si deve frequentemente al fatto che le persone sentono il
bisogno imperioso di preservare i loro spazi di autonomia, come se un compito
di evangelizzazione fosse un veleno pericoloso invece che una gioiosa risposta
all’amore di Dio che ci convoca alla missione e ci rende completi e fecondi.
Alcuni fanno resistenza a provare fino in fondo il gusto della missione e
rimangono avvolti in un’accidia paralizzante.
82. Il problema non sempre è
l’eccesso di attività, ma soprattutto sono le attività vissute male, senza le
motivazioni adeguate, senza una spiritualità che permei l’azione e la renda
desiderabile. Da qui deriva che i doveri stanchino più di quanto sia
ragionevole, e a volte facciano ammalare. Non si tratta di una fatica serena,
ma tesa, pesante, insoddisfatta e, in definitiva, non accettata. Questa accidia
pastorale può avere diverse origini. Alcuni vi cadono perché portano avanti
progetti irrealizzabili e non vivono volentieri quello che con tranquillità
potrebbero fare. Altri, perché non accettano la difficile evoluzione dei
processi e vogliono che tutto cada dal cielo. Altri, perché si attaccano ad
alcuni progetti o a sogni di successo coltivati dalla loro vanità. Altri, per
aver perso il contatto reale con la gente, in una spersonalizzazione della
pastorale che porta a prestare maggiore attenzione all’organizzazione che alle
persone, così che li entusiasma più la “tabella di marcia” che la marcia
stessa. Altri cadono nell’accidia perché non sanno aspettare, vogliono dominare
il ritmo della vita. L’ansia odierna di arrivare a risultati immediati fa sì
che gli operatori pastorali non tollerino facilmente il senso di qualche
contraddizione, un apparente fallimento, una critica, una croce.
83. Così prende forma la più grande
minaccia, che «è il grigio pragmatismo della vita quotidiana della Chiesa, nel
quale tutto apparentemente procede nella normalità, mentre in realtà la fede si
va logorando e degenerando nella meschinità». Si sviluppa la psicologia
della tomba, che poco a poco trasforma i cristiani in mummie da museo. Delusi
dalla realtà, dalla Chiesa o da se stessi, vivono la costante tentazione di
attaccarsi a una tristezza dolciastra, senza speranza, che si impadronisce del
cuore come «il più prezioso degli elisir del demonio». Chiamati ad
illuminare e a comunicare vita, alla fine si lasciano affascinare da cose che
generano solamente oscurità e stanchezza interiore, e che debilitano il
dinamismo apostolico. Per tutto ciò mi permetto di insistere: non lasciamoci
rubare la gioia dell’evangelizzazione!
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L’accidia
è la tendenza a non farsi coinvolgere da
nulla che non sia nel proprio interesse immediato perché reca profitto,
vantaggio, o piacere. Fin dall’antichità è stata riconosciuta come una malattia
spirituale. Nella La Gioia del Vangelo, nel brano sopra citato, se ne tratta di una
particolare, che riguarda quelli che più da vicino collaborano nelle attività
della Chiesa, preti e non. E’ quando si lavora per dovere d’ufficio, ma senza
crederci. Allora perseverare sembra difficile. Ma la cosa si ripropone in
genere anche fuori di questo ambito.
Da ragazzi il problema sono le prospettive. Non ci si entusiasma perché
non le si vede. Quello che motiva di più è l’amore, ma spesso si ha troppa
fretta e si rovina tutto e si viene presi dal disincanto. La mancanza di prospettive
demotiva anche gli anziani. Ne hanno viste tante, hanno vissuto tanti
fallimenti che tendono a non credere più a nulla. Chi è nelle età di mezzo è
travolto dal quotidiano, in particolare del lavoro e dalla cura di chi è più
giovane e chi è più vecchio. Non di rado
si fanno più lavori per migliorare il proprio benessere. Il sentimento
prevalente, quando si riesce ad avere un po’ di tempo per sé è la stanchezza.
Si vuole svagarsi. Non si ha animo, in particolare, di sottoporsi alle ramanzine
dei predicatori. Ci sono però quelli che, trovatisi in una condizione di
agiatezza stabile, di tempo libero ne hanno fin troppo, come un tempo nobili e
grandi borghesi, e allora, in un mondo di gente che non sa che fare o che ha
troppo da fare, si annoiano. In genere, però, lo spirito del tempo porta chi ha
molti soldi a dannarsi per farne ancora di più. In questo contesto tutti danno
poca importanza nel lavoro comunitario, ne sono piuttosto sfiduciati, non hanno
esperienza che porti a qualcosa di utile. Lo vivono un po’ come una perdita di
tempo. Ma i saggi ci insegnano che il senso della vita emerge proprio da questi
mondi vitali comunitari, lì dove non si fa e non conta l’interesse
immediato, ma si stringono le relazioni umane più forti. Lavorarvi dentro è
cosa che si impara, non è tra gli istinti naturali che ci sono trasmessi
geneticamente dai genitori. Farvi esperienza significa anche sperimentare
qualche insuccesso, ma facendo pratica si migliora: occorre una certa
perseveranza.
Qualche volta l’egoismo è una forma di difesa da pretese eccessive,
qualche altra significa voler profittare di tutto, altrimenti non ci si
impegna, e questo ha a che fare con l’accidia e, in religione, non va bene. In
religione si vorrebbe essere, o almeno mostrarsi, altruisti. Lo spirito dei
tempi ci spinge ad essere egoisti, a scegliere l’offerta migliore sganciandoci
rapidamente dalle altre. E’ un modello di sviluppo che diverge
significativamente da quello religioso. Sembra però, ce lo dicono in tutte le
salse, che se non si è egoisti, poi la società del benessere crolla. Però tutto
questo egoismo che gira fa sì che, in un mondo molto ricco come mai prima d’ora,
sempre più gente soffre e si sente stanca. Come è possibile? C’è stato un tempo
in cui si è stati diversi e si è stati meglio? Temo che guardare al passato non
ci conforti. Non c’è mai stato, nella storia umana, un mondo come quello in cui
ci troviamo a vivere. Occorre quindi progettare soluzioni nuove. La vita
comunitaria che si fa in religione può servire a farne un tirocinio, a
sperimentarle. La fede può essere un potente movente. Tuttavia vediamo che non di
rado è difficile intenderci tra noi. Ognuno si è costruito la sua idea e la sua
vita e ha paura di cambiarle, perché teme quello che c’è intorno, e non sempre
senza ragione. Si tende a rinchiudersi in mondi piccoli, dove sembra più facile
raccapezzarsi. Ma il piccolo, alla fine, delude: così, dopo una fase di
iniziale di entusiasmo, si cade nell’accidia. E’ ciò che accade anche in amore.
Chi ha costruito una famiglia ha già esperienza di un passo avanti: sposarsi lo
richiede. Ai tempi nostri sembra che ci si sposi di meno e che si rimanga
sposati per meno tempo. Può essere considerato il sintomo di malattie
spirituali, che però coinvolgono l’intera società. In famiglia si è sempre
posti davanti all’alternativa: “Penso solo a me stesso o mi occupo degli altri?”.
L’amore che c’è dentro, e fino a che riesce ad esserci, spinge verso comportamenti
altruistici. Sono più motivanti quelli verso i
più piccoli che quelli verso gli anziani. La natura vuole così. La
natura è spietata e le civiltà umane hanno tentato di correggerla. Gli anziani
pongono chi è più giovane davanti allo spettro della propria fine. Allora si
pensa che se si deve finire così, è meglio sfruttare, finché si è in tempo, tutte
le possibilità di piacere, limitando l’altruismo al minimo indispensabile per
essere accettato in società. Ma anche questa via delude. Il piacere si consuma
presto, il tempo anche: chi va per questa strada si trova senza neanche
accorgersene anziano disperato. Non si costruisce sulla roccia, secondo l’esortazione
evangelica. Ma anche i più giovani, i figli, come fattore motivante, finiscono
per deludere, perché crescono. Il momento in cui i giovani non sono più tali è
critico per ogni matrimonio, perché fa sentire i genitori inutili. In
realtà la via indicata dalla saggezza è
quella di un altruismo ricambiato, vissuto in società altruistiche, in cui si
dà e si riceve e sia sempre possibile una certa intimità: questo è appunto
quello che viene indicato come mondo
vitale dal quale deriva il senso della vita. Trovarsene fuori conduce all’accidia.
Ve ne sono però diverse contraffazioni: ad esempio quelli che sono solo
costruzioni virtuali, telematiche, in cui non vi sono vere relazioni personale,
ma solo l’apparenza di esse. Dietro a queste a volte si perde molto tempo.
In parrocchia possiamo fare qualcosa per migliorare? Ecco è su questo
che si mediterà questa sera. Siccome siamo in Quaresima e l’incontro si farà
all’ora di cena, siamo incoraggiati a saltare il pasto. Tutto sommato è un atto
di coraggio. Siamo ancora capaci di farlo, in un mondo in cui tanta parte dell’umanità
vi è costretta dalle ristrettezze; questo
mentre collettivamente non si è mai stati tanto ricchi e, come è accaduto ieri,
si fa mostra delle armi di distruzione di massa più potenti della storia umana,
dichiarandosi disponibili ad utilizzarle contro la gente? Sembra paradossale,
ma, quando si decide un digiuno, anche nella forma limitata suggerita dalla Chiesa
di saltare un solo pasto in un certo giorno, poi sembra che si abbia più fame
che mai, e si finisce per eccedere come per compensare. Ci si sente come
perduti con questa piccola pratica di austerità. Non significa forse che manca
qualcosa nella nostra vita, e che non si tratta solo di un po’ di alimenti?
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Vallli
