Pratica di democrazia
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da: Marco Damilano, Un atomo di verità. Aldo Moro e la fine
della politica in italia, Feltrinelli, 2018, ora anche in ebook ad €9.99
[…] Moro lo avevo visto da
vicino, due o tre anni prima [del marzo 1976], sarà stato il 1975 o i 1976. Di
nuovo la corsa per arrivare a scuola, la vita di un bambino delle elementari
era questa. Avevo perso il pulmino di Tilde [la direttrice della scuola
Montessori frequentata da bambino dall’autore] perché ero troppo in ritardo
anche per lei che aspettava tutti e mi aveva accompagnato papà. Sigaretta in
bocca sulla Fiat 132 rossa che mi piaceva tanto. Papà preferiva dire color
amaranto, gli sentivo spesso ripetere questa parola, come la Topolino di Paolo
Conte, forse un vezzo da piemontesi. La 132 saliva agitata verso Monte Mario, a
un certo punto papà frenò e accostò. “Vieni ti voglio far vedere una persona
importante”, mi disse. C’eran macchine grandi in doppia fila, salimmo le scale
di una piccola chiesa, entrammo dentro, mi feci il segno della croce, come mi
avevano insegnato. “Guarda, quello è Moro”, mi sussurrò papà e mi indicò un
signore. E allora lo vidi. Di spalle, tutto vestito di scuro, inginocchiato sul
banco, rivolto verso l’altare. Non sapevo chi fosse. Era Moro, una persona
importante, mi aveva detto papà, e tornai a guardarlo. Era la prima persona
importante che vedevo da vicino in vita mia. Aldo Moro. In ginocchio a pregare.
Moro aveva in quel momento sessant’anni. Sembrava più anziano, come è
sempre apparso, anche quando era molto giovane. Era il presidente del
Consiglio, era un uomo importante e anche molto potente, ma questo lo appresi
in seguito. Cominciava la sua giornata con la messa, perché era molto
cattolico, faceva la comunione, si fermava a pregare. Andava a pregare lì,
vicino a casa, ma poi aveva dovuto cambiare chiesa per evitare una folla di
questuanti che lo attendeva ogni mattina fuori e si era spostato a Santa
Chiara, in piazza dei Giuochi Delfici alla Camilluccia. Lì era diretto la
mattina in cui è stato rapito [il 16 marzo 1976], e lì in un primo momento i
brigatisti avevano ipotizzato di sequestrarlo.
Sono tornato quarant’anni dopo nella chiesa dove lo avevo visto. […]
Nella memoria mi sembrava più grande, invece è piccola e stretta. […] Le pareti
sono spoglie, l’insieme comunica sobrietà e raccoglimento.
Mi ha colpito che fosse così piccola,
quando siamo entrati Moro doveva essere vicinissimo, a un passo. […] I ricordi
di un adulto sono mobili, vanno e vengono, i ricordi di un bambino, come
dicevo, sono emotivi, portano direttamente alla conoscenza delle cose. Il mio è
incastrato lì, non si muove più.
Il primo politico che ho visto in vita mia è
stato Moro, in ginocchio, che prega Dio. Penso che quel gesto di devozione, da
parte di un uomo che avrebbe poi trovato tanti, tutti, pronti a inchinarsi e
genuflettersi di fronte a lui fosse il richiamo di un senso del limite, il
limite del suo potere, doveva ricordarlo a se stesso, perché nessuno lo avrebbe
fatto appena uscito da quella piccola chiesa, e per tutto il resto della
giornata.
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La
democrazia si capisce meglio praticandola che parlandoci su.
In
Occidente, di solito e ai tempi nostri, ci si capita dentro e bisogna
comprenderla e imparare come muoversi al suo interno.
Nei tempi passati la democrazia
venne considerata una fonte di
disordine. L’ordine giuridico, il diritto, ha consentito di superare le sue
cicliche crisi, determinate dal fatto che essa permette di produrle e quindi l’evoluzione degli orientamenti sociali e il
succedersi di gruppi di comando senza processi rivoluzionari violenti. Ma prima
delle norme c’è un certo spirito: le democrazie hanno un’anima. Si parte dal
rispetto degli altri, per cui si accettano dei limiti alla propria forza e alle
proprie ambizioni. Non si tratta propriamente di altruismo. Si accettano limiti
anche verso gente che non piace e addirittura verso quelli con cui si è in
contrasto. Si deve scoprire di avere bisogno di una società in cui gli altri
hanno spazio. Questo ha consentito tutti i grandi progressi sociali, ma anche
scientifici, tecnologici, artistici, dell’umanità. Riconoscersi dei limiti
significa avere coscienza del fatto che gli esseri umani sono limitati: quindi
raggiungere realistica consapevolezza della propria natura. Quando questo
accade si è arrivati alla maturità. Se
non ci si riesce si rimane infantili, legati dall’esterno alla dura legge della
natura, come gli altri animali che vivono sulla Terra, secondo la quale ogni
vivente si prende tutto lo spazio che la forza gli consente di accaparrarsi e
poi muore quando inevitabilmente la forza decade. E questo sia su scala
individuale, che su quella di gruppo o di specie. L’animale vive così,
sbattendo contro i suoi limiti, senza manifestarne consapevolezza, subendoli. E’
schiavo della natura. Gli esseri umani si sono elevati sopra la natura: è per
questo che concepiscono realtà soprannaturali. Definiscono da se stessi i
propri limiti, non li subiscono. Lo fanno verso i propri simili, ma anche verso
gli altri animali e, in genere, tutta la natura. Immaginano un altro mondo,
rettificato rispetto a quello ricevuto dalla natura. Questo è appunto il
soprannaturale. Avvicinare naturale e soprannaturale è umanizzare natura e
società. E’ un obiettivo che ci siamo cominciati a porre per lo sviluppo della
nostra mente, l’abbiamo immaginato prima di iniziare a realizzarlo
progettandolo. Creiamo collettività animate dal soprannaturale. La democrazia è
un’organizzazione di questo tipo. Si basa su una serie di assoluti che, in
quanto tali, manifestano la loro natura soprannaturale. In natura non sembrano
esservi assoluti. Limiti molto incisivi definiscono, in democrazia, quello che
ci si rende lecito di fare con gli altri e degli altri. Adesso ho parlato
di democrazia, ma chi avrà inteso?
Se invece ci si riunisce da amici per discutere un problema comune,
animati dalla volontà di fare del proprio meglio per risolverlo nell’interesse
di tutti, per vivere meglio insieme agli altri, non solo per spartirsi un
bottino, facciamo democrazia. Poi ci si potrà ragionare sopra,
ma intanto democrazia c’è. In un contesto così non tutto si decide a
maggioranza. Certo, non sarebbe democratico il metodo in cui prevalessero
minoranze. Ma certi argomenti non dovrebbero essere messi al voto. Ad esempio
che ogni essere umano ha una dignità inviolabile, nel senso che ci sono limiti
alle umiliazioni che possono essergli inflitte. L’aggettivo inviolabile lo troviamo in una delle più
importanti norme della nostra Costituzione, contenuta nell’art.2:
La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni
sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica,
economica e sociale.
Non ci si può sottrarre a doveri inderogabili. Democrazia è chiamata all’impegno
e anche alla lotta, dove necessario, dove sono in questione diritti inviolabili.
Si deve fronteggiare la forza dei violatori
di diritti umani, questo anche a
costo della vita. Inderogabile significa appunto questo. Può accadere quindi,
in democrazia, di litigare di brutto. Ma si ci si pongono dei limiti anche in
questo. C’è un modo democratico di andare alla lotta. I democratici sono
tendenzialmente costruttori, non cercano di annientare gli avversari. Cercano
di convincere, prima di prevalere nello scontro brutale, e quest’ultimo è ammesso
solo come reazione alla brutalità altrui e negli stretti limiti in cui è
necessario. In ambiente democratico le procedure di decisione collettiva a
maggioranza, in cui le minoranze si impegnano a rispettare la volontà
maggioritaria senza rinunciare per questo alla critica, e tutti concordano su
certi principi di base sottratti alla regola maggioritaria, innanzi tutto sulla
libertà di critica e di dissenso, possono ottenere il risultato di prevenire
conflitti violenti. Ma perché quelle procedure abbiano successo, occorre prima
creare, suscitare, un ambiente democratico, in cui si accettino limiti nell’interesse
comune. Questo lavoro si può fare in qualsiasi gruppo, dai più piccoli ai più
grandi. Ma nei più piccoli può essere più facile iniziare, perché si arriva a
conoscersi meglio. Una certa consuetudine reciproca personale è indispensabile.
La democrazia ha a che fare con l’amicizia. Ma è più costante dell’amicizia: si
è amici di un ambiente, non di questa o quella persona. Si comincia male quando
ci si riunisce intorno ad un’autorità e la coesione dipende dalla soggezione ad
essa. Allora si sta a ricasco di essa e si cerca di accaparrarsene il favore. Non
di rado negli ambienti religiosi si fa così. Se però si vuole anche incidere in
una società regolata democraticamente occorre cambiare. Purtroppo il tirocinio democratico di solito
non rientra nella formazione religiosa di base, in particolare di quella dei
laici. E’ riservata a fasi successive e ad ambienti più ristretti. Non sarebbe
male, invece, cominciarlo fin da piccoli. C’è molta religiosità nei processi
democratici, proprio per quei limiti, legati a diritti inviolabili, che comportano.
Inviolabile è infatti un modo di dire sacro.
Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte
Sacro, Valli