giovedì 8 marzo 2018

Pratica di democrazia

Pratica di democrazia

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da: Marco Damilano, Un atomo di verità. Aldo Moro e la fine della politica in italia,  Feltrinelli, 2018, ora anche in ebook ad €9.99

[…] Moro lo avevo visto da vicino, due o tre anni prima [del marzo 1976], sarà stato il 1975 o i 1976. Di nuovo la corsa per arrivare a scuola, la vita di un bambino delle elementari era questa. Avevo perso il pulmino di Tilde [la direttrice della scuola Montessori frequentata da bambino dall’autore] perché ero troppo in ritardo anche per lei che aspettava tutti e mi aveva accompagnato papà. Sigaretta in bocca sulla Fiat 132 rossa che mi piaceva tanto. Papà preferiva dire color amaranto, gli sentivo spesso ripetere questa parola, come la Topolino di Paolo Conte, forse un vezzo da piemontesi. La 132 saliva agitata verso Monte Mario, a un certo punto papà frenò e accostò. “Vieni ti voglio far vedere una persona importante”, mi disse. C’eran macchine grandi in doppia fila, salimmo le scale di una piccola chiesa, entrammo dentro, mi feci il segno della croce, come mi avevano insegnato. “Guarda, quello è Moro”, mi sussurrò papà e mi indicò un signore. E allora lo vidi. Di spalle, tutto vestito di scuro, inginocchiato sul banco, rivolto verso l’altare. Non sapevo chi fosse. Era Moro, una persona importante, mi aveva detto papà, e tornai a guardarlo. Era la prima persona importante che vedevo da vicino in vita mia. Aldo Moro. In ginocchio a pregare.
  Moro aveva in quel momento sessant’anni. Sembrava più anziano, come è sempre apparso, anche quando era molto giovane. Era il presidente del Consiglio, era un uomo importante e anche molto potente, ma questo lo appresi in seguito. Cominciava la sua giornata con la messa, perché era molto cattolico, faceva la comunione, si fermava a pregare. Andava a pregare lì, vicino a casa, ma poi aveva dovuto cambiare chiesa per evitare una folla di questuanti che lo attendeva ogni mattina fuori e si era spostato a Santa Chiara, in piazza dei Giuochi Delfici alla Camilluccia. Lì era diretto la mattina in cui è stato rapito [il 16 marzo 1976], e lì in un primo momento i brigatisti avevano ipotizzato di sequestrarlo.
  Sono tornato quarant’anni dopo nella chiesa dove lo avevo visto. […] Nella memoria mi sembrava più grande, invece è piccola e stretta. […] Le pareti sono spoglie, l’insieme comunica sobrietà e raccoglimento.
   Mi ha colpito che fosse così piccola, quando siamo entrati Moro doveva essere vicinissimo, a un passo. […] I ricordi di un adulto sono mobili, vanno e vengono, i ricordi di un bambino, come dicevo, sono emotivi, portano direttamente alla conoscenza delle cose. Il mio è incastrato lì, non si muove più.
 Il primo politico che ho visto in vita mia è stato Moro, in ginocchio, che prega Dio. Penso che quel gesto di devozione, da parte di un uomo che avrebbe poi trovato tanti, tutti, pronti a inchinarsi e genuflettersi di fronte a lui fosse il richiamo di un senso del limite, il limite del suo potere, doveva ricordarlo a se stesso, perché nessuno lo avrebbe fatto appena uscito da quella piccola chiesa, e per tutto il resto della giornata.

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  La democrazia si capisce meglio praticandola che parlandoci su.
  In Occidente, di solito e ai tempi nostri, ci si capita dentro e bisogna comprenderla e imparare come muoversi al suo interno.
  Nei tempi passati  la democrazia venne considerata  una fonte di disordine. L’ordine giuridico, il diritto, ha consentito di superare le sue cicliche crisi, determinate dal fatto che essa permette di produrle e quindi  l’evoluzione degli orientamenti sociali e il succedersi di gruppi di comando senza processi rivoluzionari violenti. Ma prima delle norme c’è un certo spirito: le democrazie hanno un’anima. Si parte dal rispetto degli altri, per cui si accettano dei limiti alla propria forza e alle proprie ambizioni. Non si tratta propriamente di altruismo. Si accettano limiti anche verso gente che non piace e addirittura verso quelli con cui si è in contrasto. Si deve scoprire di avere bisogno di una società in cui gli altri hanno spazio. Questo ha consentito tutti i grandi progressi sociali, ma anche scientifici, tecnologici, artistici, dell’umanità. Riconoscersi dei limiti significa avere coscienza del fatto che gli esseri umani sono limitati: quindi raggiungere realistica consapevolezza della propria natura. Quando questo accade si è arrivati alla  maturità. Se non ci si riesce si rimane infantili, legati dall’esterno alla dura legge della natura, come gli altri animali che vivono sulla Terra, secondo la quale ogni vivente si prende tutto lo spazio che la forza gli consente di accaparrarsi e poi muore quando inevitabilmente la forza decade. E questo sia su scala individuale, che su quella di gruppo o di specie. L’animale vive così, sbattendo contro i suoi limiti, senza manifestarne consapevolezza, subendoli. E’ schiavo della natura. Gli esseri umani si sono elevati sopra la natura: è per questo che concepiscono realtà soprannaturali. Definiscono da se stessi i propri limiti, non li subiscono. Lo fanno verso i propri simili, ma anche verso gli altri animali e, in genere, tutta la natura. Immaginano un altro mondo, rettificato rispetto a quello ricevuto dalla natura. Questo è appunto il soprannaturale. Avvicinare naturale e soprannaturale è umanizzare natura e società. E’ un obiettivo che ci siamo cominciati a porre per lo sviluppo della nostra mente, l’abbiamo immaginato prima di iniziare a realizzarlo progettandolo. Creiamo collettività animate dal soprannaturale. La democrazia è un’organizzazione di questo tipo. Si basa su una serie di assoluti che, in quanto tali, manifestano la loro natura soprannaturale. In natura non sembrano esservi assoluti. Limiti molto incisivi definiscono, in democrazia, quello che ci si rende lecito di fare con gli altri e degli altri.  Adesso ho parlato di democrazia, ma chi avrà inteso?
  Se invece ci si riunisce da amici per discutere un problema comune, animati dalla volontà di fare del proprio meglio per risolverlo nell’interesse di tutti, per vivere meglio insieme agli altri, non solo per spartirsi un bottino, facciamo  democrazia. Poi ci si potrà ragionare sopra, ma intanto democrazia  c’è. In un contesto così non tutto si decide a maggioranza. Certo, non sarebbe democratico il metodo in cui prevalessero minoranze. Ma certi argomenti non dovrebbero essere messi al voto. Ad esempio che ogni essere umano ha una dignità inviolabile, nel senso che ci sono limiti alle umiliazioni che possono essergli inflitte. L’aggettivo inviolabile lo troviamo in una delle più importanti norme della nostra Costituzione, contenuta nell’art.2:
La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.
  Non ci si può sottrarre a doveri  inderogabili. Democrazia è chiamata all’impegno e anche alla lotta, dove necessario, dove sono in questione diritti inviolabili. Si deve fronteggiare la forza dei violatori  di diritti umani, questo anche a costo della vita. Inderogabile  significa appunto questo. Può accadere quindi, in democrazia, di litigare di brutto. Ma si ci si pongono dei limiti anche in questo. C’è un modo democratico di andare alla lotta. I democratici sono tendenzialmente costruttori, non cercano di annientare gli avversari. Cercano di convincere, prima di prevalere nello scontro brutale, e quest’ultimo è ammesso solo come reazione alla brutalità altrui e negli stretti limiti in cui è necessario. In ambiente democratico le procedure di decisione collettiva a maggioranza, in cui le minoranze si impegnano a rispettare la volontà maggioritaria senza rinunciare per questo alla critica, e tutti concordano su certi principi di base sottratti alla regola maggioritaria, innanzi tutto sulla libertà di critica e di dissenso, possono ottenere il risultato di prevenire conflitti violenti. Ma perché quelle procedure abbiano successo, occorre prima creare, suscitare, un ambiente democratico, in cui si accettino limiti nell’interesse comune. Questo lavoro si può fare in qualsiasi gruppo, dai più piccoli ai più grandi. Ma nei più piccoli può essere più facile iniziare, perché si arriva a conoscersi meglio. Una certa consuetudine reciproca personale è indispensabile. La democrazia ha a che fare con l’amicizia. Ma è più costante dell’amicizia: si è amici di un ambiente, non di questa o quella persona. Si comincia male quando ci si riunisce intorno ad un’autorità e la coesione dipende dalla soggezione ad essa. Allora si sta a ricasco di essa e si cerca di accaparrarsene il favore. Non di rado negli ambienti religiosi si fa così. Se però si vuole anche incidere in una società regolata democraticamente occorre cambiare.  Purtroppo il tirocinio democratico di solito non rientra nella formazione religiosa di base, in particolare di quella dei laici. E’ riservata a fasi successive e ad ambienti più ristretti. Non sarebbe male, invece, cominciarlo fin da piccoli. C’è molta religiosità nei processi democratici, proprio per quei limiti, legati a diritti inviolabili,  che comportano. Inviolabile  è infatti  un modo di dire sacro.

Mario Ardigò – Azione  Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli