giovedì 15 marzo 2018

L’incubo del calo dell’8 per 1000


L’incubo del calo dell’8 per 1000

  La Chiesa italiana dipende, per sostenersi, dall’ingente e automatico finanziamento pubblico, l’8 per 1000 del gettito dell’imposta sul reddito delle persone fisiche, contrattato negli anni ’80 con il governo della Repubblica italiana guidato dal socialista Bettino Craxi, uno dei politici di tendenze più anticlericali del tempo. I propositi di riduzione fiscale della politica oggi maggioritaria lo pone a rischio. Diminuendo le tasse, diminuirà anche quel finanziamento, che già era in calo, al di sotto del miliardo di euro all’anno, a causa della recessione economica. Ecco quindi che uno dei valori non negoziabili, il sostegno pubblico alla Chiesa cattolica, sembra a rischio. E il finanziamento proveniente dai fedeli, attraverso le offerte deducibili, i versamenti che possono essere detratti dal reddito imponibile a fini fiscali, e altre forme di contribuzioni, copre una minima parte delle esigenze ecclesiali.
  Di solito non siamo abituati ad occuparci del sostegno economico della Chiesa, anche se dovremmo, perché si insegna che è uno dei precetti generali  che dovremmo osservare: “sovvenire alle necessità della Chiesa secondo le proprie possibilità”. Si fa difficoltà a distinguere tra il patrimonio controllato dalla Santa Sede, che dicono investito anche all’estero, e quello a disposizione della Chiesa italiana. Si pensa che la Chiesa sia ricca, ed effettivamente lo è, essendo uno dei maggiori proprietari immobiliari, ma non si tiene conto gli immobili danno reddito solo se venduti, affittati o impiegati in attività d’impresa e non sempre è possibile farlo nelle attività della Chiesa, come, ad esempio, non lo è per le parrocchie. Organizzazioni ecclesiali gestiscono effettivamente attività d’impresa, ad esempio ospedali, scuole, alberghi e riescono, non certo ad arricchirsi, ma a coprire le spese aziendali e quelle per l’attività propriamente religiosa. Altre fanno attività sociali, ad esempio nel campo dell’assistenza ai bisognosi,  per cui fruiscono di contributi pubblici. In diversi settori le organizzazioni religiose possono beneficiare di esenzioni e riduzioni tributarie. Ma per una parrocchia è diverso: per lo stipendio dei preti e le spese generali dipende in massima parte da ciò che la Diocesi distribuisce e le Diocesi distribuiscono in gran parte quello che arriva loro dal finanziamento pubblico dell’8 per 1000.
  Quando, negli anni ’90, si costruì la nuova chiesa parrocchiale, le famiglie della parrocchia si tassarono e una quota importante dei costi di edificazione venne dai loro contributi. Molti mugugnarono. Il parroco stava sempre a chiedere soldi, si lamentavano. Dopo di allora non ci furono più iniziative sistematiche per sostenere la parrocchia nelle sue spese di esercizio. Certo, periodicamente ci sono donazioni di benefattori e poi c’è la raccolta delle offerte nelle Messa. Ma solo con questo non si potrebbe andare avanti.
 Il clima generale nella società di oggi è di diffidenza verso chi chiede contributi senza offrire un immediato corrispettivo. Si sospetta che siano soldi buttati o impiegati per gente oziosa. Lo stesso accade per la spesa per le istituzioni pubbliche, lo stato, gli enti territoriali e via dicendo. Certi servizi si pensa che siano dovuti e che debbano essere gratuiti, come la sanità e, appunto, la religione, vista un po’ come organizzazione di cura dell’anima, ASL dello spirito: ma si tratta di attività che hanno un costo, per il personale, per le strutture, per i materiali di consumo. La nostra parrocchia, ad esempio, ha costi alti per riscaldamento e illuminazione. Il fatto di essere collegati in presa diretta con il bilancio dello stato, con il sistema dell’8 per mille, ci tranquillizzava. Non abbiamo fatto forse caso che tra le spese da tagliare, per consentire un abbassamento delle tasse, ci sarebbe state anche quella per la religione. Ci manca spesso una visione realistica del contesto.
 Del resto i parrocchiani raramente vengono veramente coinvolti nella gestione economica. Non ricordo che nella nostra parrocchia siano stati resi pubblici conti economici e inventari. Si fanno delle spese, ma se ne vedono gli effetti, senza mai che, prima, siano esposti i progetti, anche solo perché siano conosciuti.  Del resto, forse, la realtà ci spaventerebbe. Istituzioni pubbliche come la parrocchia o i comuni sono sempre in perdita. Le entrate della parrocchia, finanziamento pubblico a parte, sono affidate al buon cuore dei fedeli. Ma tra questi ultimi prevale, mi pare, la mentalità che ho descritto.
  Un brusco ridimensionamento del gettito dell’8 per mille dovrebbe indurci a maturare costumi diversi. Come accadde quando si costruì la nuova chiesa parrocchiale, ogni famiglia dovrebbe tassarsi sistematicamente, mese per mese e a prescindere da spese straordinarie, manifestando il proprio impegno al consiglio parrocchiale per gli affari economici, in modo che sia possibile fare previsioni economiche affidabili.
  Se ben ricordo , negli anni ’90 ad un certo punto mi arrivò una lettera a casa in cui c’era la tabella con i miei versamenti per la nuova chiesa e mi si faceva presente che ero ancora al di sotto dell’impegno che ciascuna famiglia si era presa. Integrai il versamento. Potremmo doverci abituare a qualcosa del genere, e sarebbe bene farlo, perché una Chiesa così dipendente come la nostra dal finanziamento pubblico fatalmente è sottoposta a tentazioni di arrendevolezza verso la politica di governo. Del resto è cosa che rientrerebbe nella cura del  bene comune  insegnato dalla dottrina sociale. Purtroppo per quest’ultima non è in Italia un momento particolarmente felice. Mi pare infatti che nessuna forza politica del momento vi si richiami.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in  San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli