L’incubo del calo dell’8
per 1000
La Chiesa italiana dipende, per sostenersi, dall’ingente e automatico
finanziamento pubblico, l’8 per 1000 del gettito dell’imposta sul reddito delle
persone fisiche, contrattato negli anni ’80 con il governo della Repubblica italiana
guidato dal socialista Bettino Craxi, uno dei politici di tendenze più
anticlericali del tempo. I propositi di riduzione fiscale della politica oggi
maggioritaria lo pone a rischio. Diminuendo le tasse, diminuirà anche quel
finanziamento, che già era in calo, al di sotto del miliardo di euro all’anno,
a causa della recessione economica. Ecco quindi che uno dei valori non negoziabili, il sostegno
pubblico alla Chiesa cattolica, sembra a rischio. E il finanziamento
proveniente dai fedeli, attraverso le offerte
deducibili, i versamenti che possono essere detratti dal reddito imponibile
a fini fiscali, e altre forme di contribuzioni, copre una minima parte delle
esigenze ecclesiali.
Di solito non siamo abituati ad occuparci del sostegno economico della
Chiesa, anche se dovremmo, perché si insegna che è uno dei precetti generali che
dovremmo osservare: “sovvenire alle
necessità della Chiesa secondo le proprie possibilità”. Si fa difficoltà a
distinguere tra il patrimonio controllato dalla Santa Sede, che dicono
investito anche all’estero, e quello a disposizione della Chiesa italiana. Si pensa
che la Chiesa sia ricca, ed effettivamente lo è, essendo uno dei maggiori
proprietari immobiliari, ma non si tiene conto gli immobili danno reddito solo
se venduti, affittati o impiegati in attività d’impresa e non sempre è
possibile farlo nelle attività della Chiesa, come, ad esempio, non lo è per le
parrocchie. Organizzazioni ecclesiali gestiscono effettivamente attività d’impresa,
ad esempio ospedali, scuole, alberghi e riescono, non certo ad arricchirsi, ma
a coprire le spese aziendali e quelle per l’attività propriamente religiosa.
Altre fanno attività sociali, ad esempio nel campo dell’assistenza ai
bisognosi, per cui fruiscono di
contributi pubblici. In diversi settori le organizzazioni religiose possono
beneficiare di esenzioni e riduzioni tributarie. Ma per una parrocchia è
diverso: per lo stipendio dei preti e le spese generali dipende in massima
parte da ciò che la Diocesi distribuisce e le Diocesi distribuiscono in gran
parte quello che arriva loro dal finanziamento pubblico dell’8 per 1000.
Quando, negli anni ’90, si costruì la nuova chiesa parrocchiale, le
famiglie della parrocchia si tassarono e una quota importante dei costi di
edificazione venne dai loro contributi. Molti mugugnarono. Il parroco stava
sempre a chiedere soldi, si lamentavano. Dopo di allora non ci furono più
iniziative sistematiche per sostenere la parrocchia nelle sue spese di
esercizio. Certo, periodicamente ci sono donazioni di benefattori e poi c’è la
raccolta delle offerte nelle Messa. Ma solo con questo non si potrebbe andare
avanti.
Il clima generale nella società di oggi è di
diffidenza verso chi chiede contributi senza offrire un immediato
corrispettivo. Si sospetta che siano soldi buttati o impiegati per gente
oziosa. Lo stesso accade per la spesa per le istituzioni pubbliche, lo stato,
gli enti territoriali e via dicendo. Certi servizi si pensa che siano dovuti e
che debbano essere gratuiti, come la sanità e, appunto, la religione, vista un
po’ come organizzazione di cura dell’anima, ASL dello spirito: ma si tratta di
attività che hanno un costo, per il personale, per le strutture, per i
materiali di consumo. La nostra parrocchia, ad esempio, ha costi alti per
riscaldamento e illuminazione. Il fatto di essere collegati in presa diretta
con il bilancio dello stato, con il sistema dell’8 per mille, ci
tranquillizzava. Non abbiamo fatto forse caso che tra le spese da tagliare, per
consentire un abbassamento delle tasse, ci sarebbe state anche quella per la
religione. Ci manca spesso una visione realistica del contesto.
Del resto i parrocchiani raramente vengono
veramente coinvolti nella gestione economica. Non ricordo che nella nostra
parrocchia siano stati resi pubblici conti economici e inventari. Si fanno
delle spese, ma se ne vedono gli effetti, senza mai che, prima, siano esposti i
progetti, anche solo perché siano conosciuti.
Del resto, forse, la realtà ci spaventerebbe. Istituzioni pubbliche come
la parrocchia o i comuni sono sempre in perdita. Le entrate della parrocchia,
finanziamento pubblico a parte, sono affidate al buon cuore dei fedeli. Ma tra
questi ultimi prevale, mi pare, la mentalità che ho descritto.
Un brusco ridimensionamento del gettito dell’8 per mille dovrebbe
indurci a maturare costumi diversi. Come accadde quando si costruì la nuova
chiesa parrocchiale, ogni famiglia dovrebbe tassarsi sistematicamente, mese per
mese e a prescindere da spese straordinarie, manifestando il proprio impegno al
consiglio parrocchiale per gli affari economici, in modo che sia possibile fare
previsioni economiche affidabili.
Se ben ricordo , negli anni ’90 ad un certo punto mi arrivò una lettera
a casa in cui c’era la tabella con i miei versamenti per la nuova chiesa e mi
si faceva presente che ero ancora al di sotto dell’impegno che ciascuna
famiglia si era presa. Integrai il versamento. Potremmo doverci abituare a
qualcosa del genere, e sarebbe bene farlo, perché una Chiesa così dipendente come la nostra dal finanziamento pubblico fatalmente è sottoposta a tentazioni di arrendevolezza verso la politica di governo. Del resto è cosa che rientrerebbe nella cura del bene
comune insegnato dalla dottrina
sociale. Purtroppo per quest’ultima non è in Italia un momento particolarmente
felice. Mi pare infatti che nessuna forza politica del momento vi si richiami.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte
Sacro, Valli