Il paradosso della
fede nell’agàpe che divide
La nostra è la fede nell’agàpe,
perché, è scritto, il Fondamento è agàpe.
L’agàpe rimanda all’immagine di un lieto convito in
cui nessuno è escluso e ce n’è per tutti. E’ soprannaturale, perché in natura
non c’è. La natura è violenza e sopraffazione, lotta di tutti contro tutti e
nessuno scampa, anche il forte del momento soccomberà. E’ una dura legge, che
però vorremmo che non fosse la legge dell’umano. La nostra fede ci conforta che
è possibile, agli umani, essere diversi. Ma lo è veramente? Di fatto ci siamo
combattuti anche per motivi di fede. E continuiamo a farlo, su piccola e su
grande scala. E’ un paradosso, vale a dire una realtà della fede vissuta che
contraddice quanto della fede si dice. E’
una situazione che risale alle origini. Fin d’allora si è stati piuttosto
rissosi. Nei primi grandi Concili della nostra storia, da dove deriviamo le
formulazioni più importanti della nostra fede, i sant’uomini ivi convenuti
arrivarono alle mani. E ora le celebrazioni per i primi cinque anni del
ministero di papa Francesco ci rimandano una Chiesa profondamente divisa. Una
frattura che non è di oggi, ma viene da
molto lontano, anche se in genere non se ne manifesta consapevolezza. Su
questa storia si sorvola nella formazione di base, si preferisce proporre l’idea
di comunità religiose in continuità d’intenti e concezioni dalle origini, in
lotta solo con un mondo irreligioso, ostile perché irreligioso. Certo:
alcune idee di fondo, alcuni costumi, non sono cambiati del tutto. Ma molto
altro lo è. Ciò che sembra veramente rimasto costante nei secoli è costituito
dalla tendenza alla divisione e allo scontro violento in religione. Ecco, di nuovo, il
paradosso.
Alcuni dicono che occorra essere profondi teologi, sapienti eruditi, per
trovare nella fede quella verità che consente di uscire da questa situazione.
Altri, osservando le divisioni provocate dalle controversie teologiche,
preferiscono un’altra strada, cominciare con il fare del bene agli altri e con
il sopportarli in ciò che non ci piacciono. E’ scritto che la sapienza vale
poco senza l’agàpe e che, alla fine,
delle cose che rimarranno, la più grande è, appunto, l’agàpe. Ne sperimentiamo gli effetti prima di capire come e perché
funzioni. Il suo effetto è la pace.
Dalle origini sappiamo come fare agàpe.
Essere pazienti e benigni, non essere invidiosi, non vantarsi, non gonfiarsi,
non mancare di rispetto, non cercare il proprio interesse, non adirarsi, non
tener conto del male ricevuto, non godere dell’ingiustizia, compiacersi della
verità, tutto coprire, tutto sperare, tutto sopportare, sono alcune delle vie.
E poi le opere di misericordia: accogliere, perdonare, confortare, vestire,
sfamare, risanare. La via è quella, ma, al dunque, troviamo sempre buoni motivi
per non andare oltre una cerchia più o meno ristretta, per non superare il
nostro ambiente consueto. Chi è fuori e ci rimane estraneo lo immaginiamo
quindi come ostile, e a volte lo è
veramente. Ma la sfida dell’agàpe è quella dell’amicizia universale: fare del
mondo un’unica famiglia, convertendo i nemici in amici, combattendo l'inimicizia con l'unica arma veramente efficace, l'agàpe vissuta, cercando di vincere il male, l'inimicizia, con il bene. E’ appunto questo l’impegno sociale che immaginarono i
saggi del Concilio Vaticano 2°, negli scorsi anni Sessanta. Ma non era stato
questo, in fondo, anche l’anelito religioso dei secoli precedenti? Lo era
stato, effettivamente, ma erano diversi i
metodi secondo i quali si pensava di costruire questa famiglia universale.
Si pensava che occorresse assimilare e sottomettere. Possiamo riconoscere che è
l’idea di famiglia ad essere cambiata. Da gruppo reso coerente dalla soggezione
ad un maschio dominante, secondo l’antica concezione patriarcale, a comunità
animata da amicizia e rispetto reciproci.
Uno sviluppo che così descrisse Bruno
Secondin nel libro "Messaggio evangelico e culture - problemi e dinamiche della
mediazione culturale", Edizioni Paoline, 1982:
«I valori
culturali non sono degli assoluti. Nel dialogo occorre rispetto reciproco,
donare e ricevere. Non sempre forse è avvenuto così, anche nelle chiese.
Possiamo guardare ai metodi di evangelizzazione missionaria e
scorgervi una evoluzione.
Abbiamo avuto un processo di assimilazione, [inteso come] trapianto totale nella nuova
situazione del modello già costituito altrove. Si pensi ad esempio
all'evangelizzazione delle Americhe.
Una
tappa successiva è stato il processo di adattamento, [vale a dire] il processo di accostamento di
un modello culturale ad alcuni elementi di linguaggio, di sensibilità, di
espressione simbolica di un'altra cultura. E' il processo classico e il
concetto di missione fino quasi ai nostri tempi.
Si è
parlato ancora di acculturazione,
[intendendo] il confronto tra cultura e cultura, lo scambio di beni, modelli,
istituzioni in una osmosi bilaterale. E' questo il processo in atto nella
pastorale italiana postconcilare.
Si
perla da un po' di tempo anche di inculturazione,
[intendendo] l'immissione del seme evangelico in una determinata cultura, [per]
rifondare la stessa cultura, illuminandola dall'interno.
Inculturazione [è] un neologismo usato ufficialmente nei
documenti della chiesa forse per la prima volta nel Messaggio a Popolo di Dio" del Sinodo dei Vescovi del 1977. Il
messaggio e la fede cristiana devono tendere a "contestualizzarsi" , a fermentare e trasformare la
situazione "locale". [Il concetto di] inculturazione si pone ai confini
tra scienze antropologiche e scienze teologiche. "Enculturazione" i veniva in genere chiamato dagli
antropologi il processo di inserimento e
crescita di un individuo in una data cultura, attraverso varie fasi di
apprendimento e di corresponsabilizzazione. Per analogia alcuni missionari
hanno cominciato a chiamare con il termine "inculturazione" il rapporto vitale tra messaggio cristiano e
culture quando esso si sviluppa nella linea di un vitale e progressivo
inserimento e di profonda fecondazione. Questa riflessione teologica [si è]
sviluppata primariamente nelle zone di missione [e] si riferisce anzitutto
all'esperienza di chiese locali.
"La
chiesa locale è una chiesa incarnata in un popolo, una chiesa indigena e
integrata in una cultura. E questo
significa una chiesa in continuo, umile e amorevole dialogo con le tradizioni
vive, le culture, le religioni, in breve con tutte le realtà di vita del
popolo" [da un documento del Sinodo dei vescovi dell'Asia, del 1974].
L'inculturazione del Vangelo non è mai
finita, perché la cultura è una realtà vivente e in evoluzione. Ciò comporta
ovviamente individuare la diversità delle fasi, quella del prima apprendimento
che è più passiva e quelle ulteriori che vedono in gioco anche la capacità di
una partecipazione attiva. Ma il tutto avviene in modo preminente a livello delle chiese locali, e si deve
evitare di stabilire modelli e processi
a priori uniformi, come appunto invitano ad imparare non solo la storia del
passato, ma anche le attuali esperienze delle chiese nei vari continenti.
V'è in
atto una feconda stagione di riplasmazione culturale di una chiesa forzatamente
monoacculturata: [essa] esige pazienza e rispetto per un pluralismo che è segno
di una cattolicità viva e reale. Anche per noi europei e italiani [è] urgente
uno sforzo di "re-inculturazione"
della fede nel genio e nel sistema
dei valori del nostro popolo.
Occorre uno sforzo per integrarsi e per
integrare il Vangelo in un paese, in una lingua, in una vita che in buona parte
si sono fatti per noi e per la fede cristiana estranei. Occorre ripensare il
messaggio e i valori evangelici all'interno dei dinamismi propri della nostra
cultura.
In
questi tempi di fuga nel privato e
nell'egoismo di massa, bisogna scoprire di nuovo la forza di comunione del
Vangelo.
Non
[si tratta] di piantare alberi, ma di gettare semi. E' nascondere un pugno di
lievito nella pasta per farla fermentare. E' nella carne della chiesa locale,
della comunità particolare, che il Vangelo va seminato e nascosto.
Tutto
questo comporta un processo collettivo
e individuale, una discrezione prudente, una apertura interiore capace di
umiltà e fiducia. C'è bisogno di lunga pazienza nel cercare [gli] elementi e
[i] valori evangelici che ogni cultura possiede. Si richiede audacia, umiltà
[e] passione per la comunione. La fede [allora]
darà forma alla realtà umana e sociale, trasformandola alla luce del
Vangelo in un lungo processo di tentativi e di seminagioni, che impegneranno
generazioni.»
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli