martedì 13 marzo 2018

Il paradosso della fede nell’agàpe che divide


Il paradosso della fede nell’agàpe  che divide

  La nostra è la fede nell’agàpe, perché, è scritto, il Fondamento è agàpe. L’agàpe  rimanda all’immagine di un lieto convito in cui nessuno è escluso e ce n’è per tutti. E’ soprannaturale, perché in natura non c’è. La natura è violenza e sopraffazione, lotta di tutti contro tutti e nessuno scampa, anche il forte del momento soccomberà. E’ una dura legge, che però vorremmo che non fosse la legge dell’umano. La nostra fede ci conforta che è possibile, agli umani, essere diversi. Ma lo è veramente? Di fatto ci siamo combattuti anche per motivi di fede. E continuiamo a farlo, su piccola e su grande scala. E’ un paradosso, vale a dire una realtà della fede vissuta che contraddice quanto della fede si dice.  E’ una situazione che risale alle origini. Fin d’allora si è stati piuttosto rissosi. Nei primi grandi Concili della nostra storia, da dove deriviamo le formulazioni più importanti della nostra fede, i sant’uomini ivi convenuti arrivarono alle mani. E ora le celebrazioni per i primi cinque anni del ministero di papa Francesco ci rimandano una Chiesa profondamente divisa. Una frattura che non è di oggi, ma viene da  molto lontano, anche se in genere non se ne manifesta consapevolezza. Su questa storia si sorvola nella formazione di base, si preferisce proporre l’idea di comunità religiose in continuità d’intenti e concezioni dalle origini, in lotta solo con un mondo  irreligioso, ostile perché irreligioso. Certo: alcune idee di fondo, alcuni costumi, non sono cambiati del tutto. Ma molto altro lo è. Ciò che sembra veramente rimasto costante nei secoli è costituito dalla tendenza alla divisione e allo scontro violento in religione. Ecco, di nuovo, il paradosso.
  Alcuni dicono che occorra essere profondi teologi, sapienti eruditi, per trovare nella fede quella verità che consente di uscire da questa situazione. Altri, osservando le divisioni provocate dalle controversie teologiche, preferiscono un’altra strada, cominciare con il fare del bene agli altri e con il sopportarli in ciò che non ci piacciono. E’ scritto che la sapienza vale poco senza l’agàpe e che, alla fine, delle cose che rimarranno, la più grande è, appunto, l’agàpe. Ne sperimentiamo gli effetti prima di capire come e perché funzioni. Il suo effetto è la pace.
  Dalle origini sappiamo come fare agàpe. Essere pazienti e benigni, non essere invidiosi, non vantarsi, non gonfiarsi, non mancare di rispetto, non cercare il proprio interesse, non adirarsi, non tener conto del male ricevuto, non godere dell’ingiustizia, compiacersi della verità, tutto coprire, tutto sperare, tutto sopportare, sono alcune delle vie. E poi le opere di misericordia: accogliere, perdonare, confortare, vestire, sfamare, risanare. La via è quella, ma, al dunque, troviamo sempre buoni motivi per non andare oltre una cerchia più o meno ristretta, per non superare il nostro ambiente consueto. Chi è fuori e ci rimane estraneo lo immaginiamo quindi come ostile, e a volte lo  è veramente. Ma la sfida dell’agàpe  è quella dell’amicizia universale: fare del mondo un’unica famiglia, convertendo i nemici in amici, combattendo l'inimicizia con l'unica arma veramente efficace, l'agàpe vissuta, cercando di vincere il male, l'inimicizia, con il bene. E’ appunto questo l’impegno sociale che immaginarono i saggi del Concilio Vaticano 2°, negli scorsi anni Sessanta. Ma non era stato questo, in fondo, anche l’anelito religioso dei secoli precedenti? Lo era stato, effettivamente, ma erano diversi i  metodi secondo i quali si pensava di costruire questa famiglia universale. Si pensava che occorresse assimilare e sottomettere. Possiamo riconoscere che è l’idea di famiglia ad essere cambiata. Da gruppo reso coerente dalla soggezione ad un maschio dominante, secondo l’antica concezione patriarcale, a comunità animata da amicizia e rispetto reciproci.
 Uno sviluppo che così descrisse Bruno Secondin  nel libro "Messaggio evangelico e culture - problemi e dinamiche della mediazione culturale", Edizioni Paoline, 1982:

«I valori culturali non sono degli assoluti. Nel dialogo occorre rispetto reciproco, donare e ricevere. Non sempre forse è avvenuto così, anche nelle chiese.
 Possiamo guardare  ai metodi di evangelizzazione missionaria e scorgervi una evoluzione.
 Abbiamo avuto un processo di assimilazione,  [inteso come] trapianto totale nella nuova situazione del modello già costituito altrove. Si pensi ad esempio all'evangelizzazione delle Americhe.
 Una tappa successiva è stato il processo di adattamento,  [vale a dire] il processo di accostamento di un modello culturale ad alcuni elementi di linguaggio, di sensibilità, di espressione simbolica di un'altra cultura. E' il processo classico e il concetto di missione fino quasi ai nostri tempi.
 Si è parlato ancora di acculturazione, [intendendo] il confronto tra cultura e cultura, lo scambio di beni, modelli, istituzioni in una osmosi bilaterale. E' questo il processo in atto nella pastorale italiana postconcilare.
 Si perla da un po' di tempo anche di inculturazione, [intendendo] l'immissione del seme evangelico in una determinata cultura, [per] rifondare la stessa cultura, illuminandola dall'interno.
 Inculturazione  [è] un neologismo usato ufficialmente nei documenti della chiesa forse per la prima volta nel Messaggio a Popolo di Dio" del Sinodo dei Vescovi del 1977. Il messaggio e la fede cristiana devono tendere a "contestualizzarsi" , a fermentare e trasformare la situazione  "locale". [Il concetto di] inculturazione si pone ai confini tra scienze antropologiche e scienze teologiche. "Enculturazione" i veniva in genere chiamato dagli antropologi  il processo di inserimento e crescita di un individuo in una data cultura, attraverso varie fasi di apprendimento e di corresponsabilizzazione. Per analogia alcuni missionari hanno cominciato a chiamare con il termine "inculturazione" il rapporto vitale tra messaggio cristiano e culture quando esso si sviluppa nella linea di un vitale e progressivo inserimento e di profonda fecondazione. Questa riflessione teologica [si è] sviluppata primariamente nelle zone di missione [e] si riferisce anzitutto all'esperienza di chiese locali.
"La chiesa locale è una chiesa incarnata in un popolo, una chiesa indigena e integrata in una cultura.  E questo significa una chiesa in continuo, umile e amorevole dialogo con le tradizioni vive, le culture, le religioni, in breve con tutte le realtà di vita del popolo" [da un documento del Sinodo dei vescovi dell'Asia, del 1974].
 L'inculturazione del Vangelo non è mai finita, perché la cultura è una realtà vivente e in evoluzione. Ciò comporta ovviamente individuare la diversità delle fasi, quella del prima apprendimento che è più passiva e quelle ulteriori che vedono in gioco anche la capacità di una partecipazione attiva. Ma il tutto avviene in modo preminente  a livello delle chiese locali, e si deve evitare di stabilire modelli  e processi a priori uniformi, come appunto invitano ad imparare non solo la storia del passato, ma anche le attuali esperienze delle chiese nei vari continenti.
 V'è in atto una feconda stagione di riplasmazione culturale di una chiesa forzatamente monoacculturata: [essa] esige pazienza e rispetto per un pluralismo che è segno di una cattolicità viva e reale. Anche per noi europei e italiani [è] urgente uno sforzo di "re-inculturazione" della fede  nel genio e nel sistema dei valori del nostro popolo.
 Occorre uno sforzo per integrarsi e per integrare il Vangelo in un paese, in una lingua, in una vita che in buona parte si sono fatti per noi e per la fede cristiana estranei. Occorre ripensare il messaggio e i valori evangelici all'interno dei dinamismi propri della nostra cultura.
 In questi tempi di fuga nel privato e nell'egoismo di massa, bisogna scoprire di nuovo la forza di comunione del Vangelo.
 Non [si tratta] di piantare alberi, ma di gettare semi. E' nascondere un pugno di lievito nella pasta per farla fermentare. E' nella carne della chiesa locale, della comunità particolare, che il Vangelo va seminato e nascosto.
 Tutto questo comporta un processo collettivo e individuale, una  discrezione  prudente, una apertura interiore capace di umiltà e fiducia. C'è bisogno di lunga pazienza nel cercare [gli] elementi e [i] valori evangelici che ogni cultura possiede. Si richiede audacia, umiltà [e] passione per la comunione. La fede [allora]  darà forma alla realtà umana e sociale, trasformandola alla luce del Vangelo in un lungo processo di tentativi e di seminagioni, che impegneranno generazioni.»
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli