Il
bene anonimo
Quando si discute tra noi, a volte si
accendono antiche polemiche. Ad esempio: che valore hanno le nostre opere? Su questo tema ci si divise
aspramente nel Cinquecento. Nel 1999 la frattura fu ufficialmente ricomposta:
plenipotenziari religiosi firmarono ad Augsburg, l’antica Augusta, una solenne dichiarazione in tal senso. La notizia non
sembra però essere circolata tra i fedeli, tanto che sull’argomento ancora ci
si divide. Nella stessa città, quattro secoli prima, era stato concluso un altro, precedente, accordo di
pace per un conflitto scoppiato anche sullo stesso tema, ma anche allora, più che altro, si raggiunse un
armistizio, una provvisoria sospensione delle ostilità. Si decise che fosse la politica a decidere da che parte si dovesse stare, a seconda del sovrano che si aveva, della sua fede. La pace non aveva veramente coinvolto le coscienze. Conflitti atroci ne seguirono, ad un secolo di distanza. Sembrò, quindi, che fosse questione di
vita o di morte e si cercò di aver ragione con le armi dei dissenzienti. Oggi, da noi, non si uccide più per divergenze simili, perché i costumi democratici hanno
disarmato le religioni, le hanno private dei loro boia: ci si continua ad
accapigliare, ma ci si fa meno male. L’oggetto del contendere è stabilire
chi è dentro e chi è fuori. E tutto il
gran parlare chi si fa, in religione, di amore
non è mai stato di ostacolo. C'entra la politica, naturalmente, perché la teologia, questa volta, ha messo pace. E' successo quando si è presa sul serio la religione e, in particolare la faccenda dell'amore-agàpe, quindi delle opere, innanzi tutto considerando un male la divisione e l'esclusione reciproche su base religiosa.
Le opere sono le azioni buone che uno fa: ad esempio,
soccorrere un ferito per strada. Sono gradite al Cielo, e quanto? Se uno, in
vita, le fa, può essere sicuro di avere in eterno, dopo morto, una migliore
sistemazione, ciò che si definisce vita beata? O è necessario qualcosa di
più, ad esempio il dirsi credente in certe realtà soprannaturali, o
addirittura essere riconosciuto come tale da una qualche autorità?
La questione è diversa da quella delle
mancanze gravi che, ci è stato insegnato, possono pregiudicare il nostro destino soprannaturale: qui infatti
si discute di azioni buone, di che fare di gente che fa il bene.
Se una persona è onesta, è non è facile
rimanerlo sempre, potrebbe pensare che non occorra di più. Questo potrebbe
creare qualche problema ad una organizzazione religiosa complessa, e costosa,
come la nostra. Non è che poi ci si potrebbe arrivare a convincere che essa potrebbe diventare, tutto sommato, ad un certo
punto, inutile? Dico, progredendo l’onestà nella società (il che per ora non
appare). Allora, per scongiurarlo, si
può pensare di stimolare l’adesione esplicita della gente alla fede
prospettandole il peggio, se non si lascia inquadrare tra i credenti
riconosciuti, “certificati” per così dire.
Tuttavia ci viene anche insegnato che l’adesione
fondata solo o prevalentemente sulla paura del peggio va migliorata. E che
rimanere nell'esteriorità non basta. Infatti ci si può dire, si può arrivare a sembrare, ma non essere veramente in un certo
modo. E anche il riconoscimento sociale può essere viziato, perché si può
riuscire a fare, come dire, carte false,
ad ingannare l’autorità che deve certificare. Accade quando si è cattivi,
perché si desiderano cose cattive e si progettano e fanno azioni cattive, ma in
società si appare buoni.
La situazione opposta è quando si è buoni,
ma si appare cattivi. Per gli antichi filosofi greci questo era il culmine
della bontà. Vi si è visto una profezia sul nostro Maestro, il quale, appunto,
essendo buono fu giustiziato da malfattore, subendo un tremendo supplizio, lui,
l’agnello. E’ così che, pensiamo in
religione, ci aprì le porte del Cielo, che ci era stato negato per il peccato
dei progenitori.
Ma il buono non certificato, colui che fa il
bene ma senza essere persuaso della nostra fede e non si lascia riconoscere
come credente, lo possiamo per ciò solo inserire tra i malvagi, come quello che fa il male, e destinare al fuoco eterno,
secondo l’immagine biblica del destino dei cattivi irriducibili? E’ questione
sulla quale ancora si discute in teologia. In merito si sta studiando, nella
nostra confessione, in un apposito organismo che è la Commissione teologica internazionale. Ci si va cauti, perché si
vorrebbe pensare qualcosa di nuovo, ma c’è da fare i conti con un’ingombrante
tradizione, nella quale però non tutto è da buttare, anche se,
complessivamente, ha originato molto male.
Poi c’è chi spizzica teologia qua e là e in
questo modo, sbrigativamente, giunge a certezze che i sapienti non hanno o non
hanno più, e poi taglia i panni addosso alla gente, anticipando, per così
dire, il giudizio finale. La teologia degli incolti non fa bene alla loro fede. Fondamentalisti
e integralisti sembrano
passare gran parte del loro tempo in occupazioni del genere, in questo tipo di
ragionamenti, a cui poi seguono vie di fatto, in particolare i tentativi di
esclusione in danno di chi, per loro, non si salva. I fondamentalisti
rifiutano di accettare l’evoluzione
della cultura religiosa, gli integralisti temono la contaminazione culturale. Entrambi sono reazionari, perché ritengono
che le novità siano cattive, che il presente contenga troppi compromessi e
pensano che si debba in qualche modo tornare indietro, correggendo le
concezioni e i costumi della gente. A chi vorrebbe assecondare quel moto del far
nuove tutte le cose e dell’abbandonare
il mondo di prima, secondo la
prefigurazione biblica, la grande visione universale che troviamo alla fine
delle nostre Scritture, obiettano che è molto pericoloso spingersi troppo in là. Sono cose che ci
verranno dall’alto alla fine dei tempi: per adesso il nuovo contiene troppe
insidie. Per loro è molto importante
distinguere, nel gregge, quelli che tendono a cambiare, sollecitati da ciò che
si muove loro intorno, e correggerli, riportandoli all’ovile, allontanandoli se
insistono. Siano anatema i dissenzienti ostinati, come si
decideva nei Concili tenuti fino al 1870: siano esclusi e condannati.
Condannati innanzi tutto all’esclusione, che vale in Terra e in Cielo, qui tra
noi e nella vita di poi.
Al fondamentalismo e all’integralismo si
oppone la via della cultura della mediazione, di chi dà valore al bene che
incontra in società, anche se non certificato
come religioso.
In realtà la questione può essere posta in
altri termini. Chi decide che cosa è
bene e che cosa è male? E’ necessario che il bene sia colorato religiosamente per
essere veramente bene? E il bene è innanzi tutto qualcosa come la dottrina? E’,
infine, veramente possibile distinguere, e addirittura contrapporre, l’annuncio delle convinzioni di fede dal bene, in particolare da come ci si comporta in società, verso gli altri? E nell’annuncio si deve tener conto anche di come è fatto chi
ascolta, dell’ambiente sociale in cui cadono le nostre parole di fede?
Se noi consideriamo il bene solo come prezzo
per essere accettati dal Cielo e ammessi alla vita eterna ci muoviamo in una
prospettiva un po’ troppo egoistica, per una fede che dà molto valore all’agàpe, alle relazioni benevole,
misericordiose, con gli altri, come accade in un lieto convito in cui nessuno è
escluso e ce n’è per tutti.
L’esempio del Maestro ci può convincere che
il bene-agàpe, le opere, ciò che si fa agli altri, è innanzi tutto, esso stesso, un linguaggio, è l’annuncio. Esso supera,
con i fatti, la comunicazione di parole e concetti, la prepara, la agevola, la conferma. E’
per questo che siamo spinti dalla dottrina sociale a occuparci della società
intorno a noi per trasformarla. Il bene è un linguaggio universale, che
chiunque intende. E’ l’anticipazione del mondo nuovo immaginato dalla fede, quello
che supera il nostro complessivamente deludente presente. Esso redime le nostre
chiacchiere, con le quali cerchiamo di rappresentare realisticamente la fede, e
fa apparire credibile ciò che, con le parole, annunciamo. Per quanto ci
sforziamo, il soprannaturale rimane indicibile, ma nella misericordia lo si può
intravvedere. E, allora, l’agàpe che include, soccorre, conforta, in tutti in
modi in cui ne ha bisogno l’essere umano, sembra valere più di tante parole, e
senza di essa la breccia che queste ultime aprono nei cuori si richiude presto.
La fede ci spinge a ritenerla possibile su scala molto ampia, addirittura
globale; fondamentalismi e integralismi sono
meno fiduciosi e la pensano realizzabile in concreto solo su scala molto più piccola,
tra adepti certificati e controllati. Ma come la mettiamo con la convinzione
religiosa che, addirittura, come è scritto, il Fondamento sia agàpe?
Perché si arriva a dare il meglio di sé per
gli altri anche se, ancora, non lo si vuole o non lo si sa colorare
religiosamente? E’ per soddisfazione personale, egoistica, e quindi non ha
valore religioso, come sostengono fondamentalisti e integralisti? Eppure… «Un samaritano che
era in viaggio gli passò accanto e ne ebbe compassione». Non è vero che siamo stati esortati a fare
come lui, che ai suoi tempi era certificato come diverso dal punto di vista religioso? L’agàpe supera l’inimicizia,
trasforma il mondo. Di generazione in generazione occorre ripeterlo, anche se
è, tra noi, una realtà evidente, che ci si impone prima di qualsiasi parola. La
impariamo prima di saper intendere le parole, dai gesti delle madri.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in san Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli