sabato 17 febbraio 2018

Primo incontro in parrocchia sulle malattie dell’anima

Primo incontro in parrocchia sulle malattie dell’anima

  Ieri sera in parrocchia si è tenuto il primo incontro di Quaresima sulle malattie dell’anima. Si proseguirà ogni venerdì di Quaresima alle 20:30. Si è cominciato nella chiesa parrocchiale con una meditazione del sacerdote su questo brano dell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium – La gioia del Vangelo:

53. Così come il comandamento “non uccidere” pone un limite chiaro per assicurare il valore della vita umana, oggi dobbiamo dire “no a un’economia dell’esclusione e della inequità”. Questa economia uccide. Non è possibile che non faccia notizia il fatto che muoia assiderato un anziano ridotto a vivere per strada, mentre lo sia il ribasso di due punti in borsa. Questo è esclusione. Non si può più tollerare il fatto che si getti il cibo, quando c’è gente che soffre la fame. Questo è inequità. Oggi tutto entra nel gioco della competitività e della legge del più forte, dove il potente mangia il più debole. Come conseguenza di questa situazione, grandi masse di popolazione si vedono escluse ed emarginate: senza lavoro, senza prospettive, senza vie di uscita. Si considera l’essere umano in se stesso come un bene di consumo, che si può usare e poi gettare.

 Siamo stati invitati a individuare in noi l’indifferenza che porta all’esclusione e a fare propositi per migliorare.
 Il male dell’indifferenza e dell’esclusione può manifestarsi anche in ambienti religiosi, nella diffidenza verso persone che appartengono ad altri gruppi e  che seguono una diversa spiritualità.
  Si è poi proseguito in incontri per piccoli gruppi che avevano assegnato il compito di discutere sui temi proposti e di  scrivere una sintesi del dibattito. Questo lavoro verrà poi raccolto a livello diocesano e presentato al Papa.
  Nel gruppo a cui ho partecipato si è manifestata una certa difficoltà ad aver consapevolezza del carattere sociale del peccato di esclusione e del fatto che siamo tutti partecipi e quindi responsabili, in quanto consumatori, lavoratori, contribuenti, beneficiari di servizi e provvidenze sociali, dell’economia che produce inequità [neologismo dallo spagnolo che significa: diseguaglianza ingiusta].
 Si è sentita l’influenza della cattiva propaganda politica di oggi. Si è manifestato un certo disagio a pensare a correttivi sociali di cui possano beneficiare certe categorie di emarginati, in particolare gli africani e gli zingari poveri che vediamo nelle strade del nostro quartiere chiedere l’elemosina o rovistare nei cassonetti dell’immondizia per recuperare cose che abbiamo buttato e che, evidentemente, a qualcuno possono ancora servire.
  E’ emerso che l’assistenza agli anziani  parzialmente o non più autosufficienti, che tendono a finire in solitudine, è un grave peso per molte famiglie e non di rado cade su figli loro stessi ormai nella terza età e già onerati dell’assistenza dei loro figli.
 Le leggi e le istituzioni tendono a venire sentite come ostili, da una parte perché non danno a sufficienza una mano e dall’altra perché non escludono e rimuovono la gente verso la quale si prova avversione e sospetto per vari motivi.
 Prendendo spunto da un  fatto di cronaca, il crollo di una strada pubblica in un quartiere romano, ho fatto notare che la gente che si era trovata improvvisamente senza casa era stata assistita e varie istituzioni, primi i Vigili del fuoco, erano corse in loro soccorso. Tutti hanno avuto un alloggio provvisorio, in attesa di poter rientrare a casa propria dopo le verifiche statiche. Questo è ciò che vogliono le leggi vigenti. Sono norme informate ad  elevati principi morali e non sempre la società ne appare all’altezza.  Derivano dall’affermarsi dei processi democratici, per cui si è cominciato a tenere sempre più conto del bene comune. Il nostro problema di oggi è di mantenerle vive e di applicarle alla nuova gente che è arrivata. C’è chi ne sta diventando insofferente e spinge a discorsi francamente razzisti, ai quali la gente a volte cede, anche se non sempre consapevole della loro reale, e peccaminosa, natura. In un mondo globalizzato, in cui il nostro benessere, molto più che in altri tempi, dipende anche da quello che succede in Paesi lontani, dai quali arrivano le materie prime e moltissimi oggetti di uso comune, non è più una soluzione valida rinchiudersi in piccole patrie.
  Negli anni ’30 i cattolici italiani, salvo minoranze, in fondo non videro un vero problema religioso nel razzismo contro gli ebrei. Ai tempi nostri accade qualcosa di analogo nei confronti degli stranieri rifugiati da nazioni sventurate, colpite da catastrofi molto maggiori del crollo dell’altro giorno in città: “grandi masse di popolazione si vedono escluse ed emarginate: senza lavoro, senza prospettive, senza vie di uscita”,  ha scritto il Papa. Siamo riluttanti ad occuparcene. Il mondo intero non è sentito come una casa comune. Noi europei, in questo scenario, siamo quelli che danno le regole economiche che a livello globale producono esclusione, siamo dalla parte dei padroni del mondo. Siamo noi che facciamo le parti e che decidiamo chi si salva e chi muore.  E’ difficile accettarlo per chi si confina nel proprio particolare, perdendo di vista la società. Allora ci immaginiamo molto più poveri e bisognosi di come realmente siamo. Ma siamo anche portati ad accettare l’idea, proposta in società dai più ricchi,  che i poveri si  meritino  di essere tali, e che per essere diventati così qualcosa di sbagliato abbiano pur fatto. Così facendo  diamo credito a chi si propone di togliere le reti di protezioni sociali che potrebbero fare comodo anche a noi.
  In definitiva mi è parso che nella discussione nel gruppo ristretto di riflessione abbiamo avuto difficoltà a fare autocritica, che è alla base di ogni processo di conversione. Ma siamo solo all’inizio del percorso di Quaresima.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro,Valli