mercoledì 21 febbraio 2018

Non più guerra tra noi

Non più guerra tra noi

Il prossimo venerdì, il 23 febbraio, alla 20:30, in parrocchia, con inizio in chiesa, si terrà il secondo degli incontri di riflessione comunitaria alla luce del Convegno Diocesano del 2017. Il tema sarà No alla guerra tra noi. Ci viene proposto per la meditazione il brano che segue dell’esortazione apostolica La gioia del Vangelo - Evangelii Gaudium, del 2013, che è stata considerata il documento programmatico del papato di papa Francesco:

No alla guerra tra di noi
98. All’interno del Popolo di Dio e nelle diverse comunità, quante guerre! Nel quartiere, nel posto di lavoro, quante guerre per invidie e gelosie, anche tra cristiani! La mondanità spirituale porta alcuni cristiani ad essere in guerra con altri cristiani che si frappongono alla loro ricerca di potere, di prestigio, di piacere o di sicurezza economica. Inoltre, alcuni smettono di vivere un’appartenenza cordiale alla Chiesa per alimentare uno spirito di contesa. Più che appartenere alla Chiesa intera, con la sua ricca varietà, appartengono a questo o quel gruppo che si sente differente o speciale.
99. Il mondo è lacerato dalle guerre e dalla violenza, o ferito da un diffuso individualismo che divide gli esseri umani e li pone l’uno contro l’altro ad inseguire il proprio benessere. In vari Paesi risorgono conflitti e vecchie divisioni che si credevano in parte superate. Ai cristiani di tutte le comunità del mondo desidero chiedere specialmente una testimonianza di comunione fraterna che diventi attraente e luminosa. Che tutti possano ammirare come vi prendete cura gli uni degli altri, come vi incoraggiate mutuamente e come vi accompagnate: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,35). È quello che ha chiesto con intensa preghiera Gesù al Padre: «Siano una sola cosa … in noi … perché il mondo creda» (Gv 17,21). Attenzione alla tentazione dell’invidia! Siamo sulla stessa barca e andiamo verso lo stesso porto! Chiediamo la grazia di rallegrarci dei frutti degli altri, che sono di tutti.
100. A coloro che sono feriti da antiche divisioni risulta difficile accettare che li esortiamo al perdono e alla riconciliazione, perché pensano che ignoriamo il loro dolore o pretendiamo di far perdere loro memoria e ideali. Ma se vedono la testimonianza di comunità autenticamente fraterne e riconciliate, questa è sempre una luce che attrae. Perciò mi fa tanto male riscontrare come in alcune comunità cristiane, e persino tra persone consacrate, si dia spazio a diverse forme di odio, divisione, calunnia, diffamazione, vendetta, gelosia, desiderio di imporre le proprie idee a qualsiasi costo, fino a persecuzioni che sembrano una implacabile caccia alle streghe. Chi vogliamo evangelizzare con questi comportamenti?
101. Chiediamo al Signore che ci faccia comprendere la legge dell’amore. Che buona cosa è avere questa legge! Quanto ci fa bene amarci gli uni gli altri al di là di tutto! Sì, al di là di tutto! A ciascuno di noi è diretta l’esortazione paolina: «Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene» (Rm 12,21). E ancora: «Non stanchiamoci di fare il bene» (Gal 6,9). Tutti abbiamo simpatie ed antipatie, e forse proprio in questo momento siamo arrabbiati con qualcuno. Diciamo almeno al Signore: “Signore, sono arrabbiato con questo, con quella. Ti prego per lui e per lei”. Pregare per la persona con cui siamo irritati è un bel passo verso l’amore, ed è un atto di evangelizzazione. Facciamolo oggi! Non lasciamoci rubare l’ideale dell’amore fraterno!

 La litigiosità sociale è un fatto naturale, dipende da come siamo fatti. La si osserva anche nelle altre comunità di primati, i viventi di cui noi esseri umani siamo considerati, da punto di vista biologico, una specie.
  Creiamo delle società che ci sono utili, ma vogliamo prevalere in esse, in modo che ci siano più utili che ad altri. Ognuno è più debole in certe fasi della sua vita, in genere all’inizio e verso la fine, la sua capacità di influenza sociale non rimane sempre la stessa e poi, di generazione in generazione, e anche da fuori, arriva gente nuova: ragionando su grandi numeri, si capisce quindi che questo rende instabili le nostre società. Il diritto e le istituzioni cercano di rimediare e fino ad un certo punto ci riescono. Tuttavia nella storia osserviamo che anch’essi sono cambiati. Nessuna istituzione sociale è rimasta la stessa dalle origini, che si perdono nella notte dei tempi, in epoche delle quali sappiamo poco perché risalgono a quando le culture umane non producevano ancora memoria storica. Tendiamo ad averne una visione mitologica e in molti miti sulle origini troviamo narrate liti omicide.
 Il mito è una narrazione di tipo simbolico, che non rappresenta esattamente i fatti come sono andati ma il loro senso complessivo, accompagnata da molte emozioni, al modo in cui una colonna sonora accompagna le immagini in un film. E’ questo il principale strumento cognitivo degli individui umani. Ciascuno, in questo quadro, ragiona come un dio, inconsapevole dei propri limiti individuali. Ognuno, inconsapevolmente, si pensa come immortale e onnipotente. Questa è l’origine delle religioni. Ma anche altri aspetti sociali sono permeati da questo modo di ragionare e, in particolare, lo è la politica, secondo la quale sono rette e organizzate le società civili. Il ragionare come dei esaspera i conflitti. Tutto ciò rende possibile trovare ai vertici supremi persone incolte, irrazionali, aggressive ed emotivamente instabili, ma che funzionano bene, come riferimenti sociali, nel campo del mito e delle emozioni. Infatti, per nostri limiti cognitivi di specie, per come siamo fatti dentro, le masse ci sfuggono, non possiamo rappresentarcele mentalmente, ci appaiono indistinte, magmatiche, prive di chiare connotazioni,  così come accade per la morte: viviamo costantemente immersi in piccoli gruppi, in scenari limitati,  quindi abbiamo necessità di organizzarci socialmente in massa, per avere ragione della complessità sociale di un mondo che ora comprende circa otto miliardi di individui,  prendendo come riferimento certe persone che assumono contorni mitologici, e che diciamo dotate di carisma, proprio per la loro capacità di attrarre l’attenzione sociale.
  Crescendo la complessità e la potenza delle società umane e il numero di individui la cui vita dipende da esse è molto aumentato il costo in vite umane dei contrasti sociali. Le guerre sociali e il crollo di sistemi sociali fanno molte vittime. Fin dall’antichità si è quindi presa consapevolezza della litigiosità sociale come di un male e della pace sociale come di un bene.
     La via seguita fin dall’antichità per pacificare le società è stata quella di istituire un potere prevalente e di tipo paterno, quindi non esclusivamente egoistico. La concezione del re come padre  del suo popolo è molto radicata e ancora presente nelle immagini contemporanee del potere. In questa visione il conflitto sociale è moderato perché il potere supremo, affermandosi, limita ogni altro potere nelle sue ambizioni, prospettive e potenzialità distruttive ed esso stesso è limitato dalla sua vocazione paterna. La stabilità sociale dipende da quella del potere supremo che, per questo, si tende a sacralizzare, vale a dire a collegare con concezioni religiose, presentandolo come voluto da un dio.
  Più recentemente si è affermata la via democratica che consiste nel porre dei limiti ad ogni potere, anche a quello delle masse  come istituzione suprema. Limiti di durata e di intensità. Si cerca di rendere stabile questo sistema di limiti collegandolo alla visione religiosa dell’individuo come portatore di diritti fondamentali incomprimibili, quindi come  persona. Il conflitto sociale non è abolito, ma regolato in modo che non sia distruttivo. In questo modo le società evolvono ma senza crollare. Si supera così il problema della concezione paterna  del potere supremo, che si esprime in dinastie regnanti, che rende possibile l’evoluzione sociale solo mediante il rovesciamento violento dei potenti dai troni, e quindi per mezzo di ciclici accessi di violenza rivoluzionaria.
  Anche le religioni, come ogni altra istituzione sociale, sono state coinvolte nei conflitti e, anzi, ne hanno promossi di molto intensi, crudeli e costosi in termini di vite umane. Anche la nostra, basata sul principio dell’agàpe, della condivisione misericordiosa delle risorse. Questo perché sono fatti sociali, quindi umani, quindi, in quanto umani, instabili e pervase dal conflitto. La sacralizzazione del potere al loro interno è molto forte e questo rende spesso irriducibili i contrasti.
  La via seguita nella nostra confessione per la pacificazione religiosa è ancora quella paterna. Più di recente si vanno affermando con molta difficoltà e prevalentemente in ambito laicale processi democratici. Ci si divide e si lotta per ogni cosa, su piccola e grande scala. La desacralizzazione sociale prodotta dai processi politici democratici rende molto meno distruttivi questi contrasti, che però rimangono. Il papato è il principale oggetto della contesa: ciascuna fazione tende a insediare un papa proprio, come accadeva a Roma nel Medioevo e nel Rinascimento. Il conflitto si colora teologicamente: ciascuno è convinto di fare la volontà divina. Su grande scala gli orientamenti che ai tempi nostri si combattono sono quelli pro e anti conciliari, riferendosi come discrimine ai principi proclamati nel Concilio Vaticano 2°, svoltosi a Roma tra il 1962 e il 1965. Quel Concilio ha segnato un passaggio di fase storica nell’evoluzione delle nostre istituzioni religiose, ha innescato cambiamenti piuttosto veloci. C’è chi vorrebbe tornare a come si era prima, chi vorrebbe lasciare tutto com’è adesso e chi vorrebbe andare più avanti nell’affermazione di processi e principi democratici: ci sono quindi reazionari, conservatori e riformatori. Questi ultimi osservano che senza un costante processo di riforma la presa sociale della religione nel mondo contemporaneo tende a svanire.  I reazionari obiettano che sono stati proprio i processi di riforma, per loro troppo rapidi e pretestuosi, a  produrre questo risultato. I conservatori, timorosi degli sviluppi di ogni tipo di evoluzione, all’indietro come in avanti, preferirebbero innanzi tutto pacificare, contenere, sopire i contrasti, riportando tutti sotto un’autorità di tipo paterno. Questo orientamento è a lungo prevalso sotto il pontificato di Giovanni Paolo 2°, dal 1978 al 2005, favorito dal grande carisma personale del Papa.
 Nella nostra parrocchia, durante il papato di Giovanni Paolo 2°, è stato tentato per circa un trentennio un esperimento sociale estremo, un monocultura religiosa che mescolava reazione e riforma. Obiettivamente non ha avuto buoni risultati, al di là delle intenzioni e dell’indole dei suoi promotori, persone buone. Si è concluso il 17 ottobre del 2015, con l’insediamento del nuovo parroco, don Remo. Su questo blog potete leggere il resoconto dell’evento. Il nuovo corso ha trovato una comunità profondamente divisa. Si è cercato di rimediare, ma è stato ed è difficile. Molto, anzi moltissimo, è stato fatto. Non si tratta di sopprimere, ma di consentire la convivenza tra persone animate da diverse concezioni e di far emergere ciò che vi è di comune, ed è molto. Deposte le armi ideologiche rimangono persone che cercano sinceramente di essere buone e questo è senz’altro un buon inizio. Ma i contrasti si fanno sentire in particolare intorno alla Settimana Santa, che nel vecchio corso era stata permeata di accentuazioni caratterizzanti molto sensibili. Negli anni scorsi si è combattuta, purtroppo, la battaglia di Pasqua. Chi non ha avuto animo di farsi il sangue cattivo nel periodo più santo dell’anno ha preferito, in fondo, ritirarsi, e io sono tra questi. L’anno scorso ho invocato la presenza del vescovo ausiliare di settore a presiedere la Veglia di Pasqua per aiutarci a recuperare l’unità: è la via dell’autorità paterna. Essa è condizionata dall’essere legata a una sola persona, limitata, che non può essere ovunque e con tutti: è la condizione di fragilità in cui si trova ogni monarchia. Le autorità paterne finiscono in genere per deludere, come ogni padre in fondo. La via più produttiva può essere quella di un recupero di un’unità culturale, che implica conoscersi meglio e capirsi, senza cercare di prevalere e sottomettere. E’ quella che mi pare si stia tentando.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli