Non più guerra tra
noi
Il prossimo venerdì, il 23
febbraio, alla 20:30, in parrocchia, con inizio in chiesa, si terrà il secondo
degli incontri di riflessione comunitaria alla luce del Convegno Diocesano del
2017. Il tema sarà No alla guerra tra
noi. Ci viene proposto per la meditazione il brano che segue dell’esortazione
apostolica La gioia del Vangelo - Evangelii
Gaudium, del 2013, che è stata considerata il documento programmatico del
papato di papa Francesco:
No alla
guerra tra di noi
98. All’interno del Popolo di Dio e
nelle diverse comunità, quante guerre! Nel quartiere, nel posto di lavoro,
quante guerre per invidie e gelosie, anche tra cristiani! La mondanità
spirituale porta alcuni cristiani ad essere in guerra con altri cristiani che
si frappongono alla loro ricerca di potere, di prestigio, di piacere o di
sicurezza economica. Inoltre, alcuni smettono di vivere un’appartenenza
cordiale alla Chiesa per alimentare uno spirito di contesa. Più che appartenere
alla Chiesa intera, con la sua ricca varietà, appartengono a questo o quel
gruppo che si sente differente o speciale.
99. Il mondo è lacerato dalle
guerre e dalla violenza, o ferito da un diffuso individualismo che divide gli
esseri umani e li pone l’uno contro l’altro ad inseguire il proprio benessere.
In vari Paesi risorgono conflitti e vecchie divisioni che si credevano in parte
superate. Ai cristiani di tutte le comunità del mondo desidero chiedere
specialmente una testimonianza di comunione fraterna che diventi attraente e luminosa.
Che tutti possano ammirare come vi prendete cura gli uni degli altri, come vi
incoraggiate mutuamente e come vi accompagnate: «Da questo tutti sapranno che
siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,35).
È quello che ha chiesto con intensa preghiera Gesù al Padre: «Siano una sola
cosa … in noi … perché il mondo creda» (Gv 17,21). Attenzione alla
tentazione dell’invidia! Siamo sulla stessa barca e andiamo verso lo stesso
porto! Chiediamo la grazia di rallegrarci dei frutti degli altri, che sono di
tutti.
100. A coloro che sono feriti da
antiche divisioni risulta difficile accettare che li esortiamo al perdono e
alla riconciliazione, perché pensano che ignoriamo il loro dolore o pretendiamo
di far perdere loro memoria e ideali. Ma se vedono la testimonianza di comunità
autenticamente fraterne e riconciliate, questa è sempre una luce che attrae.
Perciò mi fa tanto male riscontrare come in alcune comunità cristiane, e
persino tra persone consacrate, si dia spazio a diverse forme di odio,
divisione, calunnia, diffamazione, vendetta, gelosia, desiderio di imporre le
proprie idee a qualsiasi costo, fino a persecuzioni che sembrano una
implacabile caccia alle streghe. Chi vogliamo evangelizzare con questi
comportamenti?
101. Chiediamo al Signore che ci
faccia comprendere la legge dell’amore. Che buona cosa è avere questa legge!
Quanto ci fa bene amarci gli uni gli altri al di là di tutto! Sì, al di là di
tutto! A ciascuno di noi è diretta l’esortazione paolina: «Non lasciarti
vincere dal male, ma vinci il male con il bene» (Rm 12,21). E
ancora: «Non stanchiamoci di fare il bene» (Gal 6,9). Tutti abbiamo
simpatie ed antipatie, e forse proprio in questo momento siamo arrabbiati con
qualcuno. Diciamo almeno al Signore: “Signore, sono arrabbiato con questo, con
quella. Ti prego per lui e per lei”. Pregare per la persona con cui siamo
irritati è un bel passo verso l’amore, ed è un atto di evangelizzazione.
Facciamolo oggi! Non lasciamoci rubare l’ideale dell’amore fraterno!
La litigiosità sociale è un fatto naturale,
dipende da come siamo fatti. La si osserva anche nelle altre comunità di
primati, i viventi di cui noi esseri umani siamo considerati, da punto di vista
biologico, una specie.
Creiamo delle società che ci sono utili, ma vogliamo prevalere in esse,
in modo che ci siano più utili che ad altri. Ognuno è più debole in certe fasi
della sua vita, in genere all’inizio e verso la fine, la sua capacità di
influenza sociale non rimane sempre la stessa e poi, di generazione in
generazione, e anche da fuori, arriva gente nuova: ragionando su grandi numeri,
si capisce quindi che questo rende instabili le nostre società. Il diritto e le
istituzioni cercano di rimediare e fino ad un certo punto ci riescono. Tuttavia
nella storia osserviamo che anch’essi sono cambiati. Nessuna istituzione
sociale è rimasta la stessa dalle origini, che si perdono nella notte dei tempi,
in epoche delle quali sappiamo poco perché risalgono a quando le culture umane
non producevano ancora memoria storica. Tendiamo ad averne una visione
mitologica e in molti miti sulle origini troviamo narrate liti omicide.
Il mito è una narrazione di tipo simbolico,
che non rappresenta esattamente i fatti come sono andati ma il loro senso
complessivo, accompagnata da molte emozioni, al modo in cui una colonna sonora
accompagna le immagini in un film. E’ questo il principale strumento cognitivo
degli individui umani. Ciascuno, in questo quadro, ragiona come un dio,
inconsapevole dei propri limiti individuali. Ognuno, inconsapevolmente, si pensa
come immortale e onnipotente. Questa è l’origine delle religioni. Ma anche altri aspetti
sociali sono permeati da questo modo di ragionare e, in particolare, lo è la
politica, secondo la quale sono rette e organizzate le società civili. Il
ragionare come dei esaspera i conflitti. Tutto ciò rende possibile trovare ai
vertici supremi persone incolte, irrazionali, aggressive ed emotivamente
instabili, ma che funzionano bene, come riferimenti sociali, nel campo del mito
e delle emozioni. Infatti, per nostri limiti cognitivi di specie, per come
siamo fatti dentro, le masse ci sfuggono, non possiamo rappresentarcele
mentalmente, ci appaiono indistinte, magmatiche, prive di chiare
connotazioni, così come accade per la
morte: viviamo costantemente immersi in piccoli gruppi, in scenari limitati, quindi abbiamo necessità di organizzarci
socialmente in massa, per avere ragione della complessità sociale di un mondo
che ora comprende circa otto miliardi di individui, prendendo come riferimento certe persone che
assumono contorni mitologici, e che diciamo dotate di carisma, proprio per la
loro capacità di attrarre l’attenzione sociale.
Crescendo la complessità e la potenza delle società umane e il numero di
individui la cui vita dipende da esse è molto aumentato il costo in vite umane
dei contrasti sociali. Le guerre sociali e il crollo di sistemi sociali fanno
molte vittime. Fin dall’antichità si è quindi presa consapevolezza della litigiosità
sociale come di un male e della pace sociale come di un bene.
La via seguita fin dall’antichità
per pacificare le società è stata quella di istituire un potere prevalente e di
tipo paterno, quindi non esclusivamente egoistico. La concezione del re come padre del suo popolo è molto radicata e ancora
presente nelle immagini contemporanee del potere. In questa visione il
conflitto sociale è moderato perché il potere supremo, affermandosi, limita
ogni altro potere nelle sue ambizioni, prospettive e potenzialità distruttive
ed esso stesso è limitato dalla sua vocazione paterna. La stabilità sociale
dipende da quella del potere supremo che, per questo, si tende a sacralizzare,
vale a dire a collegare con concezioni religiose, presentandolo come voluto da
un dio.
Più recentemente si è affermata la via democratica che consiste nel
porre dei limiti ad ogni potere, anche a quello delle masse come istituzione suprema. Limiti di durata e
di intensità. Si cerca di rendere stabile questo sistema di limiti collegandolo
alla visione religiosa dell’individuo come portatore di diritti fondamentali
incomprimibili, quindi come persona. Il conflitto sociale non è
abolito, ma regolato in modo che non sia distruttivo. In questo modo le società
evolvono ma senza crollare. Si supera così il problema della concezione paterna del potere supremo, che si esprime in dinastie
regnanti, che rende possibile l’evoluzione sociale solo mediante il
rovesciamento violento dei potenti dai troni, e quindi per mezzo di ciclici
accessi di violenza rivoluzionaria.
Anche le religioni, come ogni altra istituzione sociale, sono state
coinvolte nei conflitti e, anzi, ne hanno promossi di molto intensi, crudeli e
costosi in termini di vite umane. Anche la nostra, basata sul principio dell’agàpe,
della condivisione misericordiosa delle risorse. Questo perché sono fatti
sociali, quindi umani, quindi, in quanto umani, instabili e pervase dal
conflitto. La sacralizzazione del potere al loro interno è molto forte e questo
rende spesso irriducibili i contrasti.
La via seguita nella nostra confessione per la pacificazione religiosa è
ancora quella paterna. Più di recente
si vanno affermando con molta difficoltà e prevalentemente in ambito laicale
processi democratici. Ci si divide e si lotta per ogni cosa, su piccola e
grande scala. La desacralizzazione sociale prodotta dai processi politici
democratici rende molto meno distruttivi questi contrasti, che però rimangono.
Il papato è il principale oggetto della contesa: ciascuna fazione tende a
insediare un papa proprio, come accadeva a Roma nel Medioevo e nel
Rinascimento. Il conflitto si colora teologicamente: ciascuno è convinto di
fare la volontà divina. Su grande scala gli orientamenti che ai tempi nostri si
combattono sono quelli pro e anti conciliari, riferendosi come discrimine ai
principi proclamati nel Concilio Vaticano 2°, svoltosi a Roma tra il 1962 e il
1965. Quel Concilio ha segnato un passaggio di fase storica nell’evoluzione
delle nostre istituzioni religiose, ha innescato cambiamenti piuttosto veloci.
C’è chi vorrebbe tornare a come si era prima, chi vorrebbe lasciare tutto com’è
adesso e chi vorrebbe andare più avanti nell’affermazione di processi e
principi democratici: ci sono quindi reazionari, conservatori e riformatori.
Questi ultimi osservano che senza un costante processo di riforma la presa
sociale della religione nel mondo contemporaneo tende a svanire. I
reazionari obiettano che sono stati proprio i processi di riforma, per loro
troppo rapidi e pretestuosi, a produrre
questo risultato. I conservatori, timorosi degli sviluppi di ogni tipo di
evoluzione, all’indietro come in avanti, preferirebbero innanzi tutto
pacificare, contenere, sopire i contrasti, riportando tutti sotto un’autorità
di tipo paterno. Questo orientamento è a lungo prevalso sotto il pontificato di
Giovanni Paolo 2°, dal 1978 al 2005, favorito dal grande carisma personale del
Papa.
Nella nostra parrocchia, durante il papato di
Giovanni Paolo 2°, è stato tentato per circa un trentennio un esperimento
sociale estremo, un monocultura religiosa che mescolava reazione e riforma. Obiettivamente
non ha avuto buoni risultati, al di là delle intenzioni e dell’indole dei suoi
promotori, persone buone. Si è concluso il 17 ottobre del 2015, con l’insediamento
del nuovo parroco, don Remo. Su questo blog potete leggere il resoconto dell’evento.
Il nuovo corso ha trovato una comunità profondamente divisa. Si è cercato di
rimediare, ma è stato ed è difficile. Molto, anzi moltissimo, è stato fatto.
Non si tratta di sopprimere, ma di consentire la convivenza tra persone animate
da diverse concezioni e di far emergere ciò che vi è di comune, ed è molto.
Deposte le armi ideologiche rimangono persone che cercano sinceramente di
essere buone e questo è senz’altro un buon inizio. Ma i contrasti si fanno
sentire in particolare intorno alla Settimana Santa, che nel vecchio corso era
stata permeata di accentuazioni caratterizzanti molto sensibili. Negli anni
scorsi si è combattuta, purtroppo, la battaglia
di Pasqua. Chi non ha avuto animo di farsi il sangue cattivo nel periodo
più santo dell’anno ha preferito, in fondo, ritirarsi, e io sono tra questi. L’anno
scorso ho invocato la presenza del vescovo ausiliare di settore a presiedere la Veglia di Pasqua per aiutarci a
recuperare l’unità: è la via dell’autorità paterna. Essa è condizionata dall’essere
legata a una sola persona, limitata, che non può essere ovunque e con tutti: è
la condizione di fragilità in cui si trova ogni monarchia. Le autorità paterne
finiscono in genere per deludere, come ogni padre in fondo. La via più
produttiva può essere quella di un recupero di un’unità culturale, che implica
conoscersi meglio e capirsi, senza cercare di prevalere e sottomettere. E’
quella che mi pare si stia tentando.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli