Il principale problema politico del momento
Grafici pubblicati su L’Espresso
dell’11-2-18 nell’articolo Diseguaglianze.
Rabbia sociale, guerra tra poveri, fascismo.
I grafici pubblicati su su L’Espresso dell’11-2-18 nell’articolo Diseguaglianze. Rabbia sociale, guerra tra
poveri, fascismo descrivono il
principale problema sociale, e quindi politico, del momento.
Nonostante la recessione economica che si è
prodotta nel mondo dal 2008, la ricchezza è continuata a salire, ma si è concentrata
in molte meno mani. Oggi in Italia l’1%
della popolazione controlla circa il 33% della ricchezza. La quota di ricchezza
controllata da questo 1% è iniziata ad aumentare del 2003/2004. Sono aumentate
le diseguaglianze sociali.
Spingendo lo sguardo un po’ più indietro nel
tempo, vediamo che dagli anni ’60 agli anni ’80 le diseguaglianze sono
diminuite, per prendere ad aumentare dagli anni ’80, in corrispondenza dell’affermarsi
di politiche neo-liberiste.
Dagli anni ’80, infine, è costantemente diminuita la quota del reddito
derivante dal lavoro dipendente e fino al 2008
è aumentata costantemente quella del reddito da capitale. Il lavoro
dipendente si è svalutato.
Non si tratta di fenomeni dipendenti dai cicli economici: si sono
prodotti a prescindere dal loro andamento. Sono conseguiti a certe politiche.
Dagli anni ’80 esse hanno avvantaggiato il capitale e chi lo controlla. Hanno
avvantaggiato, in sostanza, quell’1% della popolazione più ricco. Come è potuto
succedere in democrazia, un regime politico in cui dovrebbero contare le
maggioranze? E’ accaduto perché quell’1% è riuscito a controllare la cultura,
attraverso i canali mediante i quali ciò può essere fatto, in primo luogo i
mezzi di comunicazione di masse e tra essi la televisione, e quindi poi la
politica.
Si è diffusa una cultura secondo la quale occorreva lasciare mano libera
al capitale e smantellare le organizzazioni pubbliche che operavano nell’economia,
l’impresa pubblica. Secondo la quale nel mercato ognuno ha quello che si
merita, non quello che riesce a ottenere sfruttando i rapporti sociali di
forza, e quindi misure di riequilibro delle diseguaglianze, in particolare
mediante lo strumento delle tasse, erano immorali e anche controproducenti,
scoraggiando i capitalisti.
Cambiare la situazione è possibile, perché essa è stata totalmente un
prodotto sociale. Ma non è più possibile farlo solo a livello nazionale,
bisogna agire su scala come minimo europea. Occorre riorganizzare le
maggioranze perché con la forza del numero e della coesione riescano a
prevalere su chi controlla l’economia e, nel mercato, è il pezzo grosso che fa
il buono e il cattivo tempo.
Agire a livello europeo significa adottare una mentalità su quella
scala, abbandonando il miserabile atteggiamento di chi si presenta alle
istituzioni europee come quando si partecipa ad una riunione di condominio,
pensando prevalentemente al proprio interesse. Il nostro destino non è diverso
da quello degli altri, occorre imparare a prendersi a cuore anche le difficoltà
altrui come se fossero le proprie. I greci ci rimproverano di averli
abbandonati tra il 2011 e il 2015, quando si trovarono alle strette, e hanno
ragione. Chi comandava in politica allora non ebbe cuore e volontà di fare
fronte comune con loro, nazione tanto vicina e con tanti legami culturali con
noi, ed essi dovettero piegarsi a misure
con impatto sociale disastroso. Ora gli economisti ci spiegano che si agì tardi
e male: si poteva, e si doveva, fare diversamente e prima. In una logica
sociale in cui comandano i grossi, loro furono quelli destinati a soccombere. I
nostri politici pensarono agli affari nostri. Chi li ha educati così? In realtà
sembra che anche noi, la base, la pensiamo nello stesso modo, a partire dalla
vita di tutti i giorni, quella che ci è più prossima. E un atteggiamento miope.
I grafici pubblicati su L’Espresso spiegano quale è stato il risultato.
Una politica che non parla di questi problemi e che va in campagna
elettorale sfruttando le nostre paure e i nostri appetiti, sparandone grosse in
tema di immigrazione e cercando di allettarci con elargizioni pubbliche, con
soldi non suoi ma di tutti, vale poco o nulla e andrebbe sanzionata dagli
elettori. Qualcosa si è guadagnato certo. Il parco pubblico del nostro
quartiere è cresciuto di elezione in elezione. Di questi tempi si è notata a
Roma una certa maggiore cura nella raccolta dei rifiuti. Ed è impressionante il
numero di contratti collettivi di lavoro nel pubblico impiego che
improvvisamente, dopo anni e anni, si sono conclusi di questi tempi. Tutto il
resto rimarrà, probabilmente, a livello di promesse, dicono quelli che hanno
fatto i conti rigorosi su quanto costerebbe. Non cambiando le politiche dei
redditi, continuando sostanzialmente sulla stessa via percorsa dagli anni ’80,
le masse ci rimetteranno sempre di più, le condizioni del lavoro dipendente
peggioreranno. Chi avrà promesso e non mantenuto troverà il modo di
giustificarsi: questione di parole. La politica è divenuta piuttosto
spregiudicata in questa materia: si è abituata a spararle grosse senza remore.
Alle prossime elezioni diranno che non si è dato loro abbastanza potere e che
quindi la colpa è degli elettori. Il potere per il potere è l’obiettivo della
politica degenerata, quella dei senza cuore.
Può andare diversamente? Certo. Non basta mettere più attenzione alla
politica sotto elezioni. Bisogna iniziare dai propri ambienti di prossimità, ad
esempio dalla fontana del quartiere come insegna la dottrina sociale oggi.
232, Non tutti sono chiamati a lavorare in
maniera diretta nella politica, ma in seno alla società fiorisce una
innumerevole varietà di associazioni che intervengono a favore del bene comune,
difendendo l’ambiente naturale e urbano. Per esempio, si preoccupano di un
luogo pubblico (un edificio, una fontana, un monumento abbandonato, un
paesaggio, una piazza), per proteggere, risanare, migliorare o abbellire
qualcosa che è di tutti. Intorno a loro si sviluppano o si recuperano legami e
sorge un nuovo tessuto sociale locale. Così una comunità si libera
dall’indifferenza consumistica. Questo vuol dire anche coltivare un’identità
comune, una storia che si conserva e si trasmette. In tal modo ci si prende
cura del mondo e della qualità della vita dei più poveri, con un senso di
solidarietà che è allo stesso tempo consapevolezza di abitare una casa comune
che Dio ci ha affidato. Queste azioni comunitarie, quando esprimono un amore
che si dona, possono trasformarsi in intense esperienze spirituali. [dall’enciclica Laudato si’, del 2015, di papa Francesco].
Ma fare bene, con coscienza e sapienza, il
lavoro politico di elettori, serve e, anzi, è indispensabile.
178. Il dramma di una politica focalizzata
sui risultati immediati, sostenuta anche da popolazioni consumiste, rende
necessario produrre crescita a breve termine. Rispondendo a interessi
elettorali, i governi non si azzardano facilmente a irritare la popolazione con
misure che possano intaccare il livello di consumo o mettere a rischio
investimenti esteri. La miope costruzione del potere frena l’inserimento
dell’agenda ambientale lungimirante all’interno dell’agenda pubblica dei
governi. Si dimentica così che «il tempo è superiore allo spazio», che siamo
sempre più fecondi quando ci preoccupiamo di generare processi, piuttosto che
di dominare spazi di potere. La grandezza politica si mostra quando, in momenti
difficili, si opera sulla base di grandi principi e pensando al bene comune a
lungo termine. Il potere politico fa molta fatica ad accogliere questo dovere
in un progetto di Nazione.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli


