Why are we having all these people from
shithole countries come here?
[trad.: Perchè stiamo facendo venire da noi tutta
questa gente da paesi buco del culo?]
Il presidente statunitense Donal
Trump, giovedì 11 gennaio 2017, nel suo ufficio nella Sala Ovale della Casa
Bianca, durante un incontro con parlamentari in cui si discuteva di accordi per
la protezione di immigrati da Haiti, El Salvador (stati centroamericani) e da
alcuni paesi africani, avrebbe pronunciato la frase «Why are we having all these people from shithole countries come here?»,
che si può tradurre con «Perché stiamo
facendo venire da noi tutta questa gente da paesi buco del culo?». L’hanno
riferito i mezzi di comunicazione di
massa statunitensi e poi quelli di tutto il mondo. Sarà vero? Ieri al telegiornale
hanno fatto sentire una registrazione audio in cui si sente una voce maschile
pronunciare quella parola, dicevano che era quella del Presidente. Shithole è
una parola dello slang, il gergo,
statunitense volgare. Letteralmente significa ano, ma da noi si traduce meglio, per rendere l’idea della
volgarità del termine, con buco del culo. Tuttavia negli Stati Uniti
non è usata nel suo senso letterale, ma riferendolo a un certo posto, non solo
un luogo, ma un ambiente umano, e, in particolare, nel senso di cesso,
parola che in italiano utilizziamo anche nel significato dello statunitense shithole, riferendoci a un posto sporco. La definizione che di shithole danno i dizionari inglesi è “un posto estremamente sporco, squallido o
altrimenti sgradevole”. Il senso è quello, certo, ma è una spiegazione che non rende bene la volgarità
dell’espressione, che fa riferimento alla merda
(shit). Alludere a “people from shithole countries”, “gente che
viene da cessi di nazione” implica anche un giudizio sulla gente oltre che
sul posto da dove viene: più precisamente suggerisce l’idea che quella gente
sia gente di merda, gente che sporca
la società in cui arriva. La Presidenza statunitense ha diffuso in merito all’uso
dell’espressione volgare sopra riferita questa spiegazione, tramite il suo
portavoce Raj Shah: «Certain
Washington politicians choose to fight for foreign countries, but President
Trump will always fight for the American people» [trad.«Alcuni politici scelgono di battersi per nazioni straniere,
ma il Presidente Trump si batte sempre per gli Americani»] (riferito da CNN
<http://edition.cnn.com/2018/01/12/politics/durbin-trump-shithole-analysis/index.html>).
Ho
ricordato quelle parole del Presidente Trump, perché anche da noi in Italia c’è molta
gente che la pensa nello stesso modo. Tanto che i politici italiani sembrano
avere qualche esitazione nell’affrontare il tema dell’immigrazione sotto altri
punti di vista, con uno spirito diverso. Il dicembre scorso, ad esempio, anche quelli che la pensavano
in altro modo hanno deciso che quello non era il momento per discutere di facilitazione alla
concessione della cittadinanza ai ragazzi che si sono formati da noi, anche se
figli di immigrati stranieri, e sono già
cittadini dal punto di vista culturale.
Addirittura, al centro della propaganda elettorale vi è la questione
dell’immigrazione, proposta come se la gran parte dei più gravi problemi della
gente comune non dipendesse da un modello economico da correggere, che non
riesce più a dare quel livello di benessere necessario alla dignità delle
persone, ma dall’arrivo dei migranti. Nei confronti di questi ultimi, in
Italia, sono state usate espressioni molto dure e insultanti, analoghe a quelle
del presidente Trump.
L’orientamento
ostile ai migranti è molto forte anche tra i cattolici. Chi la pensa così
spregia la dottrina sociale e, in particolare, quella diffusa da papa
Francesco, considerato qualche volta anche lui un immigrato che sporca. Negli ultimi trent’anni la politica italiana ha fatto in genere a gara di
papismo, perché essere dalla parte di un Papa portava molti voti. Oggi è
molto diverso. La Chiesa è ancora una
agente politico di prima grandezza in Italia, ma sulla questione dei migranti
ha perso la sua compattezza e quindi la sua forza, pur nell’adesione di
facciata alla dottrina sociale su quei temi. Con lo spirito si va spesso da un'altra parte, e la coscienza non sembra rimordere.
L’idea
di gente che sporca la società e che quindi va eliminata, come le
feci o le blatte, fu propria del nazismo hitleriano. Anche i nazisti hitleriani
si proponevano di battersi per il
loro popolo ripulendo al società dalla gente che la sporcava vivendovi in
mezzo: fu parte del loro kampf, lotta appunto. Da noi i futuristi presentarono la guerra come unica igiene
del mondo. Questa concezione però tirava in ballo gli stessi italiani,
perché si proponeva di eliminare anche quelli meno riusciti tra loro, diciamo
così. L’idea della merda sociale,
di gente che, uscita da posti di merda in altre parti del mondo, sporca il
focolare migrando, propone di prendersela con gli altri, con quelli
venuti da fuori. Non mette in questione chi abita i posti in cui si migra, anche se, obiettivamente, contribuisce abbastanza alla sporcizia. Nei posti sporchi si vive male. Bisogna fare pulizia. Per la
merda si costruiscono le fognature. Ecco che allora c’è chi propone adesso di
costruire fognature sociali in cui far scorrere la merda sociale che c’è da noi
e che pensiamo di non essere obbligati a tenerci, perché non è nostra (a ognuno il suo, si pensa): si propone di mettere su quella
via centinaia di migliaia di persone. Ci si rende conto di quanta violenza
questo comporterebbe? Forse una guerra, addirittura. Se ne sta addensando una
nel centro-Africa e noi vi ci stiamo cacciando dentro.
L’efferato
programma di discriminazione e sterminio attuato dal nazismo hitleriano a
partire dall’inizio della sua egemonia politica in Germania, durante gli scorsi
anni ’30, e culminato, dal 1942, con la progettazione sistematica ed esecuzione
della soluzione finale, aveva intenti di pulizia sociale. Il
principio di tutto è sempre privare della dignità certe categorie di esseri
umani. Presentarli come merda sociale o blatte, parassiti. Chi la pensa come
il presidente Trump è in fondo su quella via. E in Europa hanno preso a
manifestarsi pubblicamente gli estimatori delle politiche razziste, senza più alcun pudore sociale, anche se i
più, interpellati direttamente, negano il peccato di razzismo.
Si può
ricordare, per concludere, che, quanto ad Haiti e a El Salvador, geograficamente situati in America, se quelli sono
posti spiacevoli per la gente lo si deve anche alle politiche statunitensi: gli
Stati Uniti d’America hanno infatti sempre cercato di esercitare un’egemonia ferrea su
tutto il Centro -America e anche più a Sud. Gli storici ricordano ad esempio
pesanti interferenze statunitensi durante la guerra civile salvadoregna negli
anni ’80.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San
Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli