Le elezioni non sono un gioco in cui
si vince o si perde
1. Di questi tempi si sentono
politici che si propongono di vincere le prossime elezioni politiche, con le quali
si sceglieranno i parlamentari che guideranno lo stato per cinque anni. Così le
elezioni possono apparire una gara tra varie squadre, nella quale c’è chi vince
e chi perde. La squadra che vince, vince il potere supremo, quello dello stato, i
perdenti stanno fermi per un giro, fino alle prossime
elezioni; devono riflettere sul perché hanno perso ed eliminare i responsabili
della sconfitta, per tentare di vincere la prossima volta. Questa è la logica
del gioco televisivo The Apprentice - l’Apprendista, condotto
per dodici anni da Donald Trump, l’attuale Presidente degli Stati Uniti d’America.
Egli appare averla trasferita dal campo televisivo a quello della grande
politica: è così, ad esempio, che manifesta di voler trattare le relazioni
internazionali. Per questo ha dichiarato di prediligere le trattative
bilaterali, in cui ci sono gli Stati Uniti d’America, un pezzo grosso, e un
altro stato, in genere meno potente. Di fronte ad una coalizione, che di solito
si fa per farsi forti quando lo si è già o non lo si è abbastanza a soli, le
cose si complicano, anche per i pezzi grossi. Questa logica della politica come
gara in cui c’è chi vince e chi perde è profondamente contraria agli
insegnamenti della dottrina sociale. Bisogna averne chiara consapevolezza. Ha
ancora un significato per voi, in religione, la dottrina sociale? O pensate che
la fede debba occuparsi solo del soprannaturale, dell’invisibile, e lasciare la
società al libero sviluppo dei rapporti di forza tra i gruppi
umani? Eppure, è scritto, non saremo giudicati sulla nostra teologia, ma in
base a come e quanto ci saremo fatti prossimi verso le altre persone. C’è quindi un legame
tra le cose del Cielo e quelle della terra, ha un nome e si chiama agàpe, la sollecitudine misericordiosa e
amorevole verso ogni essere umano con il quale entriamo in relazione. Questo mi
è stato insegnato in religione. E a voi?
La dottrina sociale
moderna ha sempre avuto una linea molto chiara sulla politica democratica, quella
per la quale, specificamente, è stata elaborata, quando il potere politico
delle dinastie sovrane europee, che aveva dominato per oltre due millenni
iniziò a tramontare e sorse quello delle masse, secondo procedure democratiche:
lo scopo della politica è il bene comune.
Una sintesi magistrale di questo pensiero si trova nella lettera apostolica L’ottantesimo anniversario - Octogesima
Adveniens, scritta dal papa Giovanni Battista Montini, in religione Paolo
6°, nel 1971, per gli ottant’anni dalla prima enciclica sociale moderna, la Le novità - Rerum Novarum diffusa nel 1891 da papa Vincenzo Gioacchino
Pecci, in religione Leone 13°.
[dalla lettera apostolica
L’ottantesimo anniversario - Octogesima Adveniens, 1971]
Significato
cristiano dell'azione politica
46. Non è forse qui che appare un
limite radicale dell'economia? L'attività
economica, che è necessaria, può essere «sorgente di fraternità e segno
della Provvidenza» [citazione dall’enciclica Lo sviluppo dei popoli - Populorum Progressio, diffusa dal papa Montini nel 1967, n. 56 e 57]
se posta al servizio dell'uomo; essa è l'occasione di scambi concreti tra gli
uomini, di diritti riconosciuti, di servizi resi, di dignità affermata nel
lavoro. Terreno spesso di confronto e di dominio, essa può instaurare dialoghi
e favorire cooperazioni. Tuttavia essa rischia
di assorbire, se eccede, le forze e la libertà. È la ragione per cui si palesa
necessario il passaggio dall'economia alla politica. È vero che sotto il
termine «politica» sono possibili molte confusioni che devono essere chiarite;
ma ciascuno sente che nel settore sociale ed economico, sia nazionale che
internazionale, l'ultima decisione spetta al potere politico.
Questo, in quanto è il vincolo
naturale e necessario per assicurare la coesione del corpo sociale, deve avere
per scopo la realizzazione del bene comune. Esso agisce, nel rispetto delle
legittime libertà degli individui, delle famiglie e dei gruppi sussidiari, al
fine di creare, efficacemente e a vantaggio di tutti, le condizioni richieste
per raggiungere il vero e completo bene dell'uomo, ivi compreso il suo fine
spirituale. Esso si muove nei limiti della sua competenza, che possono
essere diversi secondo i paesi e i popoli; e interviene sempre nella
sollecitudine della giustizia e della dedizione al bene comune, di cui ha la
responsabilità ultima. Tuttavia non elimina così il campo d'azione e le
responsabilità degli individui e dei corpi intermedi, onde questi concorrono
alla realizzazione del bene comune. In effetti, «l'oggetto di ogni intervento in
materia è di porgere aiuto ai membri del corpo sociale, non già di distruggerli
o di assorbirli».[citazioen dall'enciclia Il Quarantennale - Quadragesimo anno, diffusa nel 1931 dal papa Achille Ratti, Pio 11°]. Conforme
alla propria vocazione, il potere
politico deve sapersi disimpegnare dagli interessi particolari per considerare
attentamente la propria responsabilità nei riguardi del bene di tutti,
superando anche i limiti nazionali. Prendere sul serio la politica nei suoi
diversi livelli - locale, regionale, nazionale e mondiale - significa affermare
il dovere dell'uomo, di ogni uomo, di riconoscere la realtà concreta e il
valore della libertà di scelta che gli è offerta per cercare di realizzare
insieme il bene della città, della nazione, dell'umanità. La politica è una maniera esigente - ma non è la sola - di vivere
l'impegno cristiano al servizio degli altri. Senza certamente risolvere ogni
problema, essa si sforza di dare soluzioni ai rapporti fra gli uomini. La sua
sfera è larga e conglobante, ma non esclusiva. Un atteggiamento invadente,
tendente a farne un assoluto, costituirebbe un grave pericolo. Pur riconoscendo
l'autonomia della realtà politica, i cristiani, sollecitati a entrare in questo
campo di azione, si sforzeranno di raggiungere una coerenza tra le loro opzioni
e l'evangelo e di dare, pur in mezzo a un legittimo pluralismo, una
testimonianza personale e collettiva della serietà della loro fede mediante un
servizio efficiente e disinteressato agli uomini.
2.
L’idea di bene comune è molto antica e risale a quando si iniziò a ragionare sulle società
umane. Ci sono gli individui e ci sono le società, gruppi di individui: agli
individui corrisponde il bene loro proprio, alle società il bene
comune. Il pensiero cristiano
riprese dal Medioevo quello più antico sul bene comune introducendovi le
proprie idee religiose, secondo le quali le società umane dovrebbero essere
organizzata come famiglie, in considerazione della comune Paternità celeste. Che
cosa è il bene? C’è chi lo intende
come benessere, chi come felicità, una persona religiosa vi
introdurrà il desiderio di una qualche relazione con l’Eterno, con un Fondamento
santo. Ognuno in genere pensa di sapere che cos’è il proprio bene. Si cresce,
diventando adulti, quando si comprende che il bene proprio dipende molto dalla
società in cui si vive e che questa è la condizione di tutti. In genere è la
società che ci insegna che cosa desiderare come bene proprio. La definizione di
quest’ultimo varia molto, infatti, a seconda delle società. Ma la stessa
società è un bene molto importante, anzi è il primo dei beni comuni. Bisogna averne cura, e con molto scrupolo e grande
dedizione, perché la società condiziona il raggiungimento del bene proprio. La
società nel suo insieme è un insieme di relazioni tra persone e gruppi, ci
appare come una federazione tra società più limitate, che si aggregano per
raggiungere certi scopi che sarebbero fuori della loro portata. Che succede se
in una società ci sono pochi vincenti e tanti perdenti?
Diventa nel complesso una società infelice e, presto, violenta, perché l’infelicità,
quando non viene risolta pacificamente in società, genera violenza e ancor più
infelicità. E’ la collaborazione che crea
la società, il conflitto la disgrega
in gruppi che si combattono: è questo appunto il risultato delle guerre civili. La via ancestrale per
ottenere la collaborazione fu quella del dominio del più forte e della sottomissione
dei più deboli, fondate però su un patto: quello di ottenere il bene comune che
può essere conseguito solo collaborando, quindi costruendo una società. Perché la necessità di questo dominio? Perché quando è la violenza a
dettare legge, perché ciascuno vuole vincere e ridurre gli altri in proprio
dominio, è solo stabilendo un dominio più forte di tutti, al vertice, che si
può avere ragione della violenza dei gruppi minori. La democrazia si fonda
sulla convinzione che, ragionando e dialogando, si possa trovare una via non
violenta alla risoluzione dei conflitti sociali, introducendo regole per cui il
dominio spetti a tutti, in parti uguali però, per cui nessuno possa prendere il
sopravvento e, dominando tutti, sia il bene di tutti quello che si fa largo in società,
potendo venire bloccato, dalle procedure democratiche, ogni tentativo
egemonico. Tener conto del bene di tutti significa giustizia nel senso di
conformità al bene supremo. Ma non si tratta solo tanto di fare parti uguali delle ricchezze prodotte nella società,
giustizia distributiva, quanto
riconoscere uguale dignità alle persone umane, che è la condizione per l’esistenza
di ogni società democratica, ciò che implica certamente un certo grado di
giustizia distributiva, perché offende la dignità negare alla gente beni fondamentali,
quali ad esempio, nella nostra cultura, casa, pane, lavoro, cure sanitarie, previdenza
per malattia e anzianità, libertà di pensiero e di religione, una quota di
tempo libero dalla fatica, la possibilità di amare e formarsi una famiglia.
Appartiene al bene comune anche la giustizia partecipativa, che significa
che ognuno deve dare una mano e che quindi devono essere limitate le forme di
privilegio per le quali ci sono quelli che beneficiano solamente delle fatiche
sociali, senza contribuire a queste ultime, come fu la condizione dei signori
feudali e delle dinastie sovrane, ma che è spesso anche quella delle classi
privilegiate di oggi. E infine c’è la
giustizia commutativa, che significa che ogni contratto deve essere
concluso su basi eque, per cui non si
siano vincenti e perdenti, ma soggetti che scambiando il frutto del proprio lavoro, collaborano alla
realizzazione del bene proprio e di quello
comune, in modo che ciascuno possa avere ciò che gli serve anche se non
lo produce da sé stesso ed anche la società, come i singoli, possa
beneficiarne: ognuno deve avere il suo
e non si devono predare le persone e i beni altrui, come accade, ad esempio,
impiegando lavoro schiavo o svalutato. Tutto ciò contribuisce a realizzare la pace sociale, che è quando le relazioni sociali
scorrono senza violenza, tra le persone, tra i gruppi, tra gli stati. La
dottrina sociale ha individuato nella pace
uno dei più importanti fattori del bene
comune, condizione della felicità e del benessere delle persone e delle
società. L’idea che le elezioni si facciano per stabilire chi vince e chi perde contrasta profondamente con l’anelito alla
pace sociale, proprio perché si pensa che debba esservi chi perde e sarà sfavorito
socialmente. Nella concezione della politica della dottrina sociale, coloro che
sono ammessi ad impersonare le istituzioni supreme devono tener conto del bene
di tutti, anche di coloro che hanno votato i candidati che non sono stati
eletti, o sono stati eletti in minor numero, le loro
idee non hanno trovato quindi il consenso della maggioranza dei votanti e
avranno meno forza in quelle istituzioni. Tener
conto significa che il dialogo deve
essere la legge suprema del funzionamento delle istituzioni e che l’aver
prevalso alle elezioni non legittima una parte politica a esercitare il potere
per realizzare i propri scopi escludendo dalle decisioni gli altri, i perdenti, gente che ci sia o non ci
sia non farebbe differenza. In una prospettiva del tipo vincenti/perdenti sarebbe in fondo inutile nominare e mantenere
tanti parlamentari: una volta stabilito chi
ha vinto e chi ha perso tutto il
potere dovrebbe andare al capo politico del gruppo vincente, che agirebbe, fino alle
elezioni successive, come gli antichi monarchi. Non è così però che funzionano
le democrazie, che sono un sistema di limiti
molto stringenti ad ogni potere di tipo egemonico, al modo di quello
degli antichi re. Limiti che consistono nei principi di giustizia e nell’obbligatorietà
del dialogo, attività in cui si rende ragione
di ciò che si fa e si
accettano gli apporti di ogni altro che proponga argomenti ragionevoli. I politici
che ragionano con il criterio de chi
vince/chi perde sono in genere insofferenti di entrambi quei limiti e
questo significa che oltre a esserlo nei confronti della dottrina sociale lo
sono anche verso la democrazia.
3. C’è un indizio importante a cui far
caso per capire se una politica punta al bene comune o non. Il candidato per il
quale conta solo vincere le elezioni, quindi il potere per il potere
non il bene comune, perché questo significa quel proposito, si rivolgerà non a
tutti gli elettori, ma a gruppi selezionati di essi, quelli che pensa possano
assicurargli la vittoria, cercando di comprarli, facendo appello alla loro
avidità sociale. Ma non lo fa con risorse proprie, cosa che addirittura
costituirebbe il reato di voto di scambio,
ma impegnando le risorse pubbliche di cui disporrà una volta andato al potere. Prometterà quindi di privilegiarli con elargizioni pubbliche
alle categorie di riferimento come compenso alla fedeltà elettorale, e non come
esigenza di giustizia sociale, il che richiederebbe di tener conto anche delle
altre componenti sociali. Questo, che appare oggettivamente un fatto molto più
grave del voto di scambio, non è punito
come reato: dovrebbero essere gli elettori, convinti dell’importanza della
giustizia sociale e ben formati ad essa, a sanzionarlo. Di fronte ad ogni
promessa elettorale bisognerebbe chiedersi se è giusto ciò che si promette e
che corrisponde all’interesse proprio. Ed essere conviti che l’ingiustizia fa
male alla società e, in fin dei conti, anche a chi beneficia dell’ingiustizia,
perché disgrega la società dalla quale dipende il bene di tutti. Bisogna infatti
sempre ricordare che se c’è qualcuno che avrà di più, ci sarà sempre chi, per quel dare di più a quell’altro,
avrà di meno. La gara per la vittoria comporta appunto questo. Così
come negli scambi non equi. Il benessere di taluni va sempre a discapito di quello
di altri. Che succede però se questi
altri sono la maggioranza di coloro che stanno peggio? Nell’ottica del bene
comune si dovrebbe impedirlo. Non lo si è fatto bene, ad esempio, a livello
mondiale, nel regolare l’attività finanziaria, il commercio del denaro: qui una
esigua minoranza dal 2000 al 2008 ha conseguito ricchezze favolose, ma non
sembrava che ci fossero veramente perdenti.
E, invece, ci sono stati, e sono state le masse dei lavoratori, il
cui potere d’acquisto negli stessi anni ha teso a diminuire e le cui condizioni
di lavoro sono sensibilmente peggiorate, per cui si parla di svalutazione del lavoro. Sono enormemente aumentate le
diseguaglianze sociali e molta parte di esse sono inequità vale a dire diseguaglianze ingiuste, sotto ogni profilo, distributivo, partecipativo e commutativo. E’
stato il risultato di politiche che non avevano di mira il bene comune, ma il
potere per il potere, vale a dire vincere,
da privilegiati, su masse di perdenti, socialmente sfavoriti. Ogni provvidenza pubblica deve
essere attuata con giustizia, il che significa non tenendo conto solo del
benessere e della felicità di coloro a quali si vuole destinarla, ad esempio
gli imprenditori che invocano finanziamenti con denaro pubblico per superare
una crisi o sgravi fiscali e contributivi che poi si risolvono in quel tipo di
finanziamenti, ma della condizione generale di tutti, a partire da quelli che
stanno peggio. Questo, questo ragionare tenendo conto di tutti, quindi del bene comune significa ragionare in termini di riforma sociale, non nella prospettiva
della gara elettorale, per cui si fanno promesse
per comprare la fedeltà di certe classi di elettori.
In ultimo voglio
sottolineare questo: bisogna convincersi, in particolare facendo memoria della storia
dell’umanità, a partire da quella nostra europea ed italiana, che l’ingiustizia
fa male alla società, la disgrega, richiedendo dosi sempre maggiori di
violenza. Di solito chi pensa di compromettersi con l’ingiustizia, prevede
anche di potersene salvare assicurandosi la protezione del potente che vince, e che è potente proprio perché ha vinto. Ma egli
stesso, in una società in cui conta la potenza di chi vince e non la dignità di
tutti, finirà nelle mani di quel potente,
il quale attribuendo valore solo al potere per il potere, è per questo infatti che
vuole sempre vincere, e, in definitiva, ai propri soli interessi, il principale
dei quali è proprio il potere, non si farà scrupolo di travolgerlo, se così gli
converrà. Una volta introdotto in una società il principio disgregatore dell’ingiustizia,
la stessa società finirà per i naufragare travolgendo gli stessi ingiusti e
tutti i loro complici. Ciò è vero anche per l’ordine internazionale, come per
gli stati. Storicamente è accaduto molte volte.
Mario Ardigò - Azione
Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli