Destra
e sinistra
Orientarsi in politica è diventato difficile
perché i programmi dei vari partiti sono diventati ambigui, che significa non
chiari, interpretabili in un senso ma anche in quello contrario. In questo modo
si pensa di aumentare i consensi
elettorali. Questa è la situazione dall’inizio degli anni 90. Che cosa successe
all’epoca? Subì un frazionamento e una metamorfosi il Partito Comunista
Italiano, che era concordemente individuato come Sinistra. Prima di allora si
poteva più facilmente interpretare il senso di una proposta politica situandola
a Destra, al Centro o a Sinistra. La distinzione fa riferimento al posto preso
dai parlamentari rispetto al presidente dell’assemblea.
Si cominciò a fine Settecento ai tempi della
Rivoluzione francese. A sinistra si misero i rivoluzionari, a destra i
monarchici conservatori. L’uso si tramandò nel primo Parlamento del Regno di
Sardegna, costituito nel 1848 dallo Statuto Albertino, la Costituzione di
quello stato con capitale a Torino, regnante la dinastia Savoia. E venne
mantenuto nel Parlamento del Regno d’Italia, dopo l’istituzione di quest’ultimo
nel 1861, con capitali a Torino, fino al 1865, a Firenze fino al 1871 e poi a
Roma. Fino allo sviluppo politico del socialismo italiano, dalla fine dell’Ottocento,
a sinistra si collocarono i riformatori. Successivamente i riformatori e anche
i rivoluzionari di ispirazione socialista.
Dagli inizi del Novecento la Sinistra, intesa
come posizione politica, si andò sempre più caratterizzando in senso socialista
e, con la costituzione in Italia nel 1921 di un Partito Comunista che prese ad
ispirazione la rivoluzione sovietica russa, in senso comunista. Il Partito
Comunista Italiano divenne la maggiore formazione della Sinistra italiana a
partire dalle elezioni politiche del 1953. E con l’affermazione del socialismo
in Italia (inteso il socialismo in senso largo a comprendevi anche l’orientamento
comunista) che si determinò il senso della Destra e della Sinistra come
posizioni politiche che dura ancora oggi. La differenza correva sugli
orientamenti in materia di proprietà e di lavoro.
La Destra poneva l’accento sulla difesa e
sviluppo della proprietà e dell’impresa, e quindi anche sul mantenimento dell’ordine,
la Sinistra sul miglioramento delle condizioni dei lavoratori dipendenti inteso
come via al progresso sociale. Questa distinzione corrispondeva a quella che
nella società c’era tra padroni (terrieri, immobiliari, d’impresa), una
minoranza privilegiata, e dipendenti, la maggioranza dei cittadini.
In questo quadro costituivano elementi
ambigui le formazioni del fascismo storico e del cattolicesimo sociale, che
comprendevano elementi di Destra e di Sinistra, tra loro contraddittori perché
in posizioni con interessi contrapposti in società. L’elemento unificante nel
primo fu il nazionalismo mussoliniano. Nel secondo la religione di orientamento
papale. Il compromesso tra Benito Mussolini, il Duce, vale a dire il capo politico
supremo e incontestabile del fascismo, la sua guida, e il Papato, l’istituzione di vertice e incontestabile del
cattolicesimo, la sua guida, raggiunto nel 1929 con la stipula a
Roma dei Patti Lateranensi produsse tra il 1931 e il 1939 la vastissima affermazione
popolare e il consolidamento in Italia del clerico-fascismo, che oggettivamente
favoriva le classi sociali privilegiate, mantenendo l’ordine che rendeva
possibile il privilegio, favorendole con misure protezionistiche e con
importanti commesse pubbliche, ma teneva conto anche del benessere delle classi
lavoratori, a favore delle quali introdusse numerose provvidenze sociali.
Il nazionalismo mussoliniano prevedeva un
programma di guerre per la creazione di un impero e vi era la necessità di un
esercito di popolo. Le guerre sarebbero servite a finanziare il benessere della
popolazione, prima dei ricchi ma anche quello degli altri, rapinando risorse
alle nazioni conquistate. Questo processo fu presentato come opera di civilizzazione, anche con risvolti
religiosi: ebbe il consenso dei cattolici italiani, che non avevano ancora
maturato una cultura di pace internazionale, che in effetti era veramente poco
diffusa nel mondo di allora. Gli intenti bellici condussero il fascismo
mussoliniano verso il nazismo tedesco, che dal primo aveva tratto ispirazione distinguendosi
successivamente molto in senso che oggi diremmo di nazionalismo
suprematista, volendo sottomettere l’Europa a una supposta etnia
germanica vista come razza superiore. Per stare alla pari con i nazisti
tedeschi, i fascisti italiani dovettero inventarsi una supremazia razziale
italiane, in modo da presentare gli italiani come razza superiore accanto ad un’altra razza superiore, quella germanica. Questo si fece
nell’ultimo quinquennio degli anni ’30. Questo portò i fascisti italiani a
seguire i nazisti anche nell’antisemitismo, che alla fine produsse la rottura con il Papato e quindi con
il cattolicesimo sociale, perché essi ammettevano la discriminazione religiosa
e sociale degli ebrei come eretici irriducibili, ma non potevano ammettere quella
razziale, perché essa avrebbe squalificato
la persona del Fondatore, che era di etnia ebraica, come tutti i primi
cristiani.
L’alleanza tra il fascismo mussoliniano e il
Papato ebbe fine nel 1939, dopo l’elezione a Papa di Eugenio Pacelli, Pio 12°
in religione. Egli prese subito (timidamente) posizione contro il razzismo
antiebraico e (molto marcatamente) contro la guerra, venendo a confliggere
apertamente con il principale programma politico del fascismo, questo in
particolare con un radiomessaggio ai governanti e ai popoli nell’imminente
pericolo della guerra del 24-8-1939.
Negli anni a seguire il Papato diede il
via libera all’organizzazione di una formazione politica democratica di
ispirazione cattolica, per una rivoluzione democratica in Italia. Le linee
guida di questa politica vennero con una serie di radiomessaggi natalizi tra il
1941 e il 1945, i primi quattro dei quali ebbero valore sostanziale di
encicliche. Il nuovo partito cristiano attinse i suoi quadri in prevalenza dall’Azione
Cattolica, che dal 1906 era stata istituita proprio per il lavoro in politica e
in società. Il Papato spinse le masse cattoliche, a lungo rese succubi del
fascismo, verso la democrazia sociale proposta da Alcide De Gasperi. Nel partito cristiano, la Democrazia
Cristiana degasperiana, rimasero elementi di Destra e di Sinistra, del resto
secondo gli insegnamenti costanti della dottrina sociale moderna. Il ripudio
del nazionalismo di tipo mussoliniano e del comunismo di ispirazione sovietica
fece collocare, politicamente, ma anche nelle aule parlamentari, il nuovo
partito al Centro. Verso la fine dell’Ottocento le posizioni centriste erano
state quelle del compromesso e dell’ambiguità. De Gasperi le caratterizzò in
senso progressista, parlando di un
partito di Centro che guarda verso Sinistra, vale a dire che teneva conto degli interessi della classe lavoratrice e dialogava con i partiti di Sinistra che in prevalenza la
rappresentavano. Del resto quel dialogo era iniziato durante la Guerra di
Resistenza al fascismo: non cessò mai. Oggi gli storici vedono nella Democrazia
Cristiana non un solo partito, ma una federazione di partiti: al suo interno
poteva distinguersi una Destra, un Centro e una Sinistra; esso infatti, sebbene
con organizzazione unitaria, era frazionato per correnti di diverso
orientamento. Aveva una vivace vita democratica che si esprimeva nel Congresso, che riuniva i delegati della
base, e nel Consiglio Nazionale,
ampio organo collegiale, vale a dire collettivo, che democraticamente guidava il partito. Questa era la struttura anche di
tutti gli altri partiti che avevano rappresentanti in Parlamento. Non vi era
ancora l’estrema personalizzazione politica
intorno a un leader (parola inglese che si può tradurre anche con duce)
che c’è oggi.
Va notato che la Costituzione della
Repubblica italiana entrata in vigore nel 1948 ha una marcata impostazione di
Sinistra, dichiarando la nuova democrazia fondata
sul lavoro e ponendo vari limiti sociali alla proprietà e all’impresa.
La nuova fase della politica italiana apertasi
all’inizio degli anni ’90, con l’introduzione di un sistema elettorale con un’ampia
quota maggioritaria, che favorì un’alternanza
periodica tra coalizioni di diverso
orientamento, e la metamorfosi del comunismo italiano, cambiò l’impostazione
dei criteri in base ai quali collocare una formazione in una Destra, in un
Centro o in una Sinistra. Questo fondamentalmente perché, nella nuova stagione
dell’economia mondiale nell’era della globalizzazione, i partiti, che iniziarono
a presentarsi tutti come riformatori, inglobarono nei propri
programmi ideologie economiche e sociali di Destra, che favorivano grandi proprietari
e imprenditori. Si riteneva che queste politiche, determinando sviluppo e
ricchezza, avrebbero comportato benefichi anche per la classe lavoratrice: è la
teoria della ricaduta favorevole, criticata da papa
Francesco nell’esortazione apostolica La gioia del Vangelo - Evangelii Gaudium.
«54. In questo contesto, alcuni ancora difendono
le teorie della “ricaduta favorevole”, che presuppongono che ogni crescita
economica, favorita dal libero mercato, riesce a produrre di per sé una
maggiore equità e inclusione sociale nel mondo. Questa opinione, che non è mai
stata confermata dai fatti, esprime una fiducia grossolana e ingenua nella
bontà di coloro che detengono il potere economico e nei meccanismi sacralizzati
del sistema economico imperante. Nel frattempo, gli esclusi continuano ad
aspettare. Per poter sostenere uno stile di vita che esclude gli altri, o per
potersi entusiasmare con questo ideale egoistico, si è sviluppata una
globalizzazione dell’indifferenza. Quasi senza accorgercene, diventiamo
incapaci di provare compassione dinanzi al grido di dolore degli altri, non
piangiamo più davanti al dramma degli altri né ci interessa curarci di loro,
come se tutto fosse una responsabilità a noi estranea che non ci compete. La
cultura del benessere ci anestetizza e perdiamo la calma se il mercato offre
qualcosa che non abbiamo ancora comprato, mentre tutte queste vite stroncate
per mancanza di possibilità ci sembrano un mero spettacolo che non ci turba in
alcun modo.»
Di fatto, dall’inizio degli anni ’90 si è
avuto un costante peggioramento delle condizioni della classe lavoratrice, sia
nel senso di una maggiore precarietà dei rapporti di lavoro, sia in termini di
potere d’acquisto delle retribuzioni, sia nel campo della sicurezza sul lavoro,
con ritmi talvolta molto usuranti. Questo a prova che in società non accade mai
che si favorisca qualcuno senza sfavorire altri. Il privilegio di alcuni ha sempre un costo che ricade su altri, quelli non
favoriti o, nel gergo della Destra statunitense, i perdenti, coloro che il
sistema sociale colloca in condizioni peggiori.
L’intervento pubblico nell’economia, molto
intenso fino agli anni ’70, divenne progressivamente sempre minore e
prevalentemente mediante finanziamenti privilegiati, che passavano
necessariamente attraverso il sistema bancario, sgravi fiscali e di contributi
sociali, riduzione del controllo burocratico con le imprese. Dagli anni ’90 la
gran parte delle imprese in precedenza controllate dallo stato passarono in
mani di privati.
Tutti i partiti politici giustificarono
quegli orientamenti con il Centrismo,
con l’idea che fosse giusto essere moderati nel prendere posizione nel conflitto sociale a
favore delle classi lavoratrici, perché il mondo andava così. Quindi alla
Destra e alla Sinistra, si sostituirono progressivamente il Centrodestra e il
Centrosinistra. Questa posizione aveva il vantaggio, sotto elezioni, di poter
conquistare il consenso anche di elettori schierati nell’orientamento
contrapposti, quindi di ampliare la propria forza elettorale.
Oggi ha ancora un senso parlare di Destra e di
Sinistra? Di fatto se ne parla. Il filosofo Norberto Bobbio, nel 1994 ci
scrisse sopra un libro, Destra e
Sinistra. Ragioni e significati di una distinzione politica, edito da
Donzelli, piuttosto difficile, ma ancora attuale. Ne consigli la lettura a chi
ha fatto le superiori. Il vero
discrimine corre tra le politiche sul lavoro. Chi si propone maggiore flessibilità deve essere considerato di destra. Di fatto la
situazione viene un po’ confusa sovrapponendo a questa distinzione quella tra
chi è favorevole all’integrazione degli immigrati e chi non lo è. I lavoratori
italiani, infatti, si sentono minacciati più dall’immigrazione che da un
sistema economico che, dagli anni ’90, li ha oggettivamene sfavoriti e
impoveriti. E’ in questo modo, sulle politiche contro l’integrazione dell’immigrazione
che una Destra, che tende a favorire grandi proprietari e imprenditori, che sono una minoranza degli
elettori, può riuscire a ottenere il consenso di una maggioranza, e cerca
effettivamente di farlo.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San
Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli