martedì 9 gennaio 2018

Destra e sinistra

Destra e sinistra


 Orientarsi in politica è diventato difficile perché i programmi dei vari partiti sono diventati ambigui, che significa non chiari, interpretabili in un senso ma anche in quello contrario. In questo modo si pensa di  aumentare i consensi elettorali. Questa è la situazione dall’inizio degli anni 90. Che cosa successe all’epoca? Subì un frazionamento e una metamorfosi il Partito Comunista Italiano, che era concordemente individuato come  Sinistra. Prima di allora si poteva più facilmente interpretare il senso di una proposta politica situandola a Destra, al Centro o a Sinistra. La distinzione fa riferimento al posto preso dai parlamentari rispetto al presidente dell’assemblea.
  Si cominciò a fine Settecento ai tempi della Rivoluzione francese. A sinistra si misero i rivoluzionari, a destra i monarchici conservatori. L’uso si tramandò nel primo Parlamento del Regno di Sardegna, costituito nel 1848 dallo Statuto Albertino, la Costituzione di quello stato con capitale a Torino, regnante la dinastia Savoia. E venne mantenuto nel Parlamento del Regno d’Italia, dopo l’istituzione di quest’ultimo nel 1861, con capitali a Torino, fino al 1865, a Firenze fino al 1871 e poi a Roma. Fino allo sviluppo politico del socialismo italiano, dalla fine dell’Ottocento, a sinistra si collocarono i riformatori. Successivamente i riformatori e anche i rivoluzionari di ispirazione socialista.
  Dagli inizi del Novecento la Sinistra, intesa come posizione politica, si andò sempre più caratterizzando in senso socialista e, con la costituzione in Italia nel 1921 di un Partito Comunista che prese ad ispirazione la rivoluzione sovietica russa, in senso comunista. Il Partito Comunista Italiano divenne la maggiore formazione della Sinistra italiana a partire dalle elezioni politiche del 1953. E con l’affermazione del socialismo in Italia (inteso il socialismo in senso largo a comprendevi anche l’orientamento comunista) che si determinò il senso della Destra e della Sinistra come posizioni politiche che dura ancora oggi. La differenza correva sugli orientamenti in materia di proprietà e di lavoro.
  La Destra poneva l’accento sulla difesa e sviluppo della proprietà e dell’impresa, e quindi anche sul mantenimento dell’ordine, la Sinistra sul miglioramento delle condizioni dei lavoratori dipendenti inteso come via al progresso sociale. Questa distinzione corrispondeva a quella che nella società c’era tra padroni (terrieri, immobiliari, d’impresa), una minoranza privilegiata, e dipendenti, la maggioranza dei cittadini.
  In questo quadro costituivano elementi ambigui le formazioni del fascismo storico e del cattolicesimo sociale, che comprendevano elementi di Destra e di Sinistra, tra loro contraddittori perché in posizioni con interessi contrapposti in società. L’elemento unificante nel primo fu il nazionalismo mussoliniano. Nel secondo la religione di orientamento papale. Il compromesso tra Benito Mussolini, il Duce, vale a dire il capo politico supremo e incontestabile del fascismo, la sua guida, e il Papato, l’istituzione di vertice e incontestabile del cattolicesimo, la sua  guida, raggiunto nel 1929 con la stipula a Roma dei Patti Lateranensi produsse tra il 1931 e il 1939 la vastissima affermazione popolare e il consolidamento in Italia del clerico-fascismo, che oggettivamente favoriva le classi sociali privilegiate, mantenendo l’ordine che rendeva possibile il privilegio, favorendole con misure protezionistiche e con importanti commesse pubbliche, ma teneva conto anche del benessere delle classi lavoratori, a favore delle quali introdusse numerose provvidenze sociali.
  Il nazionalismo mussoliniano prevedeva un programma di guerre per la creazione di un impero e vi era la necessità di un esercito di popolo. Le guerre sarebbero servite a finanziare il benessere della popolazione, prima dei ricchi ma anche quello degli altri, rapinando risorse alle nazioni conquistate. Questo processo fu presentato come opera di civilizzazione, anche con risvolti religiosi: ebbe il consenso dei cattolici italiani, che non avevano ancora maturato una cultura di pace internazionale, che in effetti era veramente poco diffusa nel mondo di allora. Gli intenti bellici condussero il fascismo mussoliniano verso il nazismo tedesco, che dal primo aveva tratto ispirazione distinguendosi successivamente molto in senso che oggi diremmo  di nazionalismo suprematista, volendo sottomettere l’Europa a una supposta  etnia  germanica vista come razza  superiore. Per stare alla pari con i nazisti tedeschi, i fascisti italiani dovettero inventarsi una supremazia razziale italiane, in modo da presentare gli italiani come  razza  superiore accanto ad un’altra razza  superiore, quella germanica. Questo si fece nell’ultimo quinquennio degli anni ’30. Questo portò i fascisti italiani a seguire i nazisti anche nell’antisemitismo, che alla fine  produsse la rottura con il Papato e quindi con il cattolicesimo sociale, perché essi ammettevano la discriminazione religiosa e sociale degli ebrei come eretici  irriducibili, ma non potevano ammettere quella  razziale, perché essa avrebbe squalificato la persona del Fondatore, che era di etnia ebraica, come tutti i primi cristiani.
  L’alleanza tra il fascismo mussoliniano e il Papato ebbe fine nel 1939, dopo l’elezione a Papa di Eugenio Pacelli, Pio 12° in religione. Egli prese subito (timidamente) posizione contro il razzismo antiebraico e (molto marcatamente) contro la guerra, venendo a confliggere apertamente con il principale programma politico del fascismo, questo in particolare con un radiomessaggio ai  governanti e ai popoli  nell’imminente pericolo della guerra  del 24-8-1939.  Negli anni a seguire il Papato diede il via libera all’organizzazione di una formazione politica democratica di ispirazione cattolica, per una rivoluzione democratica in Italia. Le linee guida di questa politica vennero con una serie di radiomessaggi natalizi tra il 1941 e il 1945, i primi quattro dei quali ebbero valore sostanziale di encicliche. Il nuovo  partito cristiano  attinse i suoi quadri in prevalenza dall’Azione Cattolica, che dal 1906 era stata istituita proprio per il lavoro in politica e in società. Il Papato spinse le masse cattoliche, a lungo rese succubi del fascismo, verso la democrazia sociale proposta da Alcide De Gasperi. Nel partito cristiano, la Democrazia Cristiana degasperiana, rimasero elementi di Destra e di Sinistra, del resto secondo gli insegnamenti costanti della dottrina sociale moderna. Il ripudio del nazionalismo di tipo mussoliniano e del comunismo di ispirazione sovietica fece collocare, politicamente, ma anche nelle aule parlamentari, il nuovo partito al Centro. Verso la fine dell’Ottocento le posizioni centriste erano state quelle del compromesso e dell’ambiguità. De Gasperi le caratterizzò in senso progressista, parlando di un partito di Centro che guarda verso Sinistra, vale a dire che  teneva conto  degli interessi della classe lavoratrice e dialogava  con i partiti di Sinistra che in prevalenza la rappresentavano. Del resto quel dialogo era iniziato durante la Guerra di Resistenza al fascismo: non cessò mai. Oggi gli storici vedono nella Democrazia Cristiana non un solo partito, ma una federazione di partiti: al suo interno poteva distinguersi una Destra, un Centro e una Sinistra; esso infatti, sebbene con organizzazione unitaria, era frazionato per correnti  di diverso orientamento. Aveva una vivace vita democratica che si esprimeva nel Congresso, che riuniva i delegati della base, e nel Consiglio Nazionale, ampio organo collegiale, vale a dire collettivo, che democraticamente guidava  il partito. Questa era la struttura anche di tutti gli altri partiti che avevano rappresentanti in Parlamento. Non vi era ancora l’estrema  personalizzazione  politica  intorno a un leader (parola inglese che si può tradurre anche con  duce) che c’è oggi.
  Va notato che la Costituzione della Repubblica italiana entrata in vigore nel 1948 ha una marcata impostazione di Sinistra, dichiarando la nuova democrazia fondata sul lavoro e ponendo vari limiti sociali alla proprietà e all’impresa.
 La nuova fase della politica italiana apertasi all’inizio degli anni ’90, con l’introduzione di un sistema elettorale con un’ampia quota maggioritaria, che favorì un’alternanza  periodica tra coalizioni di diverso orientamento, e la metamorfosi del comunismo italiano, cambiò l’impostazione dei criteri in base ai quali collocare una formazione in una Destra, in un Centro o in una Sinistra. Questo fondamentalmente perché, nella nuova stagione dell’economia mondiale nell’era della  globalizzazione, i partiti, che iniziarono a presentarsi tutti come  riformatori, inglobarono nei propri programmi ideologie economiche e sociali di Destra, che favorivano grandi proprietari e imprenditori. Si riteneva che queste politiche, determinando sviluppo e ricchezza, avrebbero comportato benefichi anche per la classe lavoratrice: è la teoria della  ricaduta favorevole, criticata da papa Francesco nell’esortazione apostolica  La gioia del Vangelo - Evangelii Gaudium.

«54. In questo contesto, alcuni ancora difendono le teorie della “ricaduta favorevole”, che presuppongono che ogni crescita economica, favorita dal libero mercato, riesce a produrre di per sé una maggiore equità e inclusione sociale nel mondo. Questa opinione, che non è mai stata confermata dai fatti, esprime una fiducia grossolana e ingenua nella bontà di coloro che detengono il potere economico e nei meccanismi sacralizzati del sistema economico imperante. Nel frattempo, gli esclusi continuano ad aspettare. Per poter sostenere uno stile di vita che esclude gli altri, o per potersi entusiasmare con questo ideale egoistico, si è sviluppata una globalizzazione dell’indifferenza. Quasi senza accorgercene, diventiamo incapaci di provare compassione dinanzi al grido di dolore degli altri, non piangiamo più davanti al dramma degli altri né ci interessa curarci di loro, come se tutto fosse una responsabilità a noi estranea che non ci compete. La cultura del benessere ci anestetizza e perdiamo la calma se il mercato offre qualcosa che non abbiamo ancora comprato, mentre tutte queste vite stroncate per mancanza di possibilità ci sembrano un mero spettacolo che non ci turba in alcun modo.»

  Di fatto, dall’inizio degli anni ’90 si è avuto un costante peggioramento delle condizioni della classe lavoratrice, sia nel senso di una maggiore precarietà dei rapporti di lavoro, sia in termini di potere d’acquisto delle retribuzioni, sia nel campo della sicurezza sul lavoro, con ritmi talvolta molto usuranti. Questo a prova che in società non accade mai che si favorisca qualcuno senza sfavorire altri. Il privilegio di alcuni ha  sempre  un costo che ricade su altri, quelli non favoriti o, nel gergo della Destra statunitense, i  perdenti, coloro che il sistema sociale colloca in condizioni peggiori.
  L’intervento pubblico nell’economia, molto intenso fino agli anni ’70, divenne progressivamente sempre minore e prevalentemente mediante finanziamenti privilegiati, che passavano necessariamente attraverso il sistema bancario, sgravi fiscali e di contributi sociali, riduzione del controllo burocratico con le imprese. Dagli anni ’90 la gran parte delle imprese in precedenza controllate dallo stato passarono in mani di privati.
  Tutti i partiti politici giustificarono quegli orientamenti con il Centrismo, con l’idea che fosse  giusto  essere  moderati  nel prendere posizione nel conflitto sociale a favore delle classi lavoratrici, perché il mondo andava così. Quindi alla Destra e alla Sinistra, si sostituirono progressivamente il Centrodestra e il Centrosinistra. Questa posizione aveva il vantaggio, sotto elezioni, di poter conquistare il consenso anche di elettori schierati nell’orientamento contrapposti, quindi di ampliare la propria forza elettorale.
 Oggi ha ancora un senso parlare di Destra e di Sinistra? Di fatto se ne parla. Il filosofo Norberto Bobbio, nel 1994 ci scrisse sopra un libro, Destra e Sinistra. Ragioni e significati di una distinzione politica, edito da Donzelli, piuttosto difficile, ma ancora attuale. Ne consigli la lettura a chi ha fatto le superiori.  Il vero discrimine corre tra le politiche sul lavoro. Chi si propone maggiore  flessibilità  deve essere considerato di destra. Di fatto la situazione viene un po’ confusa sovrapponendo a questa distinzione quella tra chi è favorevole all’integrazione degli immigrati e chi non lo è. I lavoratori italiani, infatti, si sentono minacciati più dall’immigrazione che da un sistema economico che, dagli anni ’90, li ha oggettivamene sfavoriti e impoveriti. E’ in questo modo, sulle politiche contro  l’integrazione dell’immigrazione che una Destra, che tende a favorire grandi proprietari e  imprenditori, che sono una minoranza degli elettori, può riuscire a ottenere il consenso di una maggioranza, e cerca effettivamente di farlo.

Mario Ardigò -  Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli