giovedì 11 gennaio 2018

La situazione del mondo del lavoro italiano non è pienamente conforme ai valori costituzionali

La situazione del mondo del lavoro italiano non è pienamente conforme ai valori costituzionali

Il tasso di occupazione è la percentuale degli occupati sulla popolazione in età da lavoro. Informazioni su di esso possono essere lette sul servizio statistico dell’Unione Europea, Eurostat:
 http://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php/Employment_statistics/it#Tassi_di_occupazione_secondo_il_sesso.2C_l.27et.C3.A0_e_il_livello_di_istruzione
 Nel 2016 nell’Unione Europea il tasso di occupazione medio delle persone tra i 20 e i 64 anni  era del 71%. Per la Svezia è stato dell’81,2%. Regno Unito, Francia e Germania l’hanno tra il 70 e il 79%. L’Italia, con Belgio, Spagna, Croazia, Polonia, Slovacchia, Romania e Bulgaria l’hanno tra il 60 e il 69%. La Grecia l’ha inferiore al 60%.

 Nella figura qui sotto viene riassunta la situazione 
  Secondo Eurostat, in Italia dal 1993 il tasso di occupazione è diminuito di circa 10 punti percentuali per gli uomini  e aumentato di circa 10 punti percentuali per le donne: complessivamente, considerando uomini e donne,  è rimasto stabile.

  Nell’Unione Europea, il tasso di occupazione per la classe di età dai 24 ai 54 anni è rimasto sostanzialmente identico a quello del 2001, mentre è aumentato quello delle persone tra i 55 e i 64 anni e diminuito quello dei giovani tra 15 e i 24 anni.
  In Italia, il servizio statale di statistica, l’ISTAT misura il tasso di occupazione medio nazionale per la fascia di età 15-64.  Tra il 2016 e il 2017 segnala un aumento del tasso di occupazione al 58.4% e una correlativa diminuzione del tasso di disoccupazione, che è di circa l’11%, circa tre volte quello tedesco. La disoccupazione giovanile è circa al 32%, Si segnala un aumento degli occupati. La situazione  a livello europeo è quella indicata nella figura qui sotto, pubblicata sul Corriere della Sera:
 E’ stato segnalato anche che il valore assoluto degli occupati è il più alto dal 1977, quando il tasso di occupazione era del 53,8%. Questo dato è significativo, ma con valore limitato, perché dal 1977 la popolazione italiana è aumentata da circa 55 milioni a circa 60 milioni, e l'aumento ha riguardato naturalmente anche la popolazione in età di lavoro (i livelli di natalità negli anni '60/70 erano superiori a quelli dei decenni successivi). Sono molto più significative le variazioni del tasso di occupazione. 
 Nella tavola che segue sono indicate le fasi di variazione del tasso di disoccupazione in Italia dal 1977 al 2012.
Nel 1977 si era al centro di una grave crisi economica iniziata nel 1974 con l’aumento del prezzo dei prodotti petroliferi. Ma anche nella successiva fase di ripresa economica degli anni ‘80 il tasso di disoccupazione tese in genere ad aumentare, e ancor più nel corso della fase di crisi all’inizio degli anni ’90, fino ad arrivare ad un picco intorno al 1997. Nel successivo decennio, quello caratterizzato dall’inizio dell’economia globalizzata e in Europa dall’introduzione della moneta unica, l'Euro,  tese a diminuire, fino ad arrivare, nel 2007, al di sotto del livello del 1977.  In concomitanza con la recessione economica iniziata nel 2008 il tasso di occupazione prese a salire, ed ora è ancora intorno all’11%, nonostante che gli indicatori economici segnalino segni di ripresa, anche se non in tutta Europa agli stessi livelli (in Italia sono ancora modesti).
  Fin dall'inizio, nel 2008, della fase di recessione economica ancora in corso, gli economisti previdero che in Occidente, in mancanza di iniziative pubbliche, la ripresa, l'uscita dalla fase recessiva, sarebbe stata jobless, vale a dire senza aumento del tasso di occupazione, e questo per molti motivi, non ultimo l'intensificazione dell'automazione delle lavorazioni industriali, ma anche per la marcata deindustrializzazione  in Europa, con lavorazioni pesanti  trasferite in Oriente per il minor costo del lavoro. 
  Dagli anni ’80 le politiche italiane per produrre un aumento del tasso di occupazione sono state sostanzialmente le stesse, senza distinzione tra Governi di Destra o di Sinistra: l’abolizione dei meccanismi giuridici per adeguare automaticamente le retribuzioni all’inflazione, quindi per mantenerne il potere di acquisto; la modifica della legislazione sul lavoro per aumentare la flessibilità, vale a dire la  precarietà,  dei rapporti di lavoro, rendendo più facile licenziare i lavoratori; gli incentivi alle imprese private mediante riduzione delle tasse che si sarebbero dovute pagare (sgravi fiscali) e dei contribuiti previdenziali dovuti dai datori di lavoro (sgravi contributivi). L’accentuata precarietà dei rapporti di lavoro ha colpito la forza dei sindacati dei lavoratori nell’impresa privata e, da ciò, è conseguita una minor forza contrattuale dei lavoratori, con un peggioramento delle condizioni contrattuali di lavoro e un andamento dei livelli retributivi che ha colpito il potere di acquisto dei redditi da lavoro. Le stringenti regole concordate in sede di Unione Europea quanto al debito pubblico hanno ridotto le risorse anche nel campo dell’occupazione pubblica, con drastica riduzione delle assunzioni e modesti incrementi retributivi.
  La politica degli incentivi e degli sgravi retributivi ha manifestato di produrre effetti limitati ai periodi in cui quei vantaggi erano corrisposti, comportando però pesanti costi per lo stato. L’accentuata precarietà dei rapporti di lavoro rende più semplice farli terminare. Rispetto alla situazione del 1977, in cui per licenziare occorreva un motivo legittimo e, in caso di licenziamento illegittimo, in molti casi il giudice poteva ordinare il ripristino del posto di lavoro, in Italia, oggi, i nuovi rapporti di lavoro sono in genere meno stabili e questo indebolisce la posizione contrattuale del lavoratore, il quale, per il pericolo di licenziamento o di non rinnovo di contratti di lavoro a tempo determinato, può determinarsi ad accettare condizioni di lavoro e retribuzioni peggiori. Le politiche di incentivi e sgravi contribuiti e quelle per la flessibilità dei rapporti di lavoro hanno determinato una diminuzione del costo del lavoro per gli imprenditori, e un correlativo aumento dei loro profitti, con miglioramenti dei livelli occupazionali precari e, tutto sommato, modesti, al di là delle accentuazioni propagandistiche.
 E’ la qualità dei rapporti di lavoro ad essere peggiorata. Si parla in merito di  svalutazione  del lavoro. Il lavoro spesso non è più sufficiente a condurre quell’esistenza libera  e  dignitosa, per sé e per la propria famiglia, secondo quanto si legge nell’art. 36 della Costituzione. L’attuazione sociale del diritto al lavoro, di cui all’art.4 della Costituzione, appare piuttosto problematica per il giovani, con un tasso di disoccupazione rilevantissimo, e questo nonostante che, come valore assoluto, le classi più giovani tendono a diminuire, per la bassa natalità italiana. Questo ha avuto un effetto significativo sull’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese: infatti le posizioni e gli interessi dei lavoratori appaiono non sufficientemente rappresentati nella politica nazionale. E’ la Sinistra politica che dovrebbe occuparsene (ricordo in merito quanto ho riassunto nel post  "Destra e Sinistra, del 9 gennaio scorso). In tutta Europa essa però appare in crisi di consenso, anche tra i lavoratori.
   Proseguendo con le politiche sul lavoro del passato, deve ritenersi che gli effetti che sono stati osservati si intensificheranno. Si estenderà l’area del lavoro più precario, le condizioni di lavoro e le retribuzioni tenderanno a peggiorare, senza seguire i cicli favorevoli dell’economia, le fasi di  ripresa. Non vengono però progettate soluzioni alternative. Di solito chi ha attuato quelle politiche, che sono state impostate secondo i medesimi criteri, con continuità, anche al tempo in cui, dal 1994, si alternarono al Governo opposte correnti politiche, formalmente di Centro-Destra e di Centro-Sinistra, pone in risalto gli effetti positivi, sorvolando su quelli negativi.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli