La situazione del
mondo del lavoro italiano non è pienamente conforme ai valori costituzionali
Il tasso di occupazione è la percentuale
degli occupati sulla popolazione in età da lavoro. Informazioni su di esso
possono essere lette sul servizio statistico dell’Unione Europea, Eurostat:
http://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php/Employment_statistics/it#Tassi_di_occupazione_secondo_il_sesso.2C_l.27et.C3.A0_e_il_livello_di_istruzione
Nel
2016 nell’Unione Europea il tasso di occupazione medio delle persone tra i 20 e
i 64 anni era del 71%. Per la Svezia è
stato dell’81,2%. Regno Unito, Francia e Germania l’hanno tra il 70 e il 79%. L’Italia,
con Belgio, Spagna, Croazia, Polonia, Slovacchia, Romania e Bulgaria l’hanno
tra il 60 e il 69%. La Grecia l’ha inferiore al 60%.
Nella
figura qui sotto viene riassunta la situazione
Secondo Eurostat, in
Italia dal 1993 il tasso di occupazione è diminuito di circa 10 punti
percentuali per gli uomini e aumentato di
circa 10 punti percentuali per le donne: complessivamente, considerando uomini
e donne, è rimasto stabile.
Nell’Unione
Europea, il tasso di occupazione per la classe di età dai 24 ai 54 anni è
rimasto sostanzialmente identico a quello del 2001, mentre è aumentato quello delle
persone tra i 55 e i 64 anni e diminuito quello dei giovani tra 15 e i 24 anni.
In
Italia, il servizio statale di statistica, l’ISTAT misura il tasso di
occupazione medio nazionale per la fascia di età 15-64. Tra il 2016 e il 2017 segnala un aumento del
tasso di occupazione al 58.4% e una correlativa diminuzione del tasso di
disoccupazione, che è di circa l’11%, circa tre volte quello tedesco. La disoccupazione
giovanile è circa al 32%, Si segnala un aumento degli occupati. La
situazione a livello europeo è quella indicata
nella figura qui sotto, pubblicata sul Corriere della Sera:
E’
stato segnalato anche che il valore assoluto degli occupati è il più alto dal
1977, quando il tasso di occupazione era del 53,8%. Questo dato è
significativo, ma con valore limitato, perché dal 1977 la popolazione italiana
è aumentata da circa 55 milioni a circa 60 milioni, e l'aumento ha riguardato naturalmente anche la popolazione in età di lavoro (i livelli di natalità negli anni '60/70 erano superiori a quelli dei decenni successivi). Sono molto più significative le variazioni del tasso di occupazione.
Nella
tavola che segue sono indicate le fasi di variazione del tasso di disoccupazione in
Italia dal 1977 al 2012.
Nel 1977 si era al centro di una grave crisi
economica iniziata nel 1974 con l’aumento del prezzo dei prodotti petroliferi. Ma
anche nella successiva fase di ripresa economica degli anni ‘80 il tasso di
disoccupazione tese in genere ad aumentare, e ancor più nel corso della fase di
crisi all’inizio degli anni ’90, fino ad arrivare ad un picco intorno al 1997.
Nel successivo decennio, quello caratterizzato dall’inizio dell’economia
globalizzata e in Europa dall’introduzione della moneta unica, l'Euro, tese a
diminuire, fino ad arrivare, nel 2007, al di sotto del livello del 1977. In concomitanza con la recessione economica
iniziata nel 2008 il tasso di occupazione prese a salire, ed ora è ancora intorno
all’11%, nonostante che gli indicatori economici segnalino segni di ripresa,
anche se non in tutta Europa agli stessi livelli (in Italia sono ancora modesti).
Fin dall'inizio, nel 2008, della fase di recessione economica ancora in corso, gli economisti previdero che in Occidente, in mancanza di iniziative pubbliche, la ripresa, l'uscita dalla fase recessiva, sarebbe stata jobless, vale a dire senza aumento del tasso di occupazione, e questo per molti motivi, non ultimo l'intensificazione dell'automazione delle lavorazioni industriali, ma anche per la marcata deindustrializzazione in Europa, con lavorazioni pesanti trasferite in Oriente per il minor costo del lavoro.
Dagli anni ’80 le politiche italiane per produrre un aumento del tasso
di occupazione sono state sostanzialmente le stesse, senza distinzione tra Governi
di Destra o di Sinistra: l’abolizione dei meccanismi giuridici per adeguare
automaticamente le retribuzioni all’inflazione, quindi per mantenerne il potere
di acquisto; la modifica della legislazione sul lavoro per aumentare la flessibilità, vale a dire la precarietà, dei rapporti di lavoro, rendendo più facile
licenziare i lavoratori; gli incentivi alle imprese private mediante riduzione
delle tasse che si sarebbero dovute pagare (sgravi fiscali) e dei contribuiti
previdenziali dovuti dai datori di lavoro (sgravi contributivi). L’accentuata
precarietà dei rapporti di lavoro ha colpito la forza dei sindacati dei
lavoratori nell’impresa privata e, da ciò, è conseguita una minor forza
contrattuale dei lavoratori, con un peggioramento delle condizioni contrattuali
di lavoro e un andamento dei livelli retributivi che ha colpito il potere di
acquisto dei redditi da lavoro. Le stringenti regole concordate in sede di
Unione Europea quanto al debito pubblico hanno ridotto le risorse anche nel
campo dell’occupazione pubblica, con drastica riduzione delle assunzioni e
modesti incrementi retributivi.
La
politica degli incentivi e degli sgravi retributivi ha manifestato di produrre
effetti limitati ai periodi in cui quei vantaggi erano corrisposti, comportando
però pesanti costi per lo stato. L’accentuata precarietà dei rapporti di lavoro
rende più semplice farli terminare. Rispetto alla situazione del 1977, in cui
per licenziare occorreva un motivo legittimo e, in caso di licenziamento
illegittimo, in molti casi il giudice poteva ordinare il ripristino del posto
di lavoro, in Italia, oggi, i nuovi rapporti di lavoro sono in genere meno
stabili e questo indebolisce la posizione contrattuale del lavoratore, il
quale, per il pericolo di licenziamento o di non rinnovo di contratti di lavoro
a tempo determinato, può determinarsi ad accettare condizioni di lavoro e
retribuzioni peggiori. Le politiche di incentivi e sgravi contribuiti e quelle
per la flessibilità dei rapporti di lavoro hanno determinato una diminuzione
del costo del lavoro per gli imprenditori, e un correlativo aumento dei loro
profitti, con miglioramenti dei livelli occupazionali precari e, tutto sommato,
modesti, al di là delle accentuazioni propagandistiche.
E’ la
qualità dei rapporti di lavoro ad essere peggiorata. Si parla in merito di svalutazione del lavoro. Il lavoro spesso non è più
sufficiente a condurre quell’esistenza libera
e dignitosa, per sé e per la
propria famiglia, secondo quanto si legge nell’art. 36 della Costituzione. L’attuazione
sociale del diritto al lavoro, di cui all’art.4 della Costituzione, appare
piuttosto problematica per il giovani, con un tasso di disoccupazione
rilevantissimo, e questo nonostante che, come valore assoluto, le classi più
giovani tendono a diminuire, per la bassa natalità italiana. Questo ha avuto un
effetto significativo sull’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione
politica, economica e sociale del Paese: infatti le posizioni e gli interessi
dei lavoratori appaiono non sufficientemente rappresentati nella politica
nazionale. E’ la Sinistra politica che dovrebbe occuparsene (ricordo in merito quanto ho riassunto nel post "Destra e Sinistra, del 9 gennaio scorso). In tutta Europa
essa però appare in crisi di consenso, anche tra i lavoratori.
Proseguendo con le politiche sul lavoro del passato, deve ritenersi che
gli effetti che sono stati osservati si intensificheranno. Si estenderà l’area
del lavoro più precario, le condizioni di lavoro e le retribuzioni tenderanno a
peggiorare, senza seguire i cicli favorevoli dell’economia, le fasi di ripresa. Non vengono però progettate
soluzioni alternative. Di solito chi ha attuato quelle politiche, che sono
state impostate secondo i medesimi criteri, con continuità, anche al tempo in
cui, dal 1994, si alternarono al Governo opposte correnti politiche,
formalmente di Centro-Destra e di Centro-Sinistra, pone in risalto gli effetti
positivi, sorvolando su quelli negativi.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San
Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli



