Agire da adulti
«Quand'ero bambino,
parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto
uomo, ciò che era da bambino l'ho abbandonato.», si legge nella prima
lettera ai Corinzi, 13, 11: di solito le persone concordano con questa
affermazione e agiscono di conseguenza, ma meno frequentemente quando si
occupano di politica. In questo campo sento e leggo ragionamenti bambineschi.
Non è solo la gente che mi sorprende, ma la propaganda che le è rivolta. Le
questioni vengono proposte in termini infantili, con eccessive
personalizzazioni, come se il nodo centrale fosse scegliere questa o quella persona, non una linea politica. Si
fa appello all’avidità o alla paura, o a tutte e due insieme: è così che si ha
ragione dei bambini, o li si alletta dando loro qualcosa di buono da mangiare o
un bel giocattolo oppure li si minaccia di busse. Gli adulti in genere pensano
che sia tempo sprecato ragionare con i più
piccoli e vanno per le spicce. Perché, allora, li mandano a scuola? E
infatti ci sono genitori che danno poca importanza agli studi. Questo
orientamento si trasferisce ai figli, che imparano non da quello che gli adulti
predicano, ma da quello che credono veramente e, soprattutto, da ciò che fanno.
I politici, in propaganda elettorale, con pochi giorni davanti, finiscono per
condursi come genitori impazienti e propongono ai cittadini argomenti
bambineschi. Sorprende che la gente accetti di essere trattata come bambini.
La
politica assume quindi l’aspetto di comitati elettorali in lotta tra loro per conquistare la
legittimazione giuridica al potere pubblico, nelle varie istituzioni che lo
esprimono, da quelle locali, ad esempio i Comuni, le Città metropolitane e le
Regioni, allo Stato. In quest’ultimo il potere supremo, di vertice, è diviso in
varie organizzazioni che si limitano a vicenda, l’unica delle quali che è di
diretta derivazione popolare è il Parlamento, nelle sue due Camere, il Senato e
la Camera dei Deputati. Bisogna però dire che le altre, la Presidenza della
Repubblica, il Consiglio dei Ministri e la Corte Costituzionale, in tutto o in
parte derivano o vengono comunque legittimate al potere dal Parlamento. E,
soprattutto, è la Costituzione, l’insieme delle regole giuridiche più
importanti, ad essere nelle mani del Parlamento. Quindi una marcata svolta in
Parlamento produrrà prima o poi un’analoga svolta di tutto lo Stato. In passato
nessuna forza politica ha conquistato sufficiente potere politico per produrla.
La riforma costituzionale respinta con il referendum costituzionale del
dicembre del 2016 era congegnata per consentirla. In generale svolte politiche
profonde non sono di per sé negative: dipende dal loro orientamento. Una svolta
di questo genere si ebbe nel 1948 con l’entrata in vigore della Costituzione
vigente, con i suoi grandi principi umanitari e sociali. Esse però diventano
pericolose in una democrazia che è caduta nelle mani di comitati elettorali. Questa
situazione produce presto o tardi un degrado della democrazia in senso autoritario. Questo perché si fanno
meno efficienti le relazioni con le masse, che richiede un’organizzazione molto costosa e impegnativa non più alla
portata dei partiti di oggi in Italia, sia perché non hanno più i mezzi per impiantarla, dopo che è venuto
meno il finanziamento pubblico della politica (la legge è del 2013), sia perché
non hanno più la volontà per metterla in piedi e questo perché non hanno più veramente
la necessità di farlo se gli elettori accettano di essere trattati come
bambini.
Le prime organizzazioni politiche che si rivolsero alle masse nell’era
contemporanea furono storicamente quelle cattoliche e quelle socialiste: si
svilupparono contemporaneamente, in polemica tra loro ma agendo con metodi
simili e soprattutto con un’azione centrata sul medesimo tema, la riforma dello
stato per attuare la giustizia sociale. Entrambe le organizzazioni prevedevano
la costruzione di un’estesa organizzazione sociale e politica per raggiungere
capillarmente le masse. I cattolici già la possedevano: dalla fine del
Settecento era apertamente impegnata in politica. In Italia i socialisti si
organizzarono negli ultimi vent’anni dell’Ottocento. Il Partito Socialista
Italiano fu fondato a Genova nel 1892 sulla base di esperienze precedenti. L’impegno
politico dei cattolici, che nel corso dell’Ottocento era stato fondamentalmente
diretto a contrastare l’ideologia liberale e quella del nazionalismo italiano,
che minacciava il piccolo regno che il Papato aveva nell’Italia centrale, virò nel senso della giustizia
sociale con la prima enciclica sociale moderna, la Le Novità - Rerum Novarum, diffusa nel 1891 dal papa Vincenzo Gioacchino
Pecci, in religione Leone 13°.Ma la prima organizzazione che può essere
considerata veramente come quella di un partito di massa, con una struttura di
vertice coordinata con quelle locali e uffici di propaganda, fu quella
cattolica e più precisamente l’Azione Cattolica, costituita con gli statuti del
1906 sulla base dell’enciclica l’enciclica Fermo
proposito, diffusa nel 1905 dal papa
Giuseppe Sarto, regnante in religione come Pio 10°: fu strutturata in quattro organizzazioni tra
loro coordinate, l’Unione popolare, l’Unione
economico sociale, l’Unione
elettorale e la Società
della gioventù cattolica, alle quali nel 1908 si aggiunse l’Unione
donne cattoliche italiane, che ebbe
un grandioso sviluppo dopo la Prima Guerra mondiale (1914-1918). Questo impegno
produsse, tra il 1948 e il 1992 la lunga egemonia di un partito cristiano, ispirato alla dottrina sociale, sulla politica
italiana, che ancora oggi in fondo si manifesta sebbene in altre forme. Il
disegno politico dei cattolici andò molto oltre i confini nazionali: l’Unione
Europea è anche una loro costruzione. Essa si fonda, anche se molti non ne
hanno più consapevolezza, sul uno dei
più importanti principi di organizzazione istituzionale elaborati dalla
dottrina sociale, quello di sussidiarietà, secondo il quale lo stato
deve aiutare, non dominare, né
sovrastare, né sostituire, le formazioni sociali minori.
Le organizzazioni socialiste ritenevano di
agire sulla base di un mandato ricevuto dalle masse, quindi non solo nel loro
interesse, ma in loro nome. Quelle cattoliche ritenevano di farlo sulla base di
un mandato ricevuto dalla gerarchia religiosa, che comprendeva quello di
operare nell’interesse delle masse. Le organizzazioni socialiste ebbero proprie
scuole di politica, il partito cristiano non ne ebbe bisogno perché c’erano quello
cattoliche. La dottrina sociale nel suo insieme è una scuola di politica.
Sia tra i cattolici che tra i politici vi
furono correnti che diffidavano della democrazia e addirittura le si
opponevano. Tra i cattolici a lungo prevalsero quelle antidemocratiche, dagli
anni Sessanta dell’Ottocento fino al 1912, e poi dal 1931 al 1939. Dal 1939
prevalsero quelle democratiche. La polemica con il socialismo, critico nei
confronti della religiosità e in particolare di quella papista, fu sempre
piuttosto accesa, pur nella ripresa dei temi socialisti sulla giustizia
sociale. Si attenuò tra il 1959 e il 1978 sotto il regno dei Papi Giuseppe
Angelo Roncalli, Giovanni 23°, e Giovanni Battista Montini, Paolo VI, e ora
sotto il regno di Papa Francesco. L’assimilazione dei cattolici alla democrazia
andò di pari passo a quella dei socialisti: insieme costruirono la nostra
Repubblica democratica inserendo in Costituzione molti importanti diritti sociali. L’art. 2 della
Costituzione può essere considerato diretta derivazione del pensiero sociale
cattolico, il secondo comma dell’art. 3, invece, del pensiero socialista. La
diffidenza di socialisti e cattolici verso la democrazia era motivato dal fatto
che essa era organizzata, fino a quando i partiti di massa democratici la
assimilarono cambiandola profondamente, secondo comitati elettorali. Essi
rispondevano alla classe dominante nella società, la borghesia, con la quale
cattolici e socialisti, da diversi punti di vista, erano in polemica; la classe
che controllava l’economia e la cultura. In un sistema così era ragionevole
ammettere al voto solo i competenti, vale a dire i membri della
classe dominante, individuati per capacità di reddito e istruzione. Erano
coloro che, si pensava, sapevano ragionare di politica, perché, innanzi tutto, sapevano. Con il suffragio universale maschile, introdotto nel 1912 in Italia,
(votavano tutti gli adulti maschi) si aprì il campo della politica di massa. Durò
poco, dieci anni. Poi si ebbe la lunga egemonia del fascismo, che era un’organizzazione
autoritaria che riuscì a lungo, con la collaborazione della Chiesa cattolica,
ad esercitare un pervasivo dominio sulle masse. La Chiesa cattolica si risolse
ad appoggiarlo, dal 1929, fondamentalmente per le stesse ragioni per le quali
le masse furono all’epoca fascinate dal regime: prospettiva di affermazione
sociale e paura. La paura era quella verso il comunismo, il socialismo rivoluzionario
che aveva preso piede dal 1917 con la rivoluzione sovietica in russa e che
trovava molti seguaci anche in Italia. Presto i cattolici si resero conto del
carattere profondamente irreligioso dal fascismo, che si approfondì nell’alleanza
con il nazismo tedesco. Ma si dovette arrivare al 1939 per un vero cambiamento
di rotta, a seguito delle politiche razziste del regime e del suo
coinvolgimento nella guerra mondiale. Il
fascismo mussoliniano, con il suo
progetto di una società corporativa,
vale a dire solidale e cooperante intorno a certi principi di giustizia
sociale, e aperta alla religiosità, per un certo tempo convinse i capi
religiosi cattolici, da sempre diffidenti verso i processi democratici, fino ad
arrivare storicamente alla scomunica come eretica dell’ideologia
democratico-cristiana. Da rilevare che la piena accettazione della democrazia,
nella sua versione popolare, piena di diritti sociali, si ebbe solo con l’enciclica
Il Centenario - Centesimus annus, diffusa nel 1991 dal papa Karol Wojtyla,
Giovanni Paolo 2°, dopo la caduta dell’avversario politico costituito dal
comunismo europeo di scuola sovietica.
In una
democrazia ridotta a dominio di comitati elettorali ritornano attuali le critiche che cattolici e
socialisti mossero alla democrazia liberale. Essa sostanzialmente rendeva
impossibile la riforma sociale, il principale obiettivo politico di cattolici e
socialisti dagli ultimi vent’anni dell’Ottocento, perché sgradita alla
borghesia che dominava la società ed esprimeva appunto la democrazia liberale.
I comitati elettorali nfatti vengono legittimati da chi già domina la società e
si rivolgono alle masse solo perché le regole costituzionali prevedono che la
legittimazione giuridica si abbia attraverso un voto popolare. Per il resto i
comitati elettorali si presentano come autoreferenziali. Non celebrano
congressi, in cui si confrontano e si approvano le linee politiche e si
nominano i dirigenti con la partecipazione di delegati della base, o, se si
celebrano, il loro esito è scontato fin dall’inizio, non ci sono sorprese. Cercano
di dominare le masse con la propaganda elettorale, senza un lavoro di
formazione. Il loro principale interesse è la conquista e il mantenimento del
potere nelle istituzioni pubbliche. Poiché, quanto ai rapporti con le masse, si
dedicano solo alla propaganda elettorale, non sono aperti all’autocritica,
presentano una versione molto edulcorata della realtà per quanto li concerne e
propongono progetti senza indicare puntualmente come pensano di realizzarli e,
soprattutto, senza curarsi molto della loro coerenza e sostenibilità
finanziaria. Ad esempio proporranno di tagliare le tasse e di aumentare la
spesa pubblica, propositi incompatibili. In questo modo confezionano un
prodotto che poi non saranno in grado di consegnare. Ma, una volta conquistato
il potere, questo non sarà importante, almeno fino alle prossime elezioni. Ma a
masse ridotte in stato bambinesco si può far accettare quasi tutto.
«Non salirei mai su un
aereo guidato da me stesso»: l’ho
letto l’altro giorno sul giornale, è un’affermazione che riguarda l’importanza
della competenza. Com’è che però, con il suffragio universale, si ritiene che chiunque sia in grado, solo perché
cittadino e a prescindere da ogni verifica, di mettere bocca nelle questioni
più serie dello stato? E’ un’obiezione seria. Il suffragio universale è
essenzialmente un limite politico ai poteri che di volta in volta
riescono a dominare la società. E la democrazia popolare è appunto un sistema
di limiti molto potente. Impedire che un certo gruppo in un certo momento domini
la società, innanzi tutto controllando l’economia, è risultato impossibile: è
la realtà delle società di ogni tempi, ma anche di quelle di massa
contemporanee. Ma consentire a tutti di dire, ad un certo punto che basta
così, più avanti no, è molto è molto importante,
per impedire che quel dominio si stabilizzi e, facendo prevalentemente gli
interessi del gruppo dominante come sempre accade nei poteri che si fanno più
stabili, finisca per colpire gli interessi dei più. Ma che accade se le masse,
accettando di essere trattate da bambini, cadono nel dominio di comitati elettorali espressione di coloro
che dominano la società? Se si convincono che non c’è alternativa, così va il
mondo e non ci si può fare nulla. Quel limite verrà meno. E con essa la
democrazia di popolo, quella, per intenderci, che ha tra i propri obiettivi la
giustizia sociale, non solo la libertà,
ben consapevole, come lo furono storicamente cattolici e socialisti, che libertà senza giustizia sociale non è vera libertà per tutti, ma solo per chi
nella società riesce a dominare.
In una società di massa, in cui il potere dipende dalla capacità di
dominare le masse, anche quello economico, il dominio è innanzi tutto
culturale, e poi economico e politico. Chi domina culturalmente, domina il modo
di pensare della gente e la gente, di solito, agisce secondo quello che pensa.
E qui che la formazione politica alla democrazia è molto importante per la
manutenzione della stessa democrazia, per impedirne il degrado. Il degrado
della democrazia, quando raggiunge il vertice dello stato, ha sempre
conseguenze molto gravi per la vita di tutti, e in particolare quando in
questione è l’orientamento di uno stato come l’Italia che è molto importante
per il futuro dell’Europa, che è uno dei pilastri sui cui poggia la pace
europea.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte sacro, Valli