Giacomo Lercaro. Omelia del 1 gennaio 1968, in occasione della prima Giornata mondiale della pace
dal sito:
http://www.dossetti.eu/wp-content/uploads/2017/12/Omelia-Lercaro-come-in-audio-per-sito.pdf
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Nota biografica da
http://www.treccani.it/enciclopedia/giacomo-lercaro_%28Dizionario-Biografico%29/
[...] A Bologna si era
ormai da tempo sviluppato un acceso confronto in merito alla guerra in Vietnam:
l'orientamento dell'amministrazione comunale e di vari settori popolari era
chiaramente ostile all'escalation militare
americana; sul fronte cattolico, invece, le posizioni risultavano divaricate
tra coloro che osteggiavano la linea americana e altri - tra i quali la
maggioranza dei politici democristiani locali - che invece si mantenevano su
una linea di equidistanza tra i contendenti, seguendo in questo la Democrazia
cristiana (DC) nazionale e lo stesso pontefice.
Fu proprio un messaggio di Paolo VI, mirato a istituire per il
1° genn. 1968 la Giornata mondiale per la pace a far precipitare la situazione
bolognese. Tra le varie iniziative previste in diocesi per dare eco alla
proposta del papa il Lercaro e Dossetti programmarono infatti anche un'omelia da
tenersi in cattedrale in occasione appunto della Giornata. La decisione, della
quale in via riservata venne informato il sindaco, era di pronunciare nella
circostanza una chiara condanna dei bombardamenti americani sul Vietnam del
Nord. Nonostante qualche indecisione della vigilia, legata alla preoccupazione
che si potesse interpretare il tutto in chiave politica, l'impegno venne infine
rispettato dal Lercaro; poche settimane dopo un emissario della S. Sede lo informò
che il suo episcopato era finito. Il nesso tra le due circostanze, per quanto
mai documentato in modo risolutivo, parve al Lercaro evidente e comunque contribuì a
consegnare alla memoria collettiva il ricordo del sacrificio forse consapevole
di un moderno "profeta". Ritiratosi alle porte della città l'antico
"combattente-costruttore" sopravvisse ancora otto anni alla decisione
della S. Sede di interrompere il suo governo episcopale.[…]
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Figli
dilettissimi, popolo di Dio della nostra santa Chiesa bolognese,
Nella odierna Eucaristia celebriamo l’ottavo
giorno dalla nascita del Salvatore: come ci ha detto or ora l’Evangelo: «quando
cioè furono compiuti gli otto giorni per la circoncisione del Bambino, fu
circonciso e chiamato Gesù». Secondo l’ordine dato da Dio ad Abramo (Gen
17,9-14), rinnovato a Mosé nell’Esodo (Es 12,44; cfr. Lev 12,3) la
circoncisione era per tutte le tribù d’Israele il segno della alleanza con Dio,
e per ognuno in particolare, il segno della appartenenza al popolo eletto, la
condizione per partecipare alla santa assemblea e per comunicare alla salvezza
nella Pasqua del Signore.
Ma in Cristo circonciso il segno si concreta e
il simbolo diventa realtà, e non più soltanto per un popolo, ma per l’intero
genere umano. Il primo sangue versato dal Dio Bambino inizia il sacrificio del
Calvario e anticipa il lavacro di «acqua e sangue» (Gv 19,34) che ne scaturirà
non più soltanto per la razza di Abramo, ma a riscatto di tutti gli uomini di
ogni «razza, lingua, popolo e nazione» come si esprime l’Apocalisse (5,9).
Così, la circoncisione del Figlio di Maria, da un lato significa la sua
legittima appartenenza al popolo d’Israele; dall’altro anticipa il battesimo
cristiano, cioè l’universalità del «sigillo della giustizia della fede», come
dice Paolo nella Lettera ai Romani (4,11), nella quale tutti gli uomini –
nessuno escluso – potranno essere «circoncisi nel cuore secondo lo Spirito» (2,
29) riuniti in un unico e definitivo popolo di Dio.
Dunque, già in questo ottavo giorno del Natale,
nel nome di Gesù «viene annunziato un Buon Annunzio eterno a quelli che abitano
sulla terra, ad ogni nazione, razza, lingua e popolo» (Ap 14,6). Ed è proprio
meditando l’universalità dell’Evangelo di salvezza, che anche noi – secondo il
desiderio e il Messaggio del Sommo Pontefice – presentiamo in questo giorno
l’appello per la pace rivolto dal Papa a tutti gli uomini della terra. Abbiamo
già offerto in questi giorni il Messaggio pontificio ai capi delle altre
comunità di credenti in Bologna e alle autorità responsabili delle comunità e
delle istituzioni civili. Qui, stasera, in questa Messa episcopale, lo consegniamo
idealmente a tutti i fedeli della nostra Chiesa bolognese: a quanti, con noi –
secondo la parola dell’Apostolo letta poc’anzi dal lettore – credono che oggi
«l’amabile bontà del nostro Dio salvatore si è rivelata a tutti gli uomini».
1. La liturgia odierna e il Messaggio
pontificio convergono oggi ad illuminare il mistero e l’impegno della nostra
unità e pace con tutti gli uomini in Cristo: a farci, dunque, sentire in modo
particolarissimo questo come il momento di «rinunziare all’ira, allo sdegno,
alla malignità», – sono le parole di san Paolo – il momento di rivestirci
dell’uomo nuovo, «nel quale – è ancora san Paolo che parla – non vi è più né
greco né giudeo, né circonciso né incirconciso, né barbaro né Scita, né schiavo
né libero, ma in tutto e in tutti è Cristo» (Col 3,8 e 11). Perché il nostro
anelito e la nostra preghiera di pace per tutte le nazioni possa essere
autentica e sincera, occorre che noi, in questa sede, rinunziamo a cercare, a
giudicare le cause di divisione e di conflitto che possono venire da altri, ma
piuttosto imploriamo dallo Spirito il dono di sapere «esaminare noi stessi, per
non essere giudicati» (1Cor 11,31). «Ognuno di noi – dice l’Apostolo – renderà
conto a Dio di sé stesso. Dunque non giudichiamoci più a vicenda, ma pensate
piuttosto a non mettere inciampo né a dare scandalo al vostro fratello» (Rm
14,12-13).
2. Fratelli e figli dilettissimi, vorrei
aprirvi tutto il mio animo, confessarmi a voi, davanti al Signore e alla
Vergine, della quale la liturgia di oggi con tanta insistenza invoca
l’intercessione. Da più giorni, il Messaggio del Santo Padre mi sospinge a
scrutare la mia coscienza e la mia vita. Mi chiedo quale è stata la
testimonianza di pace mia personale e dell'intera nostra comunità ecclesiale.
Mi domando soprattutto fino a che punto possiamo avere talvolta inclinato a
vedere solo in altri la causa dei disordini e dei conflitti ed eventualmente a
giudicarli come fomentatori di guerra e perturbatori della pace, piuttosto che
esaminare noi stessi ed eventualmente preoccuparci di togliere da noi le pietre
d’inciampo sul cammino della pace e le ragioni di scandalo, forse
inconsapevolmente offerte ai credenti e ai non credenti. 2
3. Miei figli amati in
Cristo, vi confesso ancora che del Messaggio che ora vi presento, alcune parole
mi sono entrate più a fondo nell’anima, cioè quelle in cui il Santo Padre
spiega la sua insistenza nel parlare e nell’operare per la pace: «Vorremmo –
egli dice – che non mai ci fosse rimproverato da Dio o dalla storia di avere
taciuto davanti al pericolo di una nuova conflagrazione fra i popoli, che –
come ognuno sa – potrebbe assumere forme improvvise di apocalittica terribilità».
Anche a me, secondo la mia modestissima misura e responsabilità, anche a me, da
tanti anni vostro pastore e vostro maestro, voglia il Cielo che non si debba
mai rimproverare di avere taciuto qualche cosa che potesse essere essenziale
alla valida testimonianza di pace della nostra Chiesa bolognese, nel contesto
umano, sociale, culturale in cui essa vive e opera. Perciò non posso ora
limitarmi alla semplice consegna del testo del Sommo Pontefice: ma, quasi a
suggello e a commento di esso sento di dovere mettere nelle vostre mani i
sentimenti più profondi del mio cuore di pastore di questa nostra Chiesa
bolognese.
4. Io vorrei riempire questa consegna con tutto
ciò che ho detto e fatto per la pace in tutta la mia vita: specialmente in
questi ultimi anni, nel Concilio, nel governo e nell’insegnamento ordinario in
Diocesi, nelle assemblee delle nostre Chiese, nell’aula del Consiglio Comunale
e in quelle delle varie istituzioni bolognesi. Vorrei ora, in particolare,
richiamare alla mia coscienza e riproporre a voi il discorso in cui, alcuni
mesi or sono all’Archiginnasio, ho cercato di esporre i temi principali della
dottrina conciliare e della visione biblica sulla pace: penso che quel discorso
trovi ora, al di là del previsto, una verifica e una nuova attualità in tutto
quello che accade e viene detto da tante parti in questi ultimi giorni.
5. Ma soprattutto ora piego le ginocchia
davanti al Signore, che giudicherà la mia vita e il mio episcopato, e mi chiedo
se quello che ho detto sinora può bastare o se ancora non vi sia qualche cosa
da aggiungere, per orientare ancor meglio le nostre anime a pensieri e a opere
di pace, proporzionate alla estrema gravità del pericolo e dell'’impegno
storico che, variamente ma solidalmente, grava su tutti e su ciascuno. Mi vado convincendo
sempre più che il compito della Chiesa a questo riguardo è duplice, consta di
due elementi complementari e inscindibili: veramente «occorre adempiere l’uno,
senza omettere l’altro».
6. Da una parte, la Chiesa non deve stancarsi
di diffondere, spiegare e rispiegare l’insegnamento generale cristiano sulla
pace; deve anzi approfondire ancora più le radicali esigenze del Vangelo circa
la rinunzia alla violenza; deve formare le coscienze; soprattutto deve
metodicamente guidare i credenti e rispettosamente aiutare i non credenti a
ricomporre in sé stessi quella pace personale e interiore che l’uomo moderno
poco conosce e «che è – secondo le parole di Paolo VI – la radice profonda e
feconda della pace esteriore, politica, militare, sociale, comunitaria» (Discorso
di Natale).
7. Dall’altra parte, la Chiesa non deve far
mancare il suo giudizio dirimente – non politico, non culturale, ma puramente
religioso – sui maggiori comportamenti collettivi e su quelle decisioni supreme
dei responsabili del mondo, che possano coinvolgere tutti in situazioni sempre
più prossime alla guerra generale e che possano, a un tempo, confondere le
coscienze proponendo false interpretazioni della pace o false giustificazioni
della guerra e dei suoi metodi più indiscriminatamente distruttivi.
8. Certo la Chiesa non può né deve assidersi
arbitra delle contese politiche fra le nazioni: memore della risposta data da
Gesù a chi gli chiedeva di arbitrare la divisione dell’eredità fra due
fratelli, la Chiesa deve ripetere agli uomini e agli Stati: «Chi mi ha
costituito arbitra o ripartitrice fra di voi?» (Lc 12,13-14). Certo, la Chiesa
– per non apparire invadente o parziale o imprudentemente impegnata
nell’opinabile e nel contingente – deve affinare sempre più la sua purezza
trascendente e il suo distacco da ogni interesse politico e persino da ogni
metodo in qualche modo analogo a quelli delle potenze.
9. Ma la Chiesa non può essere neutrale, di
fronte al male da qualunque parte venga: la sua via non è la neutralità, ma la
profezia; cioè il parlare in nome di Dio, la parola di Dio. Pertanto,
nell’umiltà più sincera, nella consapevolezza degli errori commessi nella sua
politica temporale del passato, nella solidarietà più amante e più sofferta con
tutte le nazioni del mondo, la Chiesa deve tuttavia portare su di esse il suo
giudizio, deve – secondo le parola di Isaia riprese dall’Evangelista san Matteo
(12,18) – «annunziare il giudizio alle nazioni». 3
10. Il profeta può
incontrare dissensi e rifiuti, anzi è normale che, almeno in un primo momento,
questo accada: ma se ha parlato non secondo la carne, ma secondo lo Spirito,
troverà più tardi il riconoscimento di tutti. È meglio rischiare la critica
immediata di alcuni che valutano imprudente ogni atto conforme all’Evangelo,
piuttosto che essere alla fine rimproverati da tutti di non aver saputo –
quando c’era ancora il tempo di farlo – contribuire ad evitare le decisioni più
tragiche o almeno ad illuminare le coscienze con la luce della parola di Dio.
11. Figli miei, le ultime circostanze mi hanno
indotto a ripensare in concreto alle esperienze di guerra attraversate nella
mia lunga vita: ancora come bimbo, la prima guerra d’Africa; come chierico, la
guerra di Libia e poi come novello sacerdote, quando mi ha sorpreso e
mobilitato la Prima guerra mondiale. Ho ripercorso il travagliato itinerario di
questi ultimi cinquant’anni e delle diverse guerre in cui si è trovato
coinvolto, suo malgrado, il nostro paese. Ho voluto rivedere, con gli occhi di
oggi, le singole decisioni supreme del 1915, del 1936, del 1940 che hanno
portato tre volte il nostro popolo in guerra. In guerre che nessuna esigenza
vitale di sopravvivenza e di giustizia ci imponeva, in guerre che il popolo
nella sua maggioranza, non voleva e non sentiva, ma che tuttavia furono intraprese
dai governanti per una concatenazione quasi fatale di pregiudizi, di ambizioni,
di tragiche leggerezze, di fatalismo, o per il meccanismo incontrollabile delle
alleanze impegnate dai capi.
12. Ebbene, se ripenso a tutto l’arco di questi
dieci lustri, debbo riconoscere che la parola più concreta e incidente, in
rapporto alle vicende belliche in cui l’Italia fu coinvolta, fu pronunziata
appunto cinquant’anni fa (1917) da Benedetto XV: alludo al suo giudizio che
definiva la guerra in corso fra le potenze, una «inutile strage». Quel giudizio
– veramente non politico, non diplomatico, ma religioso – fu immediatamente il
bersaglio di ogni accusa: ma oggi da tutti si riconosce che quella parola
profetica costituisce uno dei titoli maggiori della statura, pontificale e
storica, del papa Benedetto.
13. E adesso, potremmo facilmente passare da
quell’esempio, lontano ma tanto significativo, a un esempio attualissimo. La
dottrina di pace della Chiesa (messa sempre meglio a fuoco da papa Giovanni,
dal Concilio, da papa Paolo) per l’intrinseca forza della sua coerenza, non può
non portare oggi a un giudizio sulla precisa questione dirimente, dalla quale
dipende oggi di fatto il primo inizialissimo passo verso la pace oppure un
ulteriore e forse irreversibile passo verso un allargamento del conflitto.
Intendo riferirmi, come voi ben capite, alle insistenze che si fanno in tutto
il mondo sempre più corali – e delle quali si è fatto eco il Papa nel
recentissimo discorso ai cardinali – perché l’America (al di là di ogni
questione di prestigio e di ogni giustificazione strategica) si determini a
desistere dai bombardamenti aerei sul Vietnam del Nord. Il Santo Padre ha detto
testualmente: «Molte voci ci giungono invitandoci ad esortare una parte
belligerante a sospendere i bombardamenti. Noi lo abbiamo fatto e lo facciamo
ancora… Ma contemporaneamente invitiamo di nuovo anche l’altra parte
belligerante… a dare un segno di seria volontà di pace».
14. La Chiesa, questo lo deve dire, anche se a
qualcuno dispiacesse. Lo deve dire perché, a questo punto, è il caso di
coscienza immediato di oggi, è il primo nodo da cui possono dipendere le svolte
più fauste o più tragiche. In paragone a questo nodo concreto, a questa scelta
compromettente, l’attualità odierna dell’Evangelo si verifica, essa può
effettivamente attirare e orientare gli spiriti, specialmente delle nuove
generazioni, e la sua dottrina di pace non resta teoria evanescente, ma si
incarna e può incidere sulla storia degli uomini.
15. Figli dilettissimi, tutto questo esame di
coscienza e questo confronto più scavato tra l’Evangelo e la problematica più
cruciante dell’ora presente, riportano i nostri spiriti alle considerazioni che
ci suggeriva all’inizio la liturgia odierna: per la Chiesa e per il cristiano è
una cosa tremendamente impegnativa e concreta l’universalità della salvezza
donata a tutti gli uomini nel sangue di Gesù, l’unità e la pace fondata fra
tutti gli uomini in Cristo, unico Salvatore del mondo. È un mistero tanto
trascendente ogni possibile motivo umano di differenza o di disaccordo, tanto
imperativo e tanto vincolante, che non ci può essere età della Chiesa o età del
mondo che non ne sia del tutto condizionata, dominata con una coerenza sempre
più lucida e radicale, man mano che l’umanità procede anche nel suo cammino
storico, nelle sue possibilità smisuratamente più grandi di concordia o di
conflitto. 4
16. Perciò è sembrato a
me, vostro padre in Cristo, di essere debitore – di fronte a voi e ancora di
più di fronte ai vostri figli – di un debito che vorrei adempiere sin da questo
nuovo anno 1968, almeno predisponendo alcune premesse che altri, secondo il
divino beneplacito, porterà a più avanzato sviluppo. Intendo dire che mi sento
in obbligo di impegnare me stesso e tutta la nostra comunità ecclesiale – più
di quanto sinora non si sia fatto – in un più largo e più approfondito sforzo
catechetico per dare ai nostri ragazzi e ai nostri giovani in dimensioni nuove
una coscienza evangelica dell’universale fraternità in Gesù, del rispetto
assoluto della dignità di ogni uomo redento da Cristo, del rifiuto radicale di
ogni forma di violenza, interiore od esteriore, privata o collettiva.
17.
Dicevo un anno fa che avrei voluto essere sempre più e soltanto un servitore
dell'Evangelo, e che avrei voluto ormai lasciarmi incontrare solo col Vangelo
sulle labbra e nell'anima da tutto il popolo di Bologna. Ora vorrei precisare:
in quest'anno che si inizia col Messaggio del Papa a tutto il mondo, vorrei
essere un servo dell'Evangelo di pace, vorrei che tutta la Chiesa di Bologna
non fosse altro che un unico generale annunzio dell'Evangelo di pace a tutti,
ma specialmente ai giovani, perché tutta la nostra gioventù possa divenire —
malgrado tutte le tentazioni, tutti i miti e tutte le compromissioni di guerra
— una forza grande, spirituale e storica, nei nostri giorni "operatrice di
pace" e perciò, secondo la promessa delle Beatitudini, veramente
"figlia di Dio".