La stabilità sociale
come valore: il paradosso delle rivoluzioni
Che cos'è un paradosso? E’ una spiegazione di ciò che accade che
contrasta con quello che generalmente si pensa.
Ad esempio: l’idea di rivoluzione richiama quella di forte e
generalizzato cambiamento. Ma quest’ultimo, in realtà, non è il suo scopo
ultimo. Le rivoluzioni infatti tendono ad una stabilità sociale secondo nuovi
principi. Finché essa non è raggiunta, la rivoluzione non è compiuta. Questo
significa che una rivoluzione che sia permanente, senza fine, è una rivoluzione inconcludente, che non
raggiunge il suo obiettivo. Se è promossa da un movimento dal basso, di massa, contro
un potere pubblico esistente e dominante, rimane semplice rivolta, non riesce
mai ad avere la forza di sostituirlo. Se è promossa dall’alto, da un potere che
è riuscito a dominare la società e che vuole dominarla in modo ancor più
penetrante vincendo ogni resistenza residua, fatalmente mina le basi sociali di
quello stesso potere. E’ stato questo, in genere, il paradosso dei sistemi
politici totalitari, che cercarono di
raggiungere un controllo completo delle società da loro dominate. E’ esperienza
che si è vissuta in molti regimi fascisti di tipo rivoluzionario e in quelli
comunisti di scuola leninista. Tra i fascismi più duraturi vi sono stati quello
spagnolo di Francisco Franco (1892-1975), egemone dal 1939 al 1975, e quello
portoghese di Antònio de Olivera Salazar (1889-1970) e Marcelo Caetano
(1906-1980), al potere dal 1932 al 1974, i quali furono fondamentalmente di
tipo reazionario e successivamente conservatore, puntando alla stabilità sociale dopo una breve fase rivoluzionaria. Anche il comunismo sovietico,
egemone nei vastissimi territori una volta dominati dall’impero zarista russo
dal 1917 al 1991, fu fondamentalmente, dopo una breve fase rivoluzionaria
durata circa dieci anni, di tipo rigidamente conservatore. Questa sua
impostazione fu replicata negli stati europei caduti sotto il suo dominio dopo
la Seconda guerra mondiale e gli interventi militari promossi dai sovietici in
Ungheria, nel 1956, e in Cecoslovacchia, nel 1968, furono sostanzialmente di
tipo controrivoluzionario, per contrastare moti rivoluzionari manifestatisi in
quegli stati a partire da movimenti popolari di vasto consenso.
I fascismi spagnolo e portoghese riuscirono a raggiungere la stabilità
con l’apporto fondamentale della Chiesa cattolica, facendo propria la sua
ideologia sociale nella versione precedente agli sviluppi che si erano
manifestati dal 1941, a partire dal pontificato del papa Eugenio Pacelli, Pio
12° in religione, vale a dire quella neo-corporativa, anti-democratica e
anti-socialista, reazionaria, basata sull’idea di collaborazione tra classi
sociali per autocorrezione etica dello strapotere di quelle dominanti e per una
corrispondente autolimitazione delle tentazioni rivoluzionarie di quelle
subalterne. Il fascismo italiano di Benito Mussolini riuscì ad ottenere un
analogo risultato tra il 1929 e il 1939, dopo i Patti Lateranensi, stipulati l’11
febbraio 1929 tra il Regno d’Italia, rappresentato dal Mussolini, e la Santa
Sede. La stabilità fu persa prima alleandosi politicamente con il nazismo
hitleriano e poi, con accordi internazionali, con la Germania dominata da quel
partito politico. Il regime dominato dal nazismo di Adolf Hitler (1889-1945)
rimase invece sempre sostanzialmente instabile e, anzi, come tale fu sempre
deliberatamente mantenuto: esso ebbe vita breve, dal 1933 al 1945, conducendo
alla rovina sociale, economica e politica la Germania e i suoi alleati nella
Seconda guerra mondiale.
La stabilità sociale e politica crea un clima favorevole allo sviluppo
dell’economia. Ma quest’ultima influenza molto quella stabilità. Un’economia che si basi sulla legge della giungla, secondo la quale il
più forte mangia il più debole, rende instabile la società e quindi la sua stessa economia, in mancanza di
correttivi sociali. E’ questo il paradosso dell’economia capitalista che, se non regolata secondo principi diversi da quelli della legge della giungla, pone le basi per il suo crollo e per la rovina della società che l'esprime.
Un
capitale è una quota di risorse che è in mano di soggetti privati e che viene
liberamente impiegata per la produzione o il commercio, vale a dire nell'impresa.
I privati che controllano queste risorse organizzano liberamente le attività d’impresa
in aziende, che comprendono locali, macchine, uffici, persone, materie prime,
ma anche, ad esempio, brevetti, vale a dire tecnologie il cui sfruttamento è
riservato a coloro che ne sono riconosciuti giuridicamente come titolari. Le
relazioni tra imprese e tra esse e i consumatori si svolgono in uno spazio
giuridico che è definito mercato e
che, talvolta, si manifesta anche come spazio fisico, come nei vari mercati di
quartiere, nei mercati generali, dove
i rivenditori al dettaglio, i negozianti, si riforniscono di merci, o la Borsa, che è un’istituzione dove si
scambiano velocemente grandi quantità di merci o di titoli (quote in imprese o
quote di prestiti fatti alle imprese o agli stati e altri prodotti finanziari
più sofisticati). Le imprese che producono o commerciano gli stessi beni competono sul mercato. La competizione, se non è viziata
da posizioni dominanti di alcune imprese più forti, genera l’effetto positivo
di abbassare i prezzi, premiando chi riesce a produrre a costi minori. Le
imprese che non hanno successo soccombono e chi lavora in esse perde il lavoro.
Ogni impresa cerca di acquisire quote maggiori di mercato e di dominarlo. Se le
riesce, diverrà dominante e potrà
fissare più liberamente i prezzi, e così si perderà quell’effetto positivo di
cui dicevo, di abbassamento dei prezzi. Ma quell'impresa, basandosi sulla sua
forza, tenderà a mantenere comunque bassi i costi, per aumentare ancora di più
i propri profitti. In definitiva, in mancanza di correttivi sociali, il mercato tende a regolarsi secondo la legge della
giungla. Chi è più forte tenderà a diventarlo sempre di più e ad arricchirsi a
spese degli altri, lavoratori compresi, i quali si vedranno costretti ad
accettare salari più bassi pena il licenziamento. E nei sistemi dominati da
quel tipo di economia si riuscirà a imporre leggi che ampliano la possibilità
di licenziare e riducono i poteri di intervento dei giudici.
Negli stati democratici, e in
particolare nell’Unione Europea, vi sono però regole giuridiche molto
stringenti per impedire posizioni dominanti e lo sfruttamento senza limiti dei
lavoratori. Un’economia lasciata alla legge della giungla, infatti, renderebbe
instabile la società, distruggendola e danneggiando lo stesso sviluppo
economico. Questa è stata la lezione che si è tratta dalla storia dell’economia.
Viviamo però un’epoca in cui questi correttivi sociali del mercato si sono
fatti più deboli, in particolare in danno dei lavoratori. Questo sta rendendo
instabili le nostre società e anche l’economia ne ha risentito. Per
ripristinare questi correttivi sociali occorrerebbe un’iniziativa politica, che
però fatica ad emergere perché l’instabilità sociale ha anche fatto più debole
la politica democratica, quella che si muove nell’interesse della generalità,
secondo il bene comune, non nell’interesse di chi in società è più potente e
ricco, e che deve essere sorretta dal consenso delle masse, per cambiare la
politica facendo forza su maggioranze
popolari. La gente dispera che si possa cambiare e quando immagina un
cambiamento lo pensa essenzialmente come rivolta, come uno scossone dato al
sistema per vedere che succede. E’ per questo che, in tutta Europa, ha successo
l’anti-politica, che appunto
significa voler scuotere per manifestare il proprio disagio sociale, ma
senza porsi il problema di progettare un nuovo ordinamento sociale che, a
beneficio di tutti, tenendo conto di tutti, guarisca le sofferenze sociali e
corregga un’economia che danneggia la società, concentrando le ricchezze nelle
mani di un ristretto gruppo di privilegiati rendendo sempre più poveri tutti
gli altri.
Se si
considera la storia recente realisticamente e con una visuale larga, ci si può
rendere conto facilmente che dagli anni ’90 in Europa si stanno producendo
cambiamenti di tipo rivoluzionario in società. Ma è il mondo intero che da
quell’epoca è stato caratterizzato da dinamiche simili. Fondamentalmente è l’economia
regolata dalla legge della giungla che ha iniziato a prevalere, insofferente di ogni limite
sociale, cambiando l’ordine sociale definito stato del benessere, che ne limitava la tirannia sociale. Essa non
avrebbe potuto avere questo successo senza decisioni politiche, non solo a
livello nazionale. Tutta una serie di trattati internazionali consente agli
attori economici più forti di avere mano libera, superando ogni frontiera.
Senza questa cornice giuridica, che le crea un ambiente estremamente favorevole,
quell'economia non avrebbe potuto svilupparsi. Inizialmente gli europei, anche
le masse non solo i ceti privilegiati, ne hanno beneficiato. Infatti gli
europei finora si sono trovati dalla parte dei più forti. Gran parte del nostro
benessere deriva dal poter avere a disposizione dei prodotti realizzati a basso
costo sfruttando lavoratori asiatici. Guardate bene, sulle etichette, dove sono
stati realizzati. Prevale il made in
China. Ma non durerà. Invece di
avvicinare le condizioni di quei lavoratori a quelle degli europei, l’economia
sta progressivamente imponendo a questi ultimi le condizioni peggiori di quegli
altri. E’ la legge della giungla: i lavoratori europei si sono disaffezionati
alla politica e al sindacato e questo li ha resi più deboli, dunque verranno mangiati. Il più forte mangia il più
debole, ma in questo caso i più deboli sono milioni di persone umane. La democrazia
consentirebbe ancora di reagire, ma alla democrazia non si è stati più veramente
formati, se ne è fatta sempre meno pratica, le procedure politiche sono state
sempre più dominate da tecnologie di persuasione tipiche della pubblicità
commerciale, quella che consente all’industria di dominare masse di consumatori
facendo apparire di essere al loro servizio. Con queste tecniche, e in
particolare dominando i larghi settori della cultura e dell’informazione che
sono divenuti dipendenti dall’economia regolata dalla legge della giungla, si è
riusciti a convincere molta gente che:
a) è inutile pensare ad una riforma, le cose devono andare come vanno; b)il
benessere dipende dal far spazio all’economia condotta secondo la legge della
giungla; c) arricchire i più ricchi genererà più ricchezza anche per gli altri;
d) i meno ricchi devono vergognarsi di esserlo ed imputare solo a se stessi il
loro disagio sociale; e) l’impoverimento
delle masse non deriva dallo sfruttamento da parte dell’economia secondo la
legge della giungla, quindi da parte dei
vincenti e dei più ricchi, ma
dalla pressione dei più poveri, vale a dire dei perdenti e dei miseri, ad esempio degli immigrati. L’analisi
storica, compresa quella della storia economica, dimostra con tutta evidenza
che tutte queste affermazioni sono infondate. Infatti le società che si sono
rivelate più stabili, sicure, meno infelici, sono state quelle in cui,
democraticamente, si sono introdotte riforme per la correzione delle dinamiche
selvagge di mercato, e delle loro ricadute negative sulla società e l’ambiente,
e per la redistribuzione delle risorse sociali, in particolare attraverso
servizi sociali pubblici, ad esempio nel campo della sanità, previdenza e dei
lavori di pubblica utilità, utilizzando i proventi dell’imposizione fiscale. In
questo senso un chiaro indicatore per capire in che direzione vadano una
proposta politica e quelli che la propongono è lo slogan “Meno tasse!”. Esso infatti è la parola d’ordine di coloro
che sono insofferenti dei controlli sociali sull’economia selvaggia e delle
azioni per contenere le diseguaglianze. Meno
tasse significa anche, infatti, meno
risorse per quel lavoro, che compete ai poteri pubblici. Significa anche meno
Stato. Spesso lo slogan comprende
quelle due prospettive: “Meno tasse, meno Stato!”.
Riuscirà la rivoluzione liberista, vale a dire quella
imposta dall’economia condotta secondo la legge della giungla, ad avere
successo, stabilizzando un nuovo ordine? E che accadrà, se lo avrà, alle masse
dei soggetti più deboli? E’ appunto questo uno dei temi principali dell’evoluzione
politica, a livello mondiale. Esso però trova pochissimo spazio nel dibattito
politico in Italia. E’ invece al centro dell’enciclica Laudato si’, diffusa nel 2015 da papa Francesco. La Chiesa
cattolica, con il vasto sistema delle sue università e con la sua
organizzazione capillarmente diffusa in tutto il mondo, costituisce oggi una
delle poche residue agenzie culturali e di formazione che non dipendono dall’economia
selvaggia.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli