Fake news
Nel dibattito politico di questi giorni si parla molto di fake news. Fake è una parola inglese che significa falso. Nella stessa lingua news significa le notizie che vengono messe in
circolo tra la gente, ad esempio mediante i quotidiani, i telegiornali, ma
anche mediante le applicazioni sociali sul WEB, come i blog (uno è quello in cui leggete questo intervento), Facebook e Twitter.
Fake news significa quindi notizia
falsa che circola in un certo pubblico, tra la gente. Non è la stessa cosa dire
una bugia e farla circolare in modo che diventi una voce credibile. Si tratta
sempre di un inganno, ma nel secondo caso gli effetti sono molto maggiori. Di
solito, quando viene riconosciuta una bugia, si sa chi l’ha detta, nelle fake news, invece, è diverso: con
difficoltà si riesce a riconoscerne l’origine.
Chi le ha diffuse si difende sostenendo di averla trovate circolare tra
la gente e questo in particolare per quelle che si riesce a diffondere sul WEB.
Si è scoperto di recente che certe ci sono addirittura agenzie governative che
diffondono fake news sul WEB sotto falsa identità: in questo caso
si tratta di una specie di guerra informatica e fatti del genere finiscono per
interessare il controspionaggio. Ma una fake
news può originare anche da un
errore, da un abbaglio, da ignoranza o via dicendo: anche chi la diffonde può
non rendersi conto che si tratta di un falso. Nell’organizzazione dei grandi
quotidiani è più difficile che accada, perché le redazioni organizzano attività
di fact checking, di verifica della
credibilità dell’informazione. Non solo per non essere trascinati in cause
civili e penali per diffamazione, ma per mantenere il prestigio del giornale.
Ci sono però giornali che, programmaticamente, tendono un po’ a gonfiare ed
esagerare certe notizie, e a riportare senza tante verifiche puntuali, voci
correnti nel pubblico, ma di solito dichiarano espressamente a che gioco
vogliono giocare: si tratta di pubblicazioni scandalistiche, destinate ad un pubblico che vuole proprio
quello e che, però, non utilizza le informazioni che riceve per orientarsi
nelle scelte più importanti, ma per farsi solleticare,
in particolare su argomenti pruriginosi. In Gran Bretagna e negli Stati
Uniti d’America la differenza tra i due tipi di giornali è molto riconoscibile:
in Italia meno, ma facendo un piccolo sforzo si può riuscire a cogliere la
differente impostazione. E’ chiaro che, di solito, nelle informazioni diffuse
sul WEB, ad esempio in un gruppo di
amici su Facebook, quell’attività di fact checking manca. Dovrebbe essere la persona che riceve
l’informazione a verificarne l’affidabilità, ma, data la velocità con cui si
passa da un argomento all’altro nelle applicazioni sociali telematiche, penso
che in genere si trascuri di farlo. Così le fake
news che girano sul WEB tendono ad
avere una certa stabilità, che è appunto l’effetto di chi le ha diffuse
volontariamente, dolosamente.
Le fake news possono influenzare pesantemente una campagna
elettorale. In Italia i partiti se ne sono accorti e ho letto che si ha in
animo di approvare d’urgenza una legge in materia.
Qualche anno fa, durante una campagna
elettorale statunitense in cui era candidato il democratico Barak Obama, si
diffuse la voce che quest’ultimo non fosse nato negli Stati Uniti d’America e
che quindi, in base alla Costituzione di quella nazione, non potesse candidarsi
alla presidenza federale. In realtà, Obama era nato nel 1961 nelle Hawaii, che
dal 1959 sono uno degli stati degli Stati Uniti d’America. La fake news ha resistito anche all’esibizione
di documenti comprovanti la nascita negli Stati Uniti d’America. Obama è figlio
di una statunitense e di un kenyota, un africano e ha la pelle più scura dei
discendenti degli europei. Basta nascere negli Stati Uniti d’America per averne
la cittadinanza. E’ come se da noi
diventasse Presidente della Repubblica uno di quei ragazzi, nati in Italia,
figli di immigrati, ai quali siamo tanto restii a concedere la cittadinanza. Al
fondo della credibilità della fake
news c’era un pregiudizio razzista, il rifiuto che certe etnie potessero
esprimere un presidente.
La
diffusione di fake news può fare la differenza in un contesto politico
elettorale, dove, dopo il terremoto alle elezioni del 2013, le formazioni
politiche che ne uscirono hanno riacquistato una certa stabilità. Le indagine
demoscopiche rilevano differenze nel tempo
molto piccole, dello zero virgola qualcosa. In questo scenario è molto
importante la quota marginale degli elettori, proprio quello zero virgola
qualcosa. Diffondere nei giorni precedenti quello delle elezioni una fake news ben confezionata può determinarne il passaggio
da una parte all’altra. Si tratta di elettori che spesso decidono come votare
il giorno stesso delle elezioni.
Per verificare una notizia è utile discuterne o confrontare
varie fonti. Io compro giornali di varia tendenza in modo da avere un quadro
più preciso: ciascuno racconta una verità orientata e critica quello che dicono
gli altri giornali di schieramento diverso. Nel complesso mi posso fare un’idea
più precisa del grado di affidabilità di una notizia e, in particolare, farmi un’idea
delle sue fonti e degli scopi per i quali eventualmente è stata diffusa. Questo
è più difficile da fare partecipando ad applicazioni sociali sul WEB e questo
perché ci si ritrova prevalentemente tra gente che la pensa in uno stesso modo
e che, quindi, è poco disposta a mettersi in
questione. Noi ci orientiamo come fanno gli stormi di uccelli, guardando
come fanno quelli più vicini. Se ci ritroviamo sempre e solo tra gente che va
in una sola direzione e pensa in uno stesso modo, è più difficile esercitare un
vaglio critico. Sulle applicazioni sociali chi dissente di solito è sentito
come estraneo e spesso cancellato dal gruppo o, comunque, indotto ad andarsene.
E non è raro che chi dissente non lo faccia argomentando in modo razionale,
proponendo notizie affidabili, ma insultando, ricorrendo a slogan e frasi
fatte. Si vive connessi, si ha sempre
in mano il telefonino, ma, a parte la consolazione di partecipare emotivamente ad un gruppo
di persone, di non sentirsi più soli, quello che si ricava da questa
connessione permanente è spesso
abbastanza povero in termini di informazione. A chi è colpito da questo tipo di
povertà non è difficile darla da bere.
Mario Ardigò
- Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli