Sistemi elettorali e
democrazia
La legge elettorale approvata ieri definitivamente dal Senato non sarà
probabilmente ricordata come un modello di eccezionale valore nel suo campo, ma rimedia
ad un problema che si era creato con il sistema che prevedeva un premio di
maggioranza al gruppo più forte. Con esso il numero dei parlamentari del gruppo
maggiore veniva aumentato automaticamente per consentire al governo espresso da
quel gruppo di avere una solida maggioranza in Parlamento. Nel 2011, nel pieno
dell’incrudelire della grave crisi recessiva che si era abbattuta sull’economia
occidentale, il gruppo di comando politico dell’epoca, il quale poteva contare su una sicura maggioranza parlamentare per effetto del premio di maggioranza, si era risolto a cedere
il passo ad un governo tecnico basato su una maggioranza vera,
molto più ampia, con un accordo tra maggioranza e minoranza parlamentare. Si
ritenne che l’emergenza in corso richiedesse più coesione nazionale. Il governo
dell’epoca non fu obbligato a rassegnare le dimissioni, si determinò
liberamente a darle. La vicenda dimostrò che maggioranze parlamentari premiali, non corrispondenti ai reali rapporti di forza nella società, non bastavano in situazioni di crisi nazionale.
Il nuovo sistema elettorale prevede che con un’unica scheda si voti con
metodo maggioritario per una parte dei parlamentari e con metodo proporzionale
per l’altra. I due metodi però rispondono ad esigenze diverse. Il primo, in cui
in un piccolo territorio (collegio) si sceglie il candidato che ha ricevuto più
voti, radica di più il parlamentare nella popolazione di una certa zona: conta
molto la valutazione della persona. Con l’altro si vuole ottenere che le
tendenze politiche presenti in una certa epoca trovino tutte voce in
Parlamento: qui conta di più l’ideologia, l’opinione politica. Nel nuovo
sistema elettorale, si vota con metodo proporzionale in collegi piuttosto
piccoli e vengono presentate lista di non molti candidati, ma gli elettori
possono scegliere solo la lista, non possono attribuire preferenze, scegliere
tra i candidati di una lista. Ci sarà comunque un certo radicamento
territoriale anche per questa frazione di parlamentari. Si è osservato che
sarebbe stato meglio votare con due schede distinte, ciascuna per ogni metodo.
Ma la discussione parlamentare è stata molto abbreviata per la fretta di
arrivare a un risultato. La tecnica che si è usata per fare prima è stata quella di porre una
questione di fiducia, far dipendere la vita del Governo dal risultato della
votazione. Ma il sistema elettorale non rientrava nel programma del governo. E,
in generale, sarebbe meglio che fosse frutto di una decisione più condivisa, in
particolare tra maggioranza e minoranza parlamentare. Bisogna dire che il
dibattito parlamentare ha riguardato poco il contenuto della legge, segno che
non c’era una reale possibilità di accordo, perché non c'era volontà di dialogo. Questo però va imputato alla classe
parlamentare nel suo complesso: una parte del suo lavoro è appunto raggiungere
un consenso il più ampio possibile sulle grandi questioni vitali per la democrazia, come appunto
quelle che riguardano il sistema elettorale.
Storicamente i grandi partiti popolari di
massa, dall’inizio del Novecento, preferirono il sistema elettorale
proporzionale (questa ad esempio era l’opinione di don Luigi Sturzo), quale
quello che poi fu usato in Italia tra il 1946 e il 1992. Il sistema
maggioritario favoriva infatti l’ascesa di notabili locali, che ostacolavano lo sviluppo delle
grandi politiche di riforma. Con il sistema maggioritario si era formata la classe politica liberale, dall'unità nazionale, espressione in gran parte della borghesia, dei ceti più ricchi, che dominavano l'economia. Nel 1993 si decise di introdurre un sistema che
prevedeva una larga quota di parlamentari eletti con il maggioritario, per
rimediare alla grave crisi di credibilità politica che aveva colpito i partiti negli anni precedenti.
Si voleva anche favorire l’aggregazione di grandi coalizioni, per ricompattare
il sistema politico che era stato scombinato a seguito della metamorfosi del
socialismo europeo che si era prodotta dalla fine degli anni ’80.
Anche con il sistema proporzionale, così come con il sistema misto che è stato introdotto ieri, la scelta dei
candidati alle elezioni fu il frutto di una collaborazione tra partiti ed
elettori, non solo di questi ultimi. Gli elettori, infatti, sulla scheda di
voto, potevano esprimere, al massimo, solo cinque preferenze in liste di candidati molto lunghe. La scelta era
comunque fatta tra i candidati indicati dai partiti in quelle liste. Il lavoro di selezione della
classe politica inizia quindi sempre dai partiti. Bisognerebbe mettere in lista
persone colte, preparate, capaci di dialogare in società e a correggersi sulla
base di tale dialogo. Certamente ve ne sono, in una società come quella italiana che è la più scolarizzata di sempre. Non sempre però sembra che si sia dato alla cultura il giusto peso. Spesso, vigente il sistema elettorale prevalentemente
maggioritario, si inserirono invece in lista candidati di richiamo, attori,
presentatori o giornalisti televisivi, che poi sono stati poco assidui in
Parlamento. Progressivamente il lavoro di selezione di candidati di qualità da
parte dei partiti sembra essersi fatto meno efficiente. Ma lo stesso bisogna dire per la
parte del lavoro che competeva agli elettori. Il risultato, ad esempio, è che c'è tutto un settore della satira
che è dedicato a certi strafalcioni parlamentari e non è un bello spettacolo,
tenendo poi conto che dalla classe parlamentare dipendono il nostro benessere e
la nostra sicurezza, insomma il nostro futuro. Ma anche che i parlamentari mostrano scarsa capacità di dialogo: questo è in genere il segno che ci si sente meno sicuri delle proprie opinioni e che, quindi, ci si rifiuta al confronto, preferendo uscirsene con parole d'ordine.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa -
Roma, Monte Sacro, Valli