Potere costituente
Quando parlo con le persone della
situazione dell’Italia di oggi, mi pare che sottovalutino l’importanza del
Parlamento. Quest’ultimo è un organo dello
stato, vale a dire che è un’organizzazione la quale, con un lavoro collettivo, di
gruppo, esercita i poteri pubblici più importanti, quelli
attribuiti allo stato. Che cosa è lo stato? Da oltre duemila anni i giuristi ne
hanno dato varie definizioni, molte delle quali non ne descrivono più bene la
realtà e, infatti, stanno cambiando. Quando regnavano gli antichi sovrani, il
lavoro era più facile, perché, in definitiva, lo stato tendeva ad
identificarsi con il loro potere, erano loro. Ma furono proprio gli antichi studiosi
romani del diritto a fare una differenza tra lo stato, che chiamavano cosa pubblica, e gli affari
personali del sovrano, il suo patrimonio, la sua famiglia, i suo servi, la sua
guardia del corpo. Cambiavano i sovrani, e anche le loro stesse dinastie, ma lo
stato rimaneva il medesimo. Si ritiene ancora che perché uno stato sia tale
debba essere in grado di esercitare un potere pubblico tendenzialmente in tutti i campi e con i minori limiti, su un
certo territorio e su un certo popolo. Un potere è pubblico quando non è
fondato sul consenso delle parti, come avviene invece quando si stipula un
contratto, ad esempio ci si accorda per vendere o acquistare. La gente si
ritrova soggetta allo stato per esservi nata o perché entra in un certo
territorio. Anche chi non è cittadino, ma entra in uno stato è soggetto al
potere di quello stato. Alla maggior parte dei cittadini non viene chiesto se
vuole essere tale. Nascono da certi genitori o in un certo stato e questo, a
seconda delle leggi sulla cittadinanza che ci sono, basta loro per diventare cittadini. Alcuni stranieri possono però chiedere di diventare cittadini e può essere più facile
o meno facile ottenerlo, a seconda delle leggi che ci sono in uno stato. Di
solito si chiede di diventare cittadini quando ci si è inseriti talmente
profondamente nella cultura di un popolo, intesa come insieme di costumi
sociali, da voler stringere un legame più impegnativo con la gente intorno. La
cittadinanza non comporta solo diritti, ma molti e gravi doveri: però il legame
che crea fa entrare in un cerchio di solidarietà. In certi casi il cittadino
rischia la vita per gli altri, come accade in guerra, ma è vero anche il
contrario, gli altri sono impegnati a rischiare la vita per lui. Si capisce il valore di essere cittadini di uno stato, quando si
raggiunge consapevolezza che lo stato è essenziale per una vita sociale felice.
Che, quindi, da come è o diventa lo stato dipende la nostra felicità. La
società intorno può esserci amica, indifferente o nemica e se diventa nemica
sono guai molto seri. Dipende in gran parte da come è lo stato. A metà Ottocento il Papato ritenne che l’Italia, nel
processo di unificazione nazionale indotto dai nazionalismi mazziniano e
monarchico-cavouriano, diretti dal repubblicano Giuseppe Mazzini (1805-1872) e dal monarchico Camillo Benso Cavour (1810-1861), stesse diventandogli ostile e che ciò non
solo pregiudicasse la sua missione religiosa, ma anche la felicità del popolo
italiano. Suscitò quindi un moto sociale per la trasformazione dello stato. Preparò una ideologia per la riforma dello stato, che è la dottrina sociale. Affrontò, come si disse all’epoca, una battaglia
di civiltà. Fu la prima volta nella storia che si rivolse al popolo per
suscitarvi direttamente un’agitazione politica. In precedenza in genere si era rivolto
alle dinastie sovrane, con gli strumenti della diplomazia, per cercare di
costruire alleanze favorevoli ai suoi scopi politici, di solito collegati alla sua missione religiosa, ma non sempre. Lo
dovette fare, si dovette rivolgere al popolo, perché il nuovo stato unitario italiano, il Regno d’Italia, aveva
un’organizzazione democratica, e, in particolare, un Parlamento, che
condivideva con il Re il potere supremo. In democrazia contano le maggioranze, quindi le masse di chi è ammesso al voto e lo esercita. Nel lungo confronto con la democrazia,
che dura ormai da un secolo e mezzo, il Papato ha assimilato i valori
democratici nella sua dottrina sociale, il complesso di insegnamenti dati al
popolo per l’organizzazione sociale.
In ambiente cattolico, fin dalla fine del Settecento si capì l’importanza
politica della formazione del popolo all'azione sociale e ci si attivò per realizzarla. La prima
battaglia fu quella della buona stampa,
per diffondere tra quelli del popolo che sapevano leggere (una minoranza all’epoca)
scritti che contrastassero le opinioni politiche ostili alla religione (la
politica rivoluzionaria di allora era ostile alla religione perché la ritenevano
politicamente reazionaria, alleata con i sovrani assoluti che i rivoluzionari
volevano abbattere). Dalla metà dell’Ottocento
si sviluppò in Italia un processo molto vasto di azioni sociali, che comprendevano
forme di previdenza (di cui le istituzioni dello stato non si occupavano all’epoca),
di cooperazione in attività di lavoro e
di istruzione popolare. Questo attivismo fu la prima base sociale a cui venne
diretta la dottrina sociale. Furono
due le forze che a quei tempi si organizzarono in questo modo in Italia: i
socialisti e i cattolici. Entrambe si presentavano come forze di trasformazione sociale. L'azione sociale espressa dai cattolici venne considerata, al pari di quella dei socialisti rivoluzionari, eversiva, almeno fino al primo decennio del Novecento, per il suo carattere ostile alle procedure democratico-liberali (ai cattolici il Papato vietava la partecipazione alle elezioni nazionali). Quelle due forze percorsero processi politici assolutamente paralleli, anche nell'assimilazione dei valori democratici. Entrambe avevano nella propria ideologia il principio della giustizia sociale. Dal
punto di vista sociale, possiamo considerare l’Azione Cattolica, fondata nel
1906, come uno dei primi partiti politici di massa, con solida organizzazione di
formazione e di propaganda. Naturalmente aveva anche finalità religiose. Ma il
suo scopo principale era l’azione
sociale, la trasformazione sociale, in particolare dello stato. Ciò, all'inizio, essenzialmente per via indiretta, trasformandogli la società intorno (l'idea di riforma sociale precedette quella di riforma politica). Per suo
tramite le masse cattoliche divennero presto una delle prime forze politiche.
Si formò un coordinamento politico-ecclesiale, che può essere compreso con il
nome di partito cristiano, secondo la
terminologia del politologo e storico Gianni Baget Bozzo, che fu egemone nella
costruzione della Repubblica italiana e poi nel governo tra il 1945 e il 1994. Comprendeva Papato e Azione Cattolica e, dal 1942, un vero e proprio partito che partecipava alle elezioni, la Democrazia Cristiana (la precedente analoga esperienza, il Partito Popolare, fondato da Luigi Sturzo ed altri non era coordinato con il Papato). Il
luogo principale dell’egemonia di questa formazione politica fu il Parlamento:
quindi i cattolici espressero a lungo una classe politica che, in genere, fu di
qualità piuttosto alta, formatasi nei vari rami dell’Azione Cattolica. Ma anche dal 1994 ad oggi, sebbene in un
altro contesto politico, i cattolico-democratici hanno continuato ad avere
importanti ruoli politici. Provengono da quel mondo l’attuale Presidente della
Repubblica e l’attuale Presidente del consiglio dei ministri, che porta il cognome, Gentiloni, del politico, Vincenzo Ottorino Gentiloni, il quale, nel 1912, mediò la partecipazione dei cattolici alla
democrazia nazionale del Regno d'Italia, con la
partecipazione, nel 1913, alle elezioni politiche, fino ad allora vietata dal Papato, in particolare dopo la conquista militare del suo stato nell'Italia centrale nel 1870.
Molti poteri dello stato oggi vengono
condivisi in sede sovranazionale. Lo richiede la struttura globalizzata della società
di oggi, in particolare dell’economia. E’ per questo che si tende a
sottovalutare l’importanza del Parlamento. Se tutto viene deciso altrove, che
conta più ormai? In realtà al Parlamento, oltre che altri importanti poteri
pubblici, è rimasto il potere più importante di tutti, vale a dire quello costituente, di definizione dei principi
fondamentali. Se esso viene male esercitato, ne va poi della felicità di tutti.
Lo stato, ad esempio, può cacciarsi in una qualche guerra e, in un caso simile,
si proclama la mobilitazione generale e gli idonei devono partire per rischiare
la vita. La Costituzione vigente gli pone limiti stringenti in questo. Ma anche altre realtà molto importanti per la vita di tutti dipendono dai
principi che ci sono in Costituzione, ad esempio il lavoro, la casa, la pensione.
Anche il Parlamento che è in scadenza l’anno prossimo ha approvato leggi
molto importanti, non ci si è limitati a inscenare gazzarre in aula. Ma il lavoro più serio in genere non viene riportato da giornali e televisione con la stessa evidenza di certe chiassate. Il
prossimo dovrà affrontare una situazione politica interna e internazionale
molto difficile. L’Europa ha la guerra ai confini orientali e meridionali.
Anche gli Stati Uniti d’America, uno dei nostri principali alleati
internazionali, stanno preparandosi alla guerra. E l’economia richiede
decisioni molto difficili, proprio dal punto di vista tecnico, per la complessità delle
sue dinamiche a livello mondiale e l'estrema difficoltà di fare previsioni affidabili di lungo periodo.
Bisogna però avere consapevolezza di questo:
più o meno tutte le forze politiche si propongono di modificare la Costituzione
vigente, quindi di esercitare nel prossimo Parlamento un potere costituente, il potere dello stato più
importante di tutti, quello da cui dipende la nostra felicità.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli