Un lavoro impegnativo
fin da ragazzi: non sprecare il tempo
Riprendo le mie riflessioni,
dopo aver lasciato un po’ più tempo ai frequentatori di questo blog per
esaminare il molto materiale che ho pubblicato dal 1 settembre scorso.
Oggi termina il campo-scuola diocesano dell’ACR, a Vitorchiano. C’era
anche gente della nostra parrocchia. Riprendo quindi dai ragazzi.
In parrocchia vorremmo, dunque, far partire l’ACR da quest’anno. E’ da molto
che mancava. Si fa la proposta e si scopre che i ragazzi dell’età giusta sono
molto impegnati. Fanno sport e molte
altre attività interessanti, con le quali si è in competizione per avvicinarli
al lavoro dell’ACR. Qualche studioso ha notato che le agende dei più giovani tra
gli europei sono diventate un po’ come quelle di certi professionisti. Bisogna
trovarvi un buco, un appuntamento.
Una volta, diciamo anche solo negli anni ’50 del Novecento, per molti dei più
giovani il tempo libero proprio non c’era, era tempo di lavoro, lavoro
come gli adulti. Ai tempi nostri il lavoro minorile è sentito come ingiusto,
come un rubare qualcosa ai ragazzi, una specie di schiavitù. Rimane però il
problema di riempire il tempo in cui non si va a scuola. Non è
facile, perché, dal punto di vista di un ragazzo (i più anziani ne facciano
memoria personale), quello che non è impiegato con coetanei è tempo perso, e nella
nostra società spesso i ragazzi fanno vita da piccoli monaci, in solitudine.
Quando fui ragazzo era molto diverso. I giochi collettivi pomeridiani, proprio
qui nel nostro quartiere, alle Valli, occupavano molto tempo e si facevano anche in parrocchia,
proprio nella nostra parrocchia. Avevano una importante caratteristica: erano
organizzati dagli stessi partecipanti. Se uno va, ad esempio, a scuola di
tennis o di judo o di una lingua straniera per un’ora o due alla settimana, e
poi per altre ore singole a imparare la chitarra o pianoforte e via dicendo, un’ora
per ogni attività, si trova inquadrato in attività organizzate da altri, da
adulti. Fa quello che gli dicono di fare, e così fanno tutti. Non si possono
introdurre varianti. Non ci si conosce veramente tra ragazzi, manca il tempo. E’
un po’ come a scuola, solo che a scuola si sta più tempo, quattro, cinque ore
ogni giorno. E a scuola ci sono alcuni tempi liberi, in cui ci si auto-organizza. Aspettando di entrare, all’uscita, tra una
lezione e l’altra, a ricreazione, nelle
gite scolastiche. Ci si conosce meglio e allora, a
volte, ci si incontra anche fuori scuola, nei limiti in cui l’odierna
urbanistica lo consente. Io già in quarta elementare giravo da solo per il
nostro quartiere, oggi è sentito come pericoloso a quell’età.
Fare
vita da piccoli monaci non aiuta ad imparare a stare in società. I catechisti
se ne accorgono subito. I ragazzi che sono loro affidati non sanno giocare
insieme. Potrebbe sembrare, tutto sommato, poco importante, se poi riescono a stare attenti e a imparare quello che si pretende da loro.
Questa è appunto, in genere, l’impostazione scolastica. Sorgono problemi, però,
quando si vorrebbe costruire una comunità,
come oggi in genere si vuole. Si è presa coscienza dell’insufficienza di un
insegnamento religioso solo diretto alla formazione spirituale e morale
individuale. Ma i ragazzi, abituati a vivere il tempo libero di
ora in ora, l’ora di tennis, quella di chitarra, quella di catechismo, deludono
i nostri sforzi di farli capaci di un lavoro collettivo, in modo da formare una
società e per far fare loro, lì,
tirocinio di lavoro sociale. A stare in
società si impara, anche questa non è cosa innata. Ma dove impararlo? Dove fare
pratica?
Nella pagine iniziali delle sue Memorie
dell’Oratorio di San Francesco di Sales dal 1815 al 1855, Giovanni Bosco,
narra le sue prime esperienze sociali:
“Voi mi avete più volte
dimandato a quale età abbia incominciato ad occuparmi dei fanciulli. All’età di
10 anni io facevo quello che era compatibile alla mia età e che era una specie
di Oratorio festivo. Ascoltate. Era ancora piccolino assai e studiava già il
carattere dei compagni miei. E fissando taluno in faccia, per lo più ne
scorgeva i progetti che quello aveva in cuore. Per questo in mezzo a’ miei
coetanei era molto amato e molto temuto. Ognuno mi voleva per giudice o per
amico. Dal mio canto faceva del bene a
chi poteva, ma del male a nissuno. I compagni
poi mi amavano assai, affinché in caso di rissa prendessi di loro
difesa. Perciocché sebbene fossi più piccolo di statura, aveva forza e coraggio
da incutere timore ai compagni di assai maggiore età; a segno che nascendo
brighe, quistioni, risse di qualunque genere, io diveniva arbitro dei litiganti ed ognuno accettava di
buon grado la sentenza che fossi per proferire.”
Chi dei nostri ragazzi può
fare oggi esperienze sociali come quelle? Alcuni vanno ad imparare arti
marziali, judo, karate, e via dicendo, ma forza
e coraggio, insieme, non sono comuni tra loro. Il bullismo scolastico, che
tanto fa soffrire i più giovani, è praticato dai più forti, ma che coraggio
richiede? Prendersela con i più deboli, senza che nessuno abbia il coraggio di reagire. A certe
sopraffazioni non ci si abitua mai, ma si impara a subirle, se non si
sperimentano risorse sociali per
contrastarle, e alla fine ci si rassegna. Su questa rassegnazione crescono poi
società insufficienti, che funzionano male e fanno soffrire, con gente che partecipa poco, che non crede
che la partecipazione serva, e cerca un altro modo, egoistico, per salvarsi.
Chi è giovane e quelli degli anziani che vogliono ricordare
realisticamente la loro gioventù sanno bene che il mondo dei ragazzi è pieno di violenza e di sopraffazioni e,
quindi, di sofferenza. Diviene così quando a certe cose si dà poca importanza,
da parte degli adulti. Può essere
diverso. E così è anche nelle società degli adulti: possono essere diverse, non
è detto che debbano far soffrire, che il male vi debba dominare. Ma bisogna
imparare a farle diverse. Uno come Giovanni Bosco ha cercato di
fare migliore il mondo dei ragazzi, con il suo sistema preventivo basato su una socialità ben guidata. Si lavora
sui ragazzi per far migliori gli adulti e le società da loro dominate. I
ragazzi cambiano velocemente, crescono, e diventano adulti: ad un certo punto,
osservano gli studiosi, può essere già tardi per certe cose. Non bisogna sprecare
il tempo. Ecco, direi che il lavoro in ACR mi appare come un modo per non
sprecarlo.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San
Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli