domenica 17 settembre 2017

Un lavoro impegnativo fin da ragazzi: non sprecare il tempo

Un lavoro impegnativo fin da ragazzi: non sprecare il tempo 

    Riprendo le mie riflessioni, dopo aver lasciato un po’ più tempo ai frequentatori di questo blog per esaminare il molto materiale che ho pubblicato dal 1 settembre scorso.
  Oggi termina il campo-scuola diocesano dell’ACR, a Vitorchiano. C’era anche gente della nostra parrocchia. Riprendo quindi dai ragazzi.
  In parrocchia vorremmo, dunque,  far partire l’ACR da quest’anno. E’ da molto che mancava. Si fa la proposta e si scopre che i ragazzi dell’età giusta sono molto impegnati.  Fanno sport e molte altre attività interessanti, con le quali si è in competizione per avvicinarli al lavoro dell’ACR. Qualche studioso ha notato che le agende  dei più giovani tra gli europei sono diventate un po’ come quelle di certi professionisti. Bisogna trovarvi un buco, un appuntamento. Una volta, diciamo anche solo negli anni ’50 del Novecento, per molti dei più giovani il tempo  libero  proprio non c’era, era tempo di lavoro, lavoro come gli adulti. Ai tempi nostri il lavoro minorile è sentito come ingiusto, come un rubare qualcosa ai ragazzi, una specie di schiavitù. Rimane però il problema di riempire  il tempo in cui non si va a scuola. Non è facile, perché, dal punto di vista di un ragazzo (i più anziani ne facciano memoria personale), quello che non è impiegato con coetanei è tempo perso, e nella nostra società spesso i ragazzi fanno vita da piccoli monaci, in solitudine. Quando fui ragazzo era molto diverso. I giochi collettivi pomeridiani, proprio qui nel nostro quartiere, alle Valli,  occupavano  molto tempo e si facevano anche in parrocchia, proprio nella nostra parrocchia. Avevano una importante caratteristica: erano organizzati dagli stessi partecipanti. Se uno va, ad esempio, a scuola di tennis o di judo o di una lingua straniera per un’ora o due alla settimana, e poi per altre ore singole a imparare la chitarra o pianoforte e via dicendo, un’ora per ogni attività, si trova inquadrato in attività organizzate da altri, da adulti. Fa quello che gli dicono di fare, e così fanno tutti. Non si possono introdurre varianti. Non ci si conosce veramente tra ragazzi, manca il tempo. E’ un po’ come a scuola, solo che a scuola si sta più tempo, quattro, cinque ore ogni giorno. E a scuola ci sono alcuni tempi liberi, in cui ci si auto-organizza.  Aspettando di entrare, all’uscita, tra una lezione e l’altra, a ricreazione, nelle gite  scolastiche. Ci si conosce meglio e allora, a volte, ci si incontra anche fuori scuola, nei limiti in cui l’odierna urbanistica lo consente. Io già in quarta elementare giravo da solo per il nostro quartiere, oggi è sentito come pericoloso a quell’età.
  Fare vita da piccoli monaci non aiuta ad imparare a stare in società. I catechisti se ne accorgono subito. I ragazzi che sono loro affidati non sanno giocare insieme. Potrebbe sembrare, tutto sommato, poco importante, se poi riescono a stare attenti  e a imparare quello che si pretende da loro. Questa è appunto, in genere, l’impostazione scolastica. Sorgono problemi, però, quando si vorrebbe costruire una comunità, come oggi in genere si vuole. Si è presa coscienza dell’insufficienza di un insegnamento religioso solo diretto alla formazione spirituale e morale individuale. Ma i ragazzi, abituati a vivere il tempo libero  di ora in ora, l’ora di tennis, quella di chitarra, quella di catechismo, deludono i nostri sforzi di farli capaci di un lavoro collettivo, in modo da formare una società e per far fare loro, lì, tirocinio di lavoro sociale.  A stare in società si impara, anche questa non è cosa innata. Ma dove impararlo? Dove fare pratica?
  Nella pagine iniziali delle sue Memorie dell’Oratorio di San Francesco di Sales dal 1815 al 1855, Giovanni Bosco, narra le sue prime esperienze sociali:
 “Voi mi avete più volte dimandato a quale età abbia incominciato ad occuparmi dei fanciulli. All’età di 10 anni io facevo quello che era compatibile alla mia età e che era una specie di Oratorio festivo. Ascoltate. Era ancora piccolino assai e studiava già il carattere dei compagni miei. E fissando taluno in faccia, per lo più ne scorgeva i progetti che quello aveva in cuore. Per questo in mezzo a’ miei coetanei era molto amato e molto temuto. Ognuno mi voleva per giudice o per amico. Dal mio canto faceva del bene  a chi poteva, ma del male a nissuno. I compagni  poi mi amavano assai, affinché in caso di rissa prendessi di loro difesa. Perciocché sebbene fossi più piccolo di statura, aveva forza e coraggio da incutere timore ai compagni di assai maggiore età; a segno che nascendo brighe, quistioni, risse di qualunque genere, io diveniva  arbitro dei litiganti ed ognuno accettava di buon grado la sentenza che fossi per proferire.”
  Chi dei nostri ragazzi può fare oggi esperienze sociali come quelle? Alcuni vanno ad imparare arti marziali, judo, karate, e via dicendo, ma forza e coraggio, insieme, non sono comuni tra loro. Il bullismo  scolastico, che tanto fa soffrire i più giovani, è praticato dai più forti, ma che coraggio richiede? Prendersela con i più deboli, senza che nessuno abbia il coraggio di reagire. A certe sopraffazioni non ci si abitua mai, ma si impara a subirle, se non si sperimentano risorse sociali per contrastarle, e alla fine ci si rassegna. Su questa rassegnazione crescono poi società insufficienti, che funzionano male e fanno soffrire,  con gente che partecipa poco, che non crede che la partecipazione serva, e cerca un altro modo, egoistico, per salvarsi.
  Chi è giovane e quelli degli anziani che vogliono ricordare realisticamente la loro gioventù sanno bene che il mondo dei ragazzi  è pieno di violenza e di sopraffazioni e, quindi, di sofferenza. Diviene così quando a certe cose si dà poca importanza, da parte degli adulti.  Può essere diverso. E così è anche nelle società degli adulti: possono essere diverse, non è detto che debbano far soffrire, che il male vi debba dominare. Ma bisogna imparare a farle  diverse. Uno come Giovanni Bosco ha cercato di fare migliore il mondo dei ragazzi, con il suo sistema preventivo basato su una socialità ben guidata. Si lavora sui ragazzi per far migliori gli adulti e le società da loro dominate. I ragazzi cambiano velocemente, crescono, e diventano adulti: ad un certo punto, osservano gli studiosi, può essere già tardi per certe cose. Non bisogna sprecare il tempo. Ecco, direi che il lavoro in ACR mi appare come un modo per non sprecarlo.
 Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli