lunedì 11 settembre 2017

Buon lavoro agli educatori dell'ACR riuniti nel campo scuola di Vitorchiano!

Buon lavoro agli educatori dell'ACR riuniti nel campo scuola a  Vitorchiano!

   Dal 15 settembre, educatori dell'ACR  partecipano al campo scuola diocesano a Vitorchiano. Ci saranno anche partecipanti della nostra parrocchia. Infatti da quest'anno si vuole far partire anche da noi l'ACR. 
 Buon lavoro a tutti!
  Per alcuni può essere la prima volta che si accostano a questa esperienza associativa. Altri l’hanno già fatta, ma possono sentire il bisogno di approfondire le ragioni per proseguirla.   Nei post  che ho pubblicato dal 1 settembre possono trovare qualcosa di utile. E’ una minima parte di quello che si può dire sull’Azione Cattolica, ma comunque forse si vorrebbe avere una visione ancor più sintetica.
  Cominciamo con il dire questo: l’Azione Cattolica non è assimilabile ad alcuna delle altre aggregazioni ecclesiali correnti in Italia. Questo significa anche che fa un lavoro che nessun altro fa. Ma che dovrebbe fare?
  Per capirlo occorre avere consapevolezza della sua storia.
 Tutto iniziò a metà Ottocento, quando il Papato sentì la necessità di chiamare a raccolta il popolo a difesa della sua missione. I moti nazionalistici italiani minacciavano il suo piccolo stato nell’Italia centrale, con capitale Roma. Si voleva che fosse la capitale del nuovo stato unitario e indipendente che si andava costituendo in quegli anni, con sommosse popolari e guerre, sia  tra stati e che tra milizie popolari e stati. Il Papato riteneva di avere bisogno di quel suo stato per essere indipendente dalla politica degli stati del mondo intorno ed essere libero di svolgere la sua missione universale.
 I moti nazionalistici italiani erano suscitati da movimenti con ideologia liberale e democratica. Erano tali, in particolare, i gruppi che si ispiravano al pensiero di Giuseppe Mazzini (1805-1872). Essi non miravano solo all’unità nazionale e all’indipendenza, ma anche alla  riforma sociale, in particolare all’affermazione di regimi democratici, da conseguire con il coinvolgimento del popolo non più solo come concessione delle dinastie sovrane, che all’epoca, dopo la caduta del regime di Napoleone Bonaparte nel 1815, dominavano nuovamente l’Europa. Il nazionalismo italiano di quell’epoca non era anti-cristiano: il motto di Mazzini era “Dio e popolo”. Divenne anticlericale per il rifiuto del Papato di consentire l’unità nazionale con capitale a Roma.
 Perché i nazionalisti ritenevano indispensabile Roma? Per il suo significato simbolico, derivante dalla sua storia antica, per la civiltà unificante che dalla sua cultura era scaturita. Si pensava che così si sarebbe potuta consolidare meglio un’unità politica ottenuta militarmente tra popoli da molti secoli divisi, combattendo e sopprimendo i vari stati che all’unificazione si opponevano. Il Papato non credeva nel liberalismo: pensava che avrebbe condotto il popolo lontano dalla fede. Non credeva nella democrazia, che non concepiva come un sistema di valori, ma come  politica basata sulla forza del numero, non su quella della ragione. Intendeva il liberalismo come dissoluzione dei valori e la democrazia come disordine tra il popolo che avrebbe finito per darsi nelle mani di demagoghi, di agitatori sociali senza valore e insofferenti dei veri valori (in linea con il giudizio che della democrazia avevano dato grandi filosofi greci dell’antichità). E soprattutto, come detto, riteneva l’indipendenza politica del Papato, da attuare con il possesso di un vero e proprio regno territoriale, come indispensabile per  sottrarsi all’arbitrio e alla volontà di potenza degli altri capi di stato, quindi a tutela della sua missione universale. Nei secoli precedenti il Papato, per garantire la sua indipendenza, si era appoggiato alle dinastie sovrane europee. Da metà Ottocento ebbe sempre più difficoltà a farlo. I nazionalisti italiani chiamavano a raccolta i popoli dell’Italia di allora, e così, ad un certo punto, lo fece anch’esso. Come i nazionalisti parlavano di  riforma   sociale, di cambiare in meglio la società civile, anche il Papato elaborò un suo progetto di  riforma sociale, sulla base delle esperienze di solidarietà sociale che a quell’epoca, in tutta Europa e anche in Italia, si andavano costituendo a sostegno della parte meno ricca della società. Questo programma fu espresso solennemente in un’enciclica, un atto con forza di legge per la Chiesa cattolica, la prima di quelle dell’età moderna con oggetto la riforma  della società, che il papa Vincenzo Gioacchino Pecci, regnante come Leone 13° (Papa dal 1873 al 1903), diffuse nel 1891 con il nome di Rerum Novarum - Le novità,  dalle sue prime parole. Fu il primo documento di una lunga serie che, nel complesso, si indica con il nome di dottrina sociale.  A quell’epoca il regno pontificio era stato soppresso, all’esito di una breve guerra nel 1870. Ma il Papato lo rivoleva indietro. Su questo era  intransigente. Spingeva su questa posizione  intransigente  anche il popolo che aveva chiamato a difesa delle sue ragioni. Ora ci sembra strano, ma, a quei tempi, le formazioni cattoliche subivano il rigore delle misure di polizia contro la sovversione politica. Il prete giornalista Davide Albertario, direttore del quotidiano milanese L’osservatore cattolico, fu arrestato nel 1898 e condannato a tre anni di reclusione, per aver criticato aspramente la sanguinosa repressione, da parte del generale Fiorenzo Bava Beccaris, dei moti popolari di quell'anno, motivati dalle difficoltà di vita della gente meno ricca e, in particolare, dall'aumento del prezzo del pane. La figura di Albertario sintetizza bene le posizioni politiche  dell’intransigentismo cattolico  di allora: opposizione dura al nuovo Regno d’Italia motivata con esigenze di riforma sociale nell'interesse anzitutto del popolo.
  E’ molto importante capire questo: mentre gli altri  sovrani degli stati che nella prima metà dell’Ottocento dominavano l’Italia opponevano alle pretese di unificazione nazionale la legittimità  storica e giuridica del loro dominio politico, in sostanza l’assetto politico che, dopo la caduta dell’imperatore francese Napoleone Bonaparte, era stata data all’Europa nel Congresso di Vienna (tenutosi a Vienna tra il 1814 e il 1815) dalle potenze vincitrici, il Papato volle giustificare davanti ai popoli le proprie pretese di un regno in Italia innanzi tutto  sia con esigenze di tutela dell’indipendenza della sua missione universale, ma anche con la critica della nuova civiltà che i nazionalisti liberali e democratici volevano attuare in Italia e la necessità di indipendenza politica per contrastarla, questa seconda  esigenza come parte della prima, della sua missione civilizzatrice. Sostenne che questa nuova civiltà non era per il bene del popolo, che avrebbe richiesto altri provvedimenti. Questa esigenza di riforma sociale, nel periodo dell’intransigentismo, durato fino al 1909, quando il Papato consentì ai cattolici italiani di partecipare alle elezioni politiche nazionali (era stato loro vietato dal 1864 con una serie di provvedimenti dell’autorità religiosa che vanno sotto il nome di  non expedit - non conviene [partecipare alle elezioni), era in fondo strumentale alle pretese del Papato riguardanti la restaurazione del suo regno con capitale a Roma, ma successivamente, in particolare in prospettiva delle elezioni politiche del 1913, le prime a suffragio universale maschile (prima vi erano state limitazioni relative al reddito e all'istruzione) e, ancor più durante la Prima Guerra Mondiale (1914-1918), divenne assolutamente prioritaria, finendo addirittura per essere inquadrata dal Papato nel dovere religioso di carità, a cominciare da un discorso tenuto agli universitari della FUCI - gli universitari cattolici -  il 18 dicembre 1927 dal papa Achille Ratti, regnante in religione come Pio 11°, di cui trascrivo il brano fondamentale per il tema che sto trattando:
I giovani talora si chiedono se, cattolici come sono, non debbano fare alcuna politica. Ed ecco che, dedicando il loro studio ai suddetti argomenti, vengono a porre in se stessi le basi della buona, della vera, della grande politica, quella che è diretta al bene sommo e al bene comune, quello della polis, della civitas, a quel pubblico bene, che è la suprema lex a cui devono esser rivolte le attività sociali. E così facendo essi comprenderanno e compieranno uno dei più grandi doveri cristiani, giacché quanto più vasto e importante è il campo nel quale si può lavorare, tanto più doveroso è il lavoro. E tale è il campo della politica, che riguarda gli interessi di tutta la società, e che sotto questo riguardo è il campo della più vasta carità, della carità politica, a cui si potrebbe dire null'altro, all'infuori della religione, essere superiore. È con questo intendimento che i cattolici e la Chiesa debbono considerare la politica; poiché la Chiesa e i suoi rappresentanti, in tutti i gradi di tal rappresentanza, non possono essere un partito politico, né fare la politica di un partito, il quale per natura sua attende a particolari interessi, o se pur mira al bene comune, sempre vi mira dietro il prisma di sue vedute particolari. Atteggiamento questo tanto più raccomandabile a giovani universitari che devono consacrarsi alla propria preparazione, senza la quale la loro futura attività non può essere né illuminata, né benefica. Come nel loro presente periodo essi attendono allo studio delle future professioni e non le esercitano, così anche per ciò che riguarda il viver sociale; essi devono ora attenersi al loro programma di preparazione, perché, quando prenderanno il loro posto nella società, possano poi dare a questa anche il contributo della buona, cristiana politica.
  E’ per compiere questo lavoro di carità sociale  che il papa Giuseppe Sarto, regnante come Pio 10° dal 1903 al 1914, decise,  nel 1905 con l’enciclica Fermo proposito -  Il fermo proposito [“che fin dai primordi del Nostro Pontificato abbiamo concepito, di voler consacrare tutte le forze che la benignità del Signore si degna concederCi alla restaurazione di ogni cosa in Cristo”], di ridisegnare l’azione sociale dei cattolici con una nuova organizzazione, che è poi, in sostanza, la nostra Azione Cattolica, formalmente costituita l’anno seguente con l’approvazione dei suoi statuti. Essa sostituì una precedente organizzazione con scopi simili che i laici cattolici avevano costituito di propria iniziativa nel 1874 e che venne sciolta dal Papato nel 1904, a seguito di dissidi insanabili tra la componente intransigente e quella  democratica, la quale intendeva iniziare a partecipare alla politica nazionale democratica del Regno con un proprio progetto politico di democrazia ispirata ai valori di fede, una  democrazia cristiana, come la definivano.
  Carità è la parola italiana con la quale, insieme al termine “amore”, si traduce quella del greco antico  agàpe, che richiama l’idea di un lieto convito in cui ce n’è per tutti. Agàpe  ha un significato teologico molto importante, su base evangelica. Collegare l’azione sociale all’agàpe  significò farne un valore di grande rilievo e, in  particolare, riempirla di tanti valori religiosi. E’ appunto questo che hanno fatto i laici cattolici di Azione Cattolica nell’accostare i problemi della democrazia. La  democrazia, come oggi la si intende, e non la si è sempre intesa in questo modo, è frutto anche del loro lavoro e comprende molti più valori che alle origini e, ad esempio quello della pace, che non è sempre stata un valore democratico. Le democrazie, storicamente,  non sono state sempre pacifiche. Oggi si dà per scontato che lo siano. E’ una conquista cultura che è stata  mediata nelle culture contemporanee anche con la collaborazione dei laici di Azione Cattolica.
  Man mano che la democrazia si riempiva di valori, in particolare di quelli che rientrano nel concetto di giustizia sociale e di tutela della persona umana, cominciarono a cadere le riserve che storicamente il Papato aveva avuto verso quel regime politico. Si  imparò molto dall’esperienza, in particolare da quella dei totalitarismi europei del secolo scorso. Il lavoro culturale del pensiero sociale cristiano, e in particolare cattolico, precedette le modifiche della dottrina, dell’insegnamento impartito con autorità dal magistero, innanzi tutto dal Papa. Anche in seguito fu così. La prima grande svolta verso una democrazia piena di valori umanitari si ebbe con una serie di importantissimi radiomessaggi natalizi, rilevanti quanto un’enciclica  sociale, diffusi dal papa Eugenio Pacelli, Pio 12°, regnante dal 1939 al 1958, durante la Seconda Guerra Mondiale, tra il  1941  e il 1944.
 In Italia  laici di fede in gran parte provenienti dall'Azione Cattolica si riunirono nel 1943 nella foresteria di Camaldoli dei monaci camaldolesi, in provincia di Arezzo, sull’Appennino Tosco - Romagnolo, per scrivere un progetto di nuova costituzione, denominato  Codice di Camaldoli. Tra il 1946 e il 1947  laici  dell'Azione Cattolica furono tra i protagonisti della scrittura della nuova Costituzione repubblicana, entrata in vigore il 1 gennaio 1948, che disegnava una democrazia di popolo piena di valori, tra i quali quello della pace. Leggiamo infatti nell’art.11:
L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.
  L’idea della democrazia come strumento per l’affermazione dei valori, in primo luogo quello della persona, ebbe sempre più credito nella dottrina sociale, il complesso delle pronunce del magistero per organizzare la società secondo i valori indicati dalla fede, attraverso le norme contenute nei documenti del Concilio Vaticano 2° (1962-1965) e molti altri documenti del Papato, fino ad arrivare, a cento anni dalla prima enciclica  sociale, all’enciclica  Centesimus annus - Il centenario,  diffusa nel 1991 dal papa Karol  Wojtyla, regnante come Giovanni Paolo 2°, in cui troviamo l’affermazione del valore di una democrazia piena di valori:
45. La cultura e la prassi del totalitarismo comportano anche la negazione della Chiesa. Lo Stato, oppure il partito, che ritiene di poter realizzare nella storia il bene assoluto e si erge al di sopra di tutti i valori, non può tollerare che sia affermato un criterio oggettivo del bene e del male oltre la volontà dei governanti, il quale, in determinate circostanze, può servire a giudicare il loro comportamento. Ciò spiega perché il totalitarismo cerca di distruggere la Chiesa o, almeno, di assoggettarla, facendola strumento del proprio apparato ideologico.
Lo Stato totalitario, inoltre, tende ad assorbire in se stesso la Nazione, la società, la famiglia, le comunità religiose e le stesse persone. Difendendo la propria libertà, la Chiesa difende la persona, che deve obbedire a Dio piuttosto che agli uomini (cf At 5,29), la famiglia, le diverse organizzazioni sociali e le Nazioni, realtà tutte che godono di una propria sfera di autonomia e di sovranità.
46. La Chiesa apprezza il sistema della democrazia, in quanto assicura la partecipazione dei cittadini alle scelte politiche e garantisce ai governati la possibilità sia di eleggere e controllare i propri governanti, sia di sostituirli in modo pacifico, ove ciò risulti opportuno.93 Essa, pertanto, non può favorire la formazione di gruppi dirigenti ristretti, i quali per interessi particolari o per fini ideologici usurpano il potere dello Stato.
[…]
un'autentica democrazia è possibile solo in uno Stato di diritto e sulla base di una retta concezione della persona umana. 
[…]
 Una democrazia senza valori si converte facilmente in un totalitarismo aperto oppure subdolo, come dimostra la storia.
[…]
47. Dopo il crollo del totalitarismo comunista e di molti altri regimi totalitari e «di sicurezza nazionale», si assiste oggi al prevalere, non senza contrasti, dell'ideale democratico, unitamente ad una viva attenzione e preoccupazione per i diritti umani. Ma proprio per questo è necessario che i popoli che stanno riformando i loro ordinamenti diano alla democrazia un autentico e solido fondamento mediante l'esplicito riconoscimento di questi diritti. Tra i principali sono da ricordare: il diritto alla vita, di cui è parte integrante il diritto a crescere sotto il cuore della madre dopo essere stati generati; il diritto a vivere in una famiglia unita e in un ambiente morale, favorevole allo sviluppo della propria personalità; il diritto a maturare la propria intelligenza e la propria libertà nella ricerca e nella conoscenza della verità; il diritto a partecipare al lavoro per valorizzare i beni della terra ed a ricavare da esso il sostentamento proprio e dei propri cari; il diritto a fondare liberamente una famiglia ed a accogliere e educare i figli, esercitando responsabilmente la propria sessualità. Fonte e sintesi di questi diritti è, in un certo senso, la libertà religiosa, intesa come diritto a vivere nella verità della propria fede ed in conformità alla trascendente dignità della propria persona.
Anche nei Paesi dove vigono forme di governo democratico non sempre questi diritti sono del tutto rispettati.
[…]
La Chiesa rispetta la legittima autonomia dell'ordine democratico e non ha titolo per esprimere preferenze per l'una o l'altra soluzione istituzionale o costituzionale. Il contributo, che essa offre a tale ordine, è proprio quella visione della dignità della persona, la quale si manifesta in tutta la sua pienezza nel mistero del Verbo incarnato.
  Nel 1969 l’Azione Cattolica, con il suo nuovo statuto elaborato sotto la presidenza nazionale di Vittorio Bachelet (1926-1980), fece dell’attuazione dei principi deliberati dai saggi del Concilio Vaticano 2° uno dei suoi principali campi di azione sociale e si propose come palestra di democrazia per l’attuazione sociale dei valori nel quadro di una democrazia piena di valori, per riempire sempre meglio la democrazia di valori e per salvaguardare il valore di quel tipo di democrazia.
  Fin dal suo sorgere, perché negarlo?, l’Azione Cattolica ebbe struttura organizzativa simile a quella di un partito politico. Del resto essa, storicamente, difese, più o meno al modo di un partito, posizioni politiche del Papato, in primo luogo, alle origini, quelle relative alla questione di Roma, la  questione romana, la quale fu chiusa, in modo che molti criticarono nel mondo cattolico, con i Patti Lateranensi, conclusi nel 1929 con il Regno d’Italia rappresentato in quella occasione del Capo del governo di allora Benito Mussolini, fondatore e capo del fascismo. L’Azione Cattolica, ad esempio, ogni anno distribuisce delle tessere. Oggi non sempre i partiti lo fanno. Ha un’organizzazione democratica, e non tutti i partiti politici l’hanno avuta e l’hanno. In Azione Cattolica si tengono elezioni per nominare le cariche associative. Si deliberano documenti in varie assemblee, come si fa nei parlamenti. E diversi laici di Azione Cattolica hanno rivestito importanti cariche istituzionali in Italia. Ricordo per tutti il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro (1918-2012), che tenne sempre al bavero il distintivo dell’Azione Cattolica. Che cosa differenzia, però,  l’Azione Cattolica da un partito?
  L’obiettivo dell’Azione Cattolica è molto più vasto di quello di un partito, che serve per concorrere all’esercizio dell’autorità pubblica, nello Stato, nelle Regioni, nei Comuni e via dicendo. Lo scopo dell’Azione Cattolica  è quello stesso della dottrina sociale: la riforma sociale dell'intera società secondo valori,  per riempire la società e la democrazia di valori. L’Azione Cattolica è pensiero, innanzi tutto formazione, e,  appunto, azione, che significa azione sociale, in ogni ambito in cui la persona è inserita, a partire dalla famiglia e fin da molto piccoli.  Per trasformare secondo valori  ogni società, lì dove le persone si organizzano, e allora c'è chi comanda e chi segue, e quindi anche la possibilità di agire per il bene comune, la felicità di tutti, o approfittandosi a danno degli altri, facendoli soffrire.  Famiglia, scuola, lavoro, economia, politica istituzionale, solidarietà, arte, sport, cultura… sono tutti campi di  azione  sociale di un laico di Azione Cattolica per l’affermazione dei valori, per organizzare tutte le società in cui è inserito, collaborando con tutti democraticamente, secondo i valori. Ora il compito che ci è assegnato è molto più vasto di un tempo, non riguarda più la sola Italia o l’Europa, ma il mondo intero: è questa la prospettiva dell’enciclica  Laudato si’,  diffusa nel 2015 dal papa Jorge Mario Bergoglio, regnante come Francesco dal 2013.  Non è un lavoro che si può affrontare da soli. Serve essere in tanti per fare azione sociale, e innanzi tutto per capire realisticamente il proprio tempo. Ma occorre essere in tanti per persuadere tanta altra gente dei valori che occorre realizzare e, innanzi tutto, per mediare  i valori di fede in modo che possano essere condivisi da quante più persone possibile. Bisogna  prepararsi  bene e fare  tirocinio  di azione, come in tutte le attività umane. L’azione sociale si impara, non è innata: anche a questo serve l’Azione Cattolica. Ma poi c’è da  agire  insieme, ciascuno secondo quello che sa fare. Io, ad esempio, agisco  anche scrivendo cose come questa che state leggendo. Confrontandosi però con gli altri, perché da soli spesso si smarrisce la strada. E’ come quando si va in montagna in  cordata, ciascuno  legato  ad altri: se si cade, gli altri fanno  sicurezza. I più esperti indicano agli altri come fare per non rischiare. Spesso sanno come fare perché hanno sbagliato  e si sono corretti. La saggezza dei più anziani non di rado si basa proprio su questo. Così progredisce l’umanità. Senza questa  azione  collettiva i valori e la democrazia come valore sono a rischio. Di certi valori ci si deve persuadere di generazione in generazione. E’ da qui che, credo, cominci l’ACR. Parlare ai più giovani dei grandi valori e iniziarli al tirocinio dell'azione sociale ad essi ispirata.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli