domenica 24 settembre 2017

Tra il dire e il fare

Tra il dire e il fare

 Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, si dice. Ma chi lo dice? E, soprattutto, chi, ancora, lo pensa? Nella politica italiana dei nostri tempi sembra qualche volta che basti dire, che poi il fare  verrà da sé, automaticamente, come magicamente.
  Spesso quando si chiede a un bambino che cosa vuole fare da grande, risponde  il calciatore.  I calciatori vengono visti come persone ricche e stimate, hanno vite dispendiose, come quelle dei grandi ricchi, belle case, belle automobili, e girano con belle ragazze che qualche volta anche sposano. Che serve per diventarlo? Non occorre studiare, imparare: tutto si basa su doti naturali. Sanno giocare a calcio. Nascono  fatti  in quel modo. C’è in giro più o meno un centinaio di calciatori così, quindi qualche ragazzo ce la fa. Ma la maggior parte prende altre strade, da grande  si procura da vivere in altro modo. E crescendo scopre che per quelli che ce l’hanno fatta, i calciatori professionisti più quotati, quella del calcio è solo una breve parentesi nella vita, e non sempre felice. Anche lì, come in ogni altro sport, ci vogliono impegno, determinazione e fatica per riuscire. E anche loro, ad un certo punto,  si devono trovare un altro mestiere, come tutti gli altri. Da calciatori sono stati comprati e venduti, erano parte di un sistema commerciale, ma che parte facevano? C’era poi tanta differenza tra loro e un’automobile o un telefono cellulare offerti al consumo di massa? Tenuti finché andavano  sul mercato, poi sostituiti con il modello più recente o più  performante. Sono pochissimi i calciatori che, ad un certo punto, scelgono di lasciare, i più sono licenziati senza tanti complimenti. Vanno fuori mercato, come i telefonini di un anno prima.
  Crescendo, si capisce che puntare tutta la propria vita nel cercare di  fare  il calciatore è sbagliato. Non solo è molto difficile arrivare a  farlo. Non è poi questo granché come vita. Quando si comincia a ragionare così, vuole dire che si sta diventando adulti, persone serie, affidabili, che hanno prospettive di lungo periodo e hanno capito che cosa vale  nella vita. Gente che, ad esempio, comincia a pensare di mettere su famiglia. Bisognerebbe essere così anche per pensare di entrare in politica da eletti o governanti. Ma ci sono quelli che prendono la cosa come quando i bambini vogliono fare i calciatori.
 In genere si diventa adulti, maturi.  Poi si avvicinano delle elezioni politiche e si ridiventa come bambini: sembra che la maturità valga solo su piccola scala. Arrivano quelli che  dicono  che cambieranno tutto quello che non va, lo gridano, e a molti sembrano credibili per questo loro gridarlo. Il bello, dal punto di vista di quelli che gridano, è però questo: se riescono a convincere, in quel modo, la gente che serve per avere i voti sufficienti, per loro è effettivamente come quando un bambino poi riesce a fare  il calciatore. Un calciatore però deve saper giocare molto bene a calcio, deve saper fare molto bene quello per cui è stato ingaggiato; da un politico, oggi, questo non ce lo si aspetta. Che cosa deve saper fare veramente? Basta, per andare al potere, che sappia convincere la gente a votarlo. Poi si vedrà. Meglio quindi avere gente che non va tanto per il sottile, gente tornata bambina, che non comprende più tanto bene la differenza tra il  dire  e il fare. Non la comprende per due motivi, fondamentalmente: perché non si è preparata e perché ha paura.
  Una tecnica piuttosto sfruttata oggi per fare campagne elettorali è quella, appunto, di spaventare la gente e convincerla che ragionare non serve, che è un lusso che non ci si può più permettere. La paura che di questi tempi viene più strumentalizzata  in Italia è quella degli immigrati poveri dall’Africa, dall’Asia, dal Sud America, dall’Europa orientale ancora non integrata nell’Unione Europea. Strumentalizzare  significa fare di qualcosa o di qualcuno uno strumento, vale a dire servirsene. L’immigrato povero serve  bene a questo scopo perché ha un aspetto diverso, parla la nostra lingua con difficoltà, ha mentalità distante dalla nostra,  vive  in modo differente, e, soprattutto, è povero e chiede aiuto,  è fragile, spesso deve nascondersi e per questo ha paura, ma, soprattutto, viene,  diverso com’è, da lontano, non ci mette in questione nelle nostre virtù e nei nostri vizi: prendersela con lui è facile e senza controindicazioni. Vive ai margini della società, lì verso dove tanta nostra gente è spinta purtroppo a causa della crisi della nostra economia, ci ricorda in fondo da dove siamo venuti:  è uno spettro  del male possibile e diventa come la personificazione di quel male. Non è che ci ruberà  qualcosa? Da quelli che vivono in quel modo ce lo si aspetta sempre.  Ed effettivamente qualche delitto di strada viene commesso, qualche casa svaligiata. Tra quelli che vengono presi, di solito gente che vive ai margini della società, qualche immigrato c’è, come ci sono anche degli italiani. Ma nelle statistiche viene evidenziato il dato che riguarda gli immigrati: i loro delitti sembrano più gravi, perché sono commessi da gente che da noi, in fondo, non ci doveva stare. Anche queste statistiche vengono quindi  strumentalizzate.
  Una volta chiuse le porte  all’immigrazione, si pensa, tutto andrà a posto. Ma è veramente così? I nostri mali sociali dipendono veramente  da questo? E si potrà poi mai chiudere le porte, come facciamo quando rientriamo a casa nostra? Ragionandoci sopra si capisce che non sarà mai possibile. Questa è la realtà. E non sarà neanche mai possibile riportare da dove sono venuti i milioni che ce l’hanno fatta ad arrivare da noi.  L’integrazione  su scala nazionale e internazionale non ha vere alternative. Ma conviene anche a noi, perché, anche noi abbiamo gente emigrata, abbiamo milioni che lavorano all’estero. All’anagrafe degli italiani all’estero sono circa cinque milioni: l’ho letto su un articolo del quotidiano Il sole 24 ore  di qualche giorno fa. Il mondo di oggi, con la sua economia, è fatto così: con gente, soldi e merce che lo girano in lungo e in largo. Nessun politico può ragionevolmente pensare di riuscire   chiudere  veramente le porte dell’Italia: se ne parla è solo perché pensa di strumentalizzare certe nostre paure. Dovrebbe invece fare proposte su come  integrare, ma questo è molto più difficile e, soprattutto, se si comincia a parlare di integrazione  la paura svanisce, gli altri, anche gli immigrati poveri, ci si presentano sotto un diverso aspetto, riprendono il loro volto umano. E’ il volto, ad esempio, di quelli che nel nostro quartiere gestiscono negozi di frutta, di casalinghi, ristoranti e pizzerie, che fanno i sarti e gli idraulici e ci danno una mano quando ci serve con i nostri anziani.
  Promettere cose impossibili da realizzare è bello e facile: chi potrà mai rimproverare di non avere fatte? Erano impossibili. Si troverà sempre qualcun altro su cui scaricare la colpa e, al limite, ce la si prenderà con il destino  avverso o, vagamente, con la crisi mondiale. E magari si darà del babbeo a chi ci ha creduto. Non lo capiva che erano  impossibili?
  Un politico serio proporrà, però, cose possibili  da fare. Ci presenterà le sue referenze: che cosa ha fatto in passato, quali risultati ha ottenuto. Ci descriverà anche i suoi titoli: ad esempio che studi ha fatto e dove ha lavorato prima. Ci spiegherà in dettaglio come pensa di organizzare il lavoro che si propone di svolgere. Non si limiterà a  gridare  qualche slogan. Non ci confermerà nelle nostre paure ma ci indicherà una via¸ possibile, per liberarcene. Ci indicherà, innanzi tutto, le vie della virtù e dell’impegno, perché ogni altra porta al male sociale e chi ha un minimo di consapevolezza storica se ne può facilmente convincere. Quelle sono le vie che anche il pensiero sociale ispirato alla fede ci spinge a seguire.
  Governare  uno stato dà grandi poteri. Le vite delle persone che vivono in una nazione dipendono da come li si esercita. Un governo nazionale può, ad esempio, ficcarci in una qualche guerra ed essere costretto quindi a ordinare la mobilitazione generale,  la chiamata alle armi di quelli che hanno l’età giusta per andare in guerra. Può cambiare totalmente le nostre alleanze internazionali o anche solo portarci fuori dall’Unione Europea, le cui politiche nel recente passato sono state essenziali per evitare che la crisi recessiva globale dell’economia avesse conseguenze più gravi per gli italiani (e di questo c’è, in genere, scarsa consapevolezza). Se si manda gente in certi posti da cui dipende la vita della nazione, con quei poteri, non sarebbe male guardare a come ha lavorato in precedenza. Ha mai governato qualche cosa? E se lo ha fatto, come è andata? Se ha avuto la responsabilità di gestire, ad esempio, un servizio pubblico su scala locale, trasporti, rifiuti, illuminazione, rete idrica, parchi pubblici, è riuscita a farlo funzionare decentemente e a mantenere in equilibrio i bilanci?
  Ma perché ci parli di politica su un blog dedicato a un gruppo di Azione Cattolica?, forse qualcuno vorrebbe chiedermi. Non dovresti parlarci di cose della fede? Ma è appunto anche per fare questo lavoro, parlando di argomenti sociali e anche politici, che ho ricevuto una lunga formazione negli ambienti di fede, con eccellenti maestri. E’ parte della mia personale missione. Ricordate? Carità/agàpe  e politica  sono legate. Ce lo insegna il nostro magistero.  
 Concludo segnalandovi un bel libro del sociologo Luigi Manconi, uscito da poco, Non sono razzista, ma - La xenofobia degli Italiani e gli imprenditori della paura, Feltrinelli, €12,75 nell’edizione cartacea, €9,00 in e-book. Vi potete trovare interessanti argomenti sui temi che sto trattando in questi giorni.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli