Tra
il dire e il fare
Tra il
dire e il fare c’è di mezzo il mare, si dice. Ma chi lo dice? E,
soprattutto, chi, ancora, lo pensa? Nella politica italiana dei nostri tempi
sembra qualche volta che basti dire,
che poi il fare verrà da sé, automaticamente, come
magicamente.
Spesso quando si chiede a un bambino che cosa
vuole fare da grande, risponde il
calciatore. I calciatori vengono
visti come persone ricche e stimate, hanno vite dispendiose, come quelle dei
grandi ricchi, belle case, belle automobili, e girano con belle ragazze che
qualche volta anche sposano. Che serve per diventarlo? Non occorre studiare,
imparare: tutto si basa su doti naturali.
Sanno giocare a calcio. Nascono fatti
in quel modo. C’è in giro più o meno un centinaio di calciatori così,
quindi qualche ragazzo ce la fa. Ma
la maggior parte prende altre strade, da
grande si procura da vivere in altro
modo. E crescendo scopre che per quelli che ce
l’hanno fatta, i calciatori professionisti più quotati, quella del calcio è
solo una breve parentesi nella vita, e non sempre felice. Anche lì, come in
ogni altro sport, ci vogliono impegno, determinazione e fatica per riuscire. E anche
loro, ad un certo punto, si devono
trovare un altro mestiere, come tutti gli altri. Da calciatori sono stati
comprati e venduti, erano parte di un sistema commerciale, ma che parte
facevano? C’era poi tanta differenza tra loro e un’automobile o un telefono
cellulare offerti al consumo di massa? Tenuti finché andavano sul mercato, poi
sostituiti con il modello più recente o più performante. Sono pochissimi i calciatori
che, ad un certo punto, scelgono di
lasciare, i più sono licenziati senza tanti complimenti. Vanno fuori mercato,
come i telefonini di un anno prima.
Crescendo, si capisce che puntare tutta la
propria vita nel cercare di fare il calciatore è sbagliato. Non solo è molto
difficile arrivare a farlo. Non è poi questo granché come vita.
Quando si comincia a ragionare così, vuole dire che si sta diventando adulti,
persone serie, affidabili, che hanno prospettive di lungo periodo e hanno
capito che cosa vale nella vita. Gente che, ad esempio, comincia a pensare
di mettere su famiglia. Bisognerebbe essere così anche per pensare di entrare
in politica da eletti o governanti. Ma ci sono quelli che prendono la cosa come
quando i bambini vogliono fare i calciatori.
In genere si diventa adulti, maturi. Poi si avvicinano delle elezioni politiche e
si ridiventa come bambini: sembra che la maturità valga solo su piccola scala.
Arrivano quelli che dicono che cambieranno tutto quello che non va, lo gridano, e a molti sembrano credibili
per questo loro gridarlo. Il bello,
dal punto di vista di quelli che gridano, è però questo: se riescono a
convincere, in quel modo, la gente che serve per avere i voti sufficienti, per
loro è effettivamente come quando un bambino poi riesce a fare il calciatore. Un
calciatore però deve saper giocare molto bene a calcio, deve saper fare molto bene quello per cui è stato ingaggiato; da un politico, oggi,
questo non ce lo si aspetta. Che cosa deve saper fare veramente? Basta, per
andare al potere, che sappia convincere la gente a votarlo. Poi si vedrà.
Meglio quindi avere gente che non va tanto per il sottile, gente tornata
bambina, che non comprende più tanto bene la differenza tra il dire e il fare.
Non la comprende per due motivi, fondamentalmente: perché non si è preparata e
perché ha paura.
Una tecnica piuttosto sfruttata oggi per fare
campagne elettorali è quella, appunto, di spaventare la gente e convincerla che
ragionare non serve, che è un lusso che non ci si può più permettere. La paura
che di questi tempi viene più strumentalizzata
in Italia è quella degli immigrati
poveri dall’Africa, dall’Asia, dal Sud America, dall’Europa orientale ancora
non integrata nell’Unione Europea. Strumentalizzare
significa fare di qualcosa o di
qualcuno uno strumento, vale a dire servirsene. L’immigrato povero serve bene a questo scopo perché ha un aspetto
diverso, parla la nostra lingua con difficoltà, ha mentalità distante dalla
nostra, vive in modo differente, e, soprattutto, è povero e
chiede aiuto, è fragile, spesso deve
nascondersi e per questo ha paura, ma, soprattutto, viene, diverso com’è, da lontano,
non ci mette in questione nelle nostre virtù e nei nostri vizi: prendersela con
lui è facile e senza controindicazioni. Vive ai margini della società, lì verso
dove tanta nostra gente è spinta purtroppo a causa della crisi della nostra
economia, ci ricorda in fondo da dove siamo venuti: è uno spettro
del male possibile e diventa come la
personificazione di quel male. Non è che ci ruberà
qualcosa? Da quelli che vivono in
quel modo ce lo si aspetta sempre. Ed
effettivamente qualche delitto di strada viene commesso, qualche casa
svaligiata. Tra quelli che vengono presi, di solito gente che vive ai margini
della società, qualche immigrato c’è, come ci sono anche degli italiani. Ma
nelle statistiche viene evidenziato il dato che riguarda gli immigrati: i loro
delitti sembrano più gravi, perché sono commessi da gente che da noi, in fondo,
non ci doveva stare. Anche queste
statistiche vengono quindi strumentalizzate.
Una volta chiuse
le porte all’immigrazione, si pensa,
tutto andrà a posto. Ma è veramente così? I nostri mali sociali dipendono veramente da questo? E si potrà poi mai chiudere le porte, come facciamo quando
rientriamo a casa nostra? Ragionandoci sopra si capisce che non sarà mai
possibile. Questa è la realtà. E non sarà neanche mai possibile riportare da
dove sono venuti i milioni che ce l’hanno fatta ad arrivare da noi. L’integrazione
su scala nazionale e internazionale
non ha vere alternative. Ma conviene anche a noi, perché, anche noi abbiamo
gente emigrata, abbiamo milioni che lavorano all’estero. All’anagrafe degli
italiani all’estero sono circa cinque milioni: l’ho letto su un articolo del
quotidiano Il sole 24 ore di qualche giorno fa. Il mondo di oggi, con la
sua economia, è fatto così: con gente, soldi e merce che lo girano in lungo e
in largo. Nessun politico può ragionevolmente pensare di riuscire chiudere veramente le porte dell’Italia: se ne parla è
solo perché pensa di strumentalizzare certe nostre paure. Dovrebbe invece fare
proposte su come integrare, ma questo è molto più difficile
e, soprattutto, se si comincia a parlare di integrazione
la paura svanisce, gli altri, anche
gli immigrati poveri, ci si presentano sotto un diverso aspetto, riprendono il
loro volto umano. E’ il volto, ad esempio, di quelli che nel nostro quartiere
gestiscono negozi di frutta, di casalinghi, ristoranti e pizzerie, che fanno i
sarti e gli idraulici e ci danno una mano quando ci serve con i nostri anziani.
Promettere cose impossibili da realizzare è
bello e facile: chi potrà mai rimproverare di non avere fatte? Erano impossibili. Si troverà sempre qualcun
altro su cui scaricare la colpa e, al limite, ce la si prenderà con il destino avverso o, vagamente, con la crisi mondiale. E magari si darà del babbeo a chi ci
ha creduto. Non lo capiva che erano impossibili?
Un politico serio proporrà, però, cose
possibili da fare. Ci presenterà le sue
referenze: che cosa ha fatto in passato, quali risultati ha ottenuto. Ci
descriverà anche i suoi titoli: ad esempio che studi ha fatto e dove ha
lavorato prima. Ci spiegherà in dettaglio come pensa di organizzare il lavoro
che si propone di svolgere. Non si limiterà a gridare qualche slogan. Non ci confermerà nelle nostre
paure ma ci indicherà una via¸ possibile,
per liberarcene. Ci indicherà, innanzi tutto, le vie della virtù e dell’impegno,
perché ogni altra porta al male sociale e chi ha un minimo di consapevolezza
storica se ne può facilmente convincere. Quelle sono le vie che anche il
pensiero sociale ispirato alla fede ci spinge a seguire.
Governare
uno stato dà grandi poteri. Le vite
delle persone che vivono in una nazione dipendono da come li si esercita. Un
governo nazionale può, ad esempio, ficcarci in una qualche guerra ed essere
costretto quindi a ordinare la mobilitazione
generale, la chiamata alle armi di
quelli che hanno l’età giusta per andare in guerra. Può cambiare totalmente le
nostre alleanze internazionali o anche solo portarci fuori dall’Unione Europea,
le cui politiche nel recente passato sono state essenziali per evitare che la
crisi recessiva globale dell’economia avesse conseguenze più gravi per gli
italiani (e di questo c’è, in genere, scarsa consapevolezza). Se si manda gente
in certi posti da cui dipende la vita della nazione, con quei poteri, non
sarebbe male guardare a come ha lavorato in precedenza. Ha mai governato
qualche cosa? E se lo ha fatto, come è andata? Se ha avuto la responsabilità di
gestire, ad esempio, un servizio pubblico su scala locale, trasporti, rifiuti,
illuminazione, rete idrica, parchi pubblici, è riuscita a farlo funzionare
decentemente e a mantenere in equilibrio i bilanci?
Ma perché ci parli di politica su un blog
dedicato a un gruppo di Azione Cattolica?, forse qualcuno vorrebbe chiedermi.
Non dovresti parlarci di cose della fede? Ma è appunto anche per fare questo
lavoro, parlando di argomenti sociali e anche politici, che ho ricevuto una
lunga formazione negli ambienti di fede, con eccellenti maestri. E’ parte della
mia personale missione. Ricordate? Carità/agàpe e politica
sono legate. Ce lo insegna il nostro
magistero.
Concludo segnalandovi un bel libro del
sociologo Luigi Manconi, uscito da poco, Non
sono razzista, ma - La xenofobia degli Italiani e gli imprenditori della paura,
Feltrinelli, €12,75 nell’edizione cartacea, €9,00 in e-book. Vi potete trovare
interessanti argomenti sui temi che sto trattando in questi giorni.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli