Si pensa, però, che della politica debbano occuparsi i "governanti". Li dovremmo accettare, e subire, un po' come accade con la pioggia e il bel tempo: vengono e ci si rallegra se non fanno danno. Ancora non abbiamo inventato metodi per mantenere il bel tempo stabile. Poi ogni tanto la terra trema e anche in questo caso non ci si può fare nulla, se non rimuovere le macerie e ricostruire. Però in politica è molto diverso e tanto più nei regimi democratici. Non occorre fare una rivoluzione violenta per cambiare, ma per cambiare in meglio non è sufficiente recarsi ogni tanto ai seggi elettorali. E, innanzi tutto, cambiare è possibile, perché la società intorno a noi è integralmente una costruzione umana e come è stata fatta può essere mutata. Nella storia dell'Italia democratica è avvenuto molte volte. La prima volta è stato nel giugno del 1946, quando si dovette scegliere tra Repubblica e Monarchia ed eleggere un'assemblea con il compito di scrivere e approvare una Costituzione, in sostituzione delle norme fondamentali sul funzionamento dello stato impartite nel 1848 dalla dinastia monarchica dei Savoia (lo "Statuto Albertino", imposto dal re Carlo Alberto accogliendo richieste sostenute da un imponente moto popolare). Più recentemente si è avuto nel 2013, quando, a seguito di elezioni politiche, si ê prodotto un significativo mutamento del ceto parlamentare, in gran parte rinnovato. Non è vero, quindi, quello che sento dire non di rado, che "Sono sempre gli stessi!". Tra queste due epoche ci sono stati molti altri cambiamenti nella politica nazionale, che negli anni '70 ha dovuto fronteggiare anche tentativi di colpi di stato di opposta tendenza. In queste fasi le masse sono state determinanti, e non solo con il voto. La concreta possibilità di indurre collettivamente dei cambiamenti politici pone i cittadini in una condizione di responsabilità. Da un punto di vista etico, quindi anche della morale religiosa, vale a dire di ciò che si deve fare in quanto giusto, anche l'omissione, il semplice non fare, che in genere significa anche un "lasciar fare", è colpa. "Non fare" quando "si può" fare e nei limiti in cui si può. Questo insegnamento ci viene dal magistero in modo pressante, in particolare riguardo alla politica, dagli scorsi anni Sessanta. Lo troviamo, ad esempio, nella lettera apostolica Octogesima Aveniens - Avvicinandosi l'ottantesimo [anniversario dall'enciclica Le novità, del 1891], diffusa nel 1971 dal papa Giovanni Battista Montini, regnante in religione come Paolo 6^. Scrisse in quel documento:
"47. [...] Occorre inventare forme di moderna democrazia non soltanto dando a ciascun uomo la possibilità di tenersi informato e di esprimersi, ma impegnandolo in una responsabilità comune. I gruppi umani così si trasformano a poco a poco in comunità di partecipazione e di vita. La libertà, che si afferma troppo spesso come rivendicazione di autonomia opponendosi alla libertà altrui, si sviluppa così nella sua realtà umana più profonda: impegnarsi e prodigarsi per costruire solidarietà attiva e vissuta.
[...]
48. È a tutti i cristiani che noi indirizziamo, di nuovo e in maniera esigente, un invito all'azione. [...] Ê troppo facile scaricare sugli altri la responsabilità delle ingiustizie, se non si è convinti allo stesso tempo che ciascuno vi partecipa e che è necessaria innanzi tutto la conversione personale".
Questa che ho citata è una delle più belle e coinvolgenti definizioni della politica democratica in cui mi sia mai imbattuto. Capite? La politica è molto più che accreditare proposte altrui tracciando un segno su una scheda elettorale o di referendum. Occorre una "conversione", vale a dire un profondo cambiamento di mentalità, che è anche conversione alla democrazia. È tanto facile, oggi, accodarsi a chi facilmente la diffama, innanzi tutti ai populisti di ogni colore, i quali sono accomunanti da uno stesso rifiuto dei processi democratici e la cui proposta si riduce in definitiva ad una sola: far fare tutto a loro, rinunciando ad altra partecipazione che non sia quella di dar loro via libera.
Da dove inizia il nostro dovere di cittadini? Dall'informarsi, dal capire il tempo in cui si vive. La prima colpa la dovremmo, allora, riconoscere quando, da ragazzi, passando al primo anno delle superiori, buttiamo o vendiamo i libri di storia del triennio delle medie inferiori, uno strumento essenziale per capire. Così facendo, rinunciando allo sforzo di capire, innanzi tutto facendo memoria, ci mettiamo nelle mani della politica spregiudicata, a cui basta il nostro voto ma a cui di noi non importa nulla. Per convincerci, se non ci fortifichiamo preparandoci, le basta poco, quel tanto che è sufficiente al successo di una campagna pubblicitaria commerciale, basata sull'emotività e su meccanismi logici elementari. Se io dico, ad esempio: "la ricchezza prodotta nell'ultimo trimestre è aumentata più delle aspettative e ciò è avvenuto dopo le riforme attuate da un certo governo, quindi accade a causa di quelle riforme", sostengo una cosa che potrebbe non essere vera, perché ciò che viene prima non è sempre causa di ciò che viene dopo, ma potrebbe essere vera però non fare onore a quel governo, se, ad esempio, nelle altre nazioni vicine la ricchezza fosse aumentata di più. Questo significherebbe che l'aumento più contenuto della ricchezza che si è avuto da noi è colpa, non merito, di quel governo. Da come viene posta la questione, cambia il risultato. E spesso viene posta nel modo più conveniente a chi vuole il consenso della gente. Se uno è un cittadino un po' superficiale, e non è mai bene esserlo nelle cose importanti, e non va a verificare, corre il rischio di accreditare come un merito di un governo ciò che invece potrebbe essere addirittura una colpa, o, forse, più probabilmente, se l'entità della variazione è piccola e si riferisce ad un periodo molto breve, ad esempio uno "0,qualche cosa" in un trimestre, non dipendere dal!'azione di quel governo, ma da altri fattori.
Un buon cittadino deve impegnarsi ad essere meno superficiale: ma questo, a ben considerare, dovrebbe essere anche una qualità della persona religiosa, la quale vuole essere addirittura capace di incontrare l'eterno lì dove apparentemente non c'è nulla, perché, come è scritto, "Nessuno l'ha mai visto".
Mario Ardigò- Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli