Partire
da lontano per capire chi ci è vicino
Ma che ci serve ragionare su fatti di
duecentomila anni fa, come ho fatto stamattina, per lavorare in parrocchia? Ma
anche solo diecimila anni indietro non sono troppi? Non basta guardare ciò che
si ha intorno?
Non basta.
Non è così che si ragiona in religione.
C’è una parte delle Scritture che mi ha sempre
terrorizzato. E’ dove si legge di com’era prima che arrivassero gli esseri
umani. Si comincia veramente da molto lontano. Da un universo informe che man mano
diventa più simile a quello che ci è
familiare. Ci sono state ere in cui non c’eravamo! Poi comincia a girare gente simile a noi, ma le
civiltà vengono dopo. Tornare indietro non si può. E’ scritto che degli angeli
sbarrano la strada, con spade
fiammeggianti. Il tempo, il nostro tempo, ha una direzione, un
orientamento, va avanti. C’è un prima, c’è sempre un dopo diverso dal prima, e noi che brulichiamo in mezzo, un po’ come
gli altri viventi. Brulicare? Per gli
esseri umani si capisce che non si tratta solo di questo. Ad un certo punto è
scritto delle nazioni. Ce n’è un
lungo elenco, veramente difficile da ricordare. La gente si disperde per tutta la terra, ma ormai ha un’organizzazione
politica. La storia sacra comincia più o meno quattromila anni fa tra l’attuale
Iraq e l’attuale Egitto, nel corso di una lunga migrazione, da Meridione a Settentrione e poi da Oriente a Occidente e di nuovo verso Meridione. Più o meno nello stesso periodo si pensa che i Latini
siano scesi in Italia. Facevano parte di popoli che gli studiosi chiamano indoeuropei e che erano migranti. Parlavano lingue
che avevano caratteristiche comuni. Nell’Enciclopedia Treccani se ne elencano
dodici rami: Indiano
(sanscrito e altre lingue), Iranico, Tocario, Armeno, Albanese, Greco, Italico,
Celtico, Germanico, Baltico, Slavo, Hittito. C’è anche una certa parentela tra i parlanti
quelle lingue? Le indagini genetiche cominciano a darci risposte. Ci consentono
di ricostruire lunghissime migrazioni di popoli dal luogo originario, in
Africa, a oriente della Valle del Rift,
dalle parti tra la Tanzania, l’Uganda e l’Etiopia. Ma al centro della storia
sacra ci sono i semiti, che parlavano
lingue di una diversa famiglia. Gli Hittiti compaiono in Gen 15,20. Vengono
riferiti loro discorsi in Gen 23. Ma
non è sicuro che si tratti degli Hittiti
che parlavano indoeuropeo. La loro
civiltà infatti si diffuse più tardi. Tra tutte queste civiltà antiche, ognuna con la sua cultura, non è facile raccapezzarsi. Perché, poi è diventato più
semplice? Assolutamente no. Quando la storia,
quindi le culture umane, fanno la
comparsa nelle Scritture, tutto si complica. Di quella storia bisogna però
raggiungere una memoria affidabile e
quelle culture vanno capite, a partire
dalle loro lingue. Le Scritture sono
fatte per essere lette e capite, ma non sono una lettura facile: vengono da varie culture, molto antiche, e molte
generazioni ci hanno lavorato sopra per trasmetterne una memoria affidabile. Ma
lo hanno fatto secondo le proprie culture,
quindi, studiando, si può riconoscere la mano e il pensiero di chi ha
collaborato nella tradizione.
Che cosa sono quattromila anni, sui circa duecentomila della nostra
specie? Non tutto ciò che è importante per noi è compreso negli ultimi
quattromila anni. La nostra mente, ad esempio. E’ più o meno quella di
duecentomila anni fa. Così come il nostro corpo. Le culture, invece, si sono evolute sempre più rapidamente, in
particolare negli ultimi due secoli, ma in modo veramente frenetico negli
ultimi cinquant’anni. Questo crea dei problemi. E’ come se il tempo
accelerasse. E indietro non si può tornare. Ricordate, ci sono quegli angeli a chiudere la strada.
Oggi siamo preoccupati delle migrazioni umane. Perché? Possiamo
considerare gli esseri umani dei migranti
nati. E’ invece la rapidissima evoluzione delle culture che costituisce un
bel problema. Ne va infatti della nostra vita. Per consentire la sopravvivenza
di un’umanità di circa otto miliardi di persone occorre integrarle così
rapidamente come evolvono. Capire per trasformare
per sopravvivere: ecco che cosa c’è da fare, ma molto più velocemente
di prima.
E la religioni? Fanno parte di quelle culture
che evolvono, si sono evolute anch’esse, alcune molto rapidamente, in
particolare la nostra, che è stata quella praticata dai dominatori del mondo, gli
europei. Ci sono segni che il loro, il nostro, dominio stia tramontando. Si sta
affacciando nel mondo, tra i dominatori, la cultura cinese, che è in cerca di una neo-religione; oggi è ancora piuttosto
europeizzata. Forse, nell’era della fine, anche l’evoluzione della religione
degli europei si farà più lenta. Ma per ora condivide quella, velocissima,
delle culture che li caratterizzano.
Ma c’è qualcosa che rimane?
E’ appunto questo il problema della mediazione culturale. Non si tratta,
come sostengono i reazionari, di adattare la religione ai gusti dei contemporanei. Si
tratta di riconoscere nella religione ciò che è espressione di culture sorpassate dall’evoluzione
sociale e ciò che non lo è, ma appartiene alla struttura originaria della
fede. Quando cambia quest’ultima si passa ad un’altra religione. Il resto può
evolvere senza problemi. E se non si riesce a farlo, la religione diventa
cultura inutile e passa tra le cose che vengono superate. Nessuno oggi, nell’Europa di oggi, si sente,
in genere, obbligato a sterminare i vinti, come troviamo prescritto in alcuni
passi delle Scritture, molto antichi. Così, ai tempi nostri, in Europa, riteniamo
barbaro punire con la morte gli eretici o i blasfemi. Nelle Scritture lo
troviamo invece prescritto, anche qui in passi antichi. Ma molto a lungo in
Europa la si è pensata così, fino a circa tre secoli fa: è stato l’emergere
delle democrazie moderne ad aver cambiato, tra gli europei, quelle concezioni.
Sterminare i vinti e massacrare eretici e blasfemi non rientrano,
evidentemente, nella struttura originaria della nostra fede. Ci siamo convinti
che si poteva farne a meno. Ci ha convinti un lavoro di mediazione culturale.
Una cultura si può anche immaginare. L’immaginazione dà una certa libertà. I rivoluzionari
in genere immaginano, poi progettano
e infine agiscono. Ma fino a che punto è utile immaginare in religione? Le
Scritture sono piene di sogni e di sognanti. Ma che succede a quelli che immaginando finiscono per vivere in un sogno? Ci sono quelli che, ad esempio, sognano di riportare indietro la storia e di far
rivivere culture del passato, recente o meno recente. Che succede poi, nel
confronto con la realtà?
Ad altri piace immaginarsi un passato,
liberamente interpretato, da calare nel presente. Allora non è neanche il
passato che si vuole fare tornare, ma è un neo-passato
che si vuole costruire.
Si tratta di esperienze realmente vissute in
religione, tante volte.
Non c’è mediazione culturale se non si resta
ancorati alla realtà. Abusando dell’immaginazione si pensa di sopprimere uno
dei poli da mediare.
Nell’immaginazione le cose sembrano facili,
perché, nel sogno, si superano i limiti della realtà sociale in cui si opera.
Ma quando poi ci si sbatte contro? Non si è fatto lo sforzo di capirla e i
sogni funzionano solo nel tempo dei sogni, che è limitato. Si costruiscono così
Disneyland religiose, belle per esperienze forti limitate. Allora c’è il mondo del sogno,
quello della religione, e quello reale: si va dall’uno all’altro, ma lo stacco c’è, si avverte, le regole per vivere nei due
mondi sono diverse. La cultura però è una sola, quella reale, l’altra è solo
sogno. La religione in questo modo diventa psichedelica,
perché
introduce in realtà di sogno, che realtà
però non sono e presto svaniscono. Non è questo che, oggi, mi pare ci venga chiesto come fedeli.
Tornare indietro non si può! Ci sono quegli angeli, di cui ho scritto sopra, che lo
impediscono. Non si può essere reazionari in religione. E dove c’è, nei
fondamenti della nostra religione, l’autorizzazione a vivere realtà psichedeliche? Non è vero che siamo stati
mandati per il mondo a incontrare tutte le genti? Anche alle Valli è così.
Conosciamo la gente tra la quale viviamo, qui nel nostro quartiere? Capiamo la
loro cultura? E’ questo il nostro problema, che è poi il problema di sempre
dell’umanità, da quando c’è la storia e ci sono le culture. I nostri limiti cognitivi di specie ci rendono difficile incontrare moltitudini: ma la spiritualità è un mezzo potente per riuscirci. Nella comune
spiritualità riusciamo a incontrare gente che nella nostra vita non riusciremo mai
a conoscere. La spiritualità religiosa, allora, non è necessariamente evasione dalla realtà, ma può essere un mezzo molto efficace per immergervisi e
capirla veramente. Accostando grandi maestri di spiritualità si ha la
sensazione di uscire dalla cecità, di vedere finalmente le cose come sono. Come
è scritto: “Si aprirono i loro occhi”.
Restare ancorati alla realtà non è sempre facile,
perché è in genere è faticoso, richiede un impegno costante, un’etica, e può anche essere doloroso. La realtà infatti
in genere è meno bella di come vorremmo, delude i nostri sogni. Di una parte
del male che in essa c’è siamo corresponsabili; questo la rende, oltre che
dolorosa, disonorevole. Si rivive l'esperienza della narrazione biblica della cacciata dal Paradiso terrestre. Tra cinquant'anni, probabilmente, gli storici
tratteranno gli europei di oggi, per come si sono condotti con i migranti, come
i peggiori criminali sociali del passato. Però noi, adesso, ci consoliamo con
un’altra narrazione, in cui noi siamo poveri e buoni, e per questo incolpevoli,
e gli altri sono gli aggressori. Eroici,
siamo: è stato detto. Davvero ci crediamo? Qualche eroe c’è veramente. Ed è
ogni persona che riesce a salvare una vita a rischio della sua. E’ benedetto
chi fa così. Ha un posto nel Regno, è scritto. In religione si pensa che non ci
sia segno di benevolenza più grande. Incontrare veramente la gente, capire veramente le culture
umane, spinge in genere a quel cambiamento profondo di mentalità che definiamo conversione e che può essere espresso
anche con le antiche parole metànoia
(greco antico, la lingua delle
Scritture originate dalle nostre prime collettività di fede) o teshuvah (ebraico, la lingua delle
Scritture più antiche). E’ questo che poi spinge a salvare le vite degli altri.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San
Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
