La Chiesa-stato
L’organizzazione
giuridica della nostra Chiesa-confessione religiosa è ancora quella di uno
stato. Poco è cambiato sotto questo aspetto dopo il Concilio Vaticano 2°. Sono state istituite nuove istituzioni di
partecipazione, nelle quali hanno avuto posto anche i fedeli laici, ma esse contano poco:
svolgono prevalentemente un lavoro di consulenza.
Presentarsi come uno
stato doveva servire a consentire al vertice della nostra confessione,
denominato Santa Sede, che comprende
il papato e gli organismi che con esso strettamente collaborano, la Curia, una libertà analoga a quella dei
sovrani civili degli stati. Ai tempi nostri, però, anche gli stati devono
accettare molte limitazioni al loro potere; invece il papato non le tollera, le subisce. Questo in quanto non riconosce ad alcun potere terreno la competenza a
sindacare il suo. Di fatto gli eccessi del passato gli sarebbero impossibili
proprio per quei limiti che vengono posti anche agli stati, ed anche a quelli
maggiori, a quelli che hanno sostituito gli imperi
del passato.
Questa organizzazione
al modo di uno stato della nostra organizzazione religiosa è totalmente un
portato culturale: potrebbe quindi essere cambiata senza alcuna conseguenza sui
principi fondamentali della fede. Si tratta di una struttura veramente obsoleta
che sta diventando anche inefficace. La misura dell’efficacia di un’organizzazione
religiosa è data dalla sua capacità di influenza
sulle società civili, non più sul potere politico al modo di quello che si esercita sugli stati.
Ai tempi nostri il papato ha un minimo di potere politico e un massimo di
influenza: non è mai stato, storicamente, tanto influente a livello globale,
anche se, indubbiamente, nei secoli passati ha avuto un potere politico molto
più rilevante di oggi, prevalentemente nei territori e sulle popolazioni
dominati dagli europei.
Il problema dell’ecumenismo, vale a dire di una
collaborazione più stretta tra tutte le confessioni religiose della nostra
fede, si riduce in massima parte al problema di riformare l’organizzazione al
modo di uno stato della nostra confessione religiosa. Essa è l’ostacolo
principale all’unità. Dagli anni ’60 se ne è presa sempre maggiore
consapevolezza, ma si tratta di una struttura che resiste alla riforma proprio
perché è fatta per questo, per resistere ad ogni tentativo di riforma.
Alcuni dicono che è
per l’organizzazione centralizzata e statalizzata,
al modo di un impero religioso, che la nostra confessione ha resistito tanto a
lungo. Altri dicono che ha resistito nonostante quella struttura. Chi ha ragione?
In religione il problema è quello che ognuno, in linea di principio,
potrebbe pensarla come vuole, senza trovare troppi limiti nel richiamo alla
realtà. Le nostre storie religiose sono piene di sogni e di sognanti. Come tenere insieme tutti? Si è
posta la questione in termini di verità.
Si suppone che ci sia una verità e che ci debba essere una e una
sola autorità che abbia il compito
di proclamarla e anche di imporla. L’unicità della verità trova una relazione con l’unicità dell’autorità che la definisce e rende
obbligatoria. Le due questioni vengono solitamente presentate insieme, quella veritativa e quella politica. Chi propone una riforma dell’organizzazione
religiosa è accusato di attentare alla verità
e, viceversa, chi discute di verità è accusato di sedizione politica, di mettere
in questione il papato come unica autorità che può proclamare la verità. Questo
schema è alla base di tutti gli orrori della polizia politica religiosa
perpetrati nel secondo millennio nella nostra confessione religiosa e, in
particolare, dell’ultima persecuzione religiosa, compiuta quando già il potere
religioso subiva pesanti limiti in ambiente democratico, vale a dire quella
contro il modernismo, agli inizi del
Novecento.
Il principio di una soluzione è venuto proprio
dagli sviluppi delle idee uscite dal Concilio
Vaticano 2° (1962-1965). Siamo tutti e sempre alla ricerca della verità. Questo
esonera il papato dall’Inquisizione
ideologica e consentirebbe la riforma politica.
L’ufficio di Curia che si dovrebbe occupare di definire la Dottrina della fede, e che esercita funzioni di polizia
ideologica ormai solo sul clero e sui membri degli istituti di vita consacrata,
potrebbe essere chiuso senza problemi, lasciando il campo ad un ruolo più
esteso della Commissione Teologica
Internazionale.
La
dimostrazione che l’organizzazione al modo di uno stato delle nostre
collettività religiose non è essenziale per la nostra fede è sperimentale: le
altre confessioni religiose della nostra stessa fede non pretendono di essere come gli stati, non mandano
e accreditano ambasciatori e rappresentanti all’Onu e all’Osce, non hanno
mini-eserciti e mini-polizie, regimi fiscali privilegiati e via dicendo.
I problemi di cui ho
scritto si riflettono anche nelle realtà di prossimità, ad esempio nelle parrocchie.
La parrocchia può essere vista come ufficio locale di uno stato religioso o come comunità partecipata: entrambe le due realtà sono oggi
compresenti e poco coordinate, ma semplicemente affiancate.
Di fatto le istituzioni comunitarie hanno preso ad esercitare un’influenza su
quelle gerarchico-statali. Si scrive
che hanno avuto voce negli orientamenti del papato e anche nei conclavi, lì
dove senatori del Regno, perché i cardinali
sono sostanzialmente questo, eleggono il nuovo imperatore religioso. Ma questa
influenza si esercita in modo subdolo, occulto. Che ci sia lo dicono molti e
bene informati, come e quando e dove non si sa bene. Non c’è da farsi
illusione: una organizzazione che quella partecipazione contempli espressamente
non potrà farsi senza riformare l’impero religioso.
In una realtà locale
come la parrocchia si possono tentare sperimentazioni del nuovo. Ma occorre
innanzi tutto che il ruolo più attivo dei laici, che oggi comunque viene
richiesto dalla gerarchia a prescindere da ogni altro problema, si accompagni a
una più affidabile presa di coscienza dei contenuti della fede e dei problemi
relativi. Noi laici sappiamo, in genere, troppo poco di tutto. Siamo tentati dal farci affascinare dalla
dimensione magica della religione, da sogni e sognanti. Nella formazione del prete si cerca invece di indurre visioni più
realistiche. C’è un divario troppo grande tra la formazione dei laici e quella
dei preti, per cui noi laici finiamo per dipendere dai preti,
clericalizzandoci. E’ lavoro che
occorrerebbe iniziare fin dai molto giovani.
Il primo obiettivo è
la convivenza delle diversità e l’aderenza alla realtà. I sogni sono in genere sogni
cattivi. Se non si rimane aderenti alla realtà la convivenza diventa
rapidamente impossibile: ognuno vive nel proprio sogno.
Dobbiamo essere
capaci di rimanere insieme, nonostante le concezioni più diverse: è il metodo sinodale. Al fondo c’è l’esigenza dell’agàpe, il lieto convito in cui ce n’è
per tutti e ognuno ha posto. Lo dobbiamo imparare a vivere senza un pastore-imperatore che ci limiti, impedendoci di azzannarci l'un l'altro, mentre però ci possiede. Quest'ultimo metodo non funziona più in ambiente democratico. Partiamo dalle situazioni di
vita reali, non da un qualche immaginario.
Questo partire dalla realtà sociale è stato tentato fin dagli scorsi anni ’70
secondo il metodo delle comunità di base che è stato presentato come alternativo a
quello parrocchiale – burocratico. In realtà occorre pensare a una mediazione
culturale più avanzata, perché quello delle comunità
di base è un modello che mentre integra i vicini tende anche a isolarli. Occorre
sperimentare più a fondo su una spiritualità
di universalità: è questo che occorre al tempo della globalizzazione e delle grandi migrazioni umane intercontinentali.
Mario Ardigò – Azione
Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli