Democrazia - 5
L’evoluzione degli organismi e delle società lascia tracce di ciò che c’era
prima in ciò che si è evoluto. Ecco perché, ragionando sul futuro, è importante
conoscere la storia, quindi gli eventi passati. Sotto certi profili il passato
non è sempre veramente passato. Lo
vediamo, ad esempio, nelle lingue umane. Dico “lingua” e parlo latino, la lingua della Roma di duemila anni fa,
ma insieme anche l’italiano di oggi.
La Questione romana ha
travagliato la storia italiana dall’unità nazionale, nel 1861, alle elezioni
politiche del 1913, le prime a cui poterono votare tutti gli adulti maschi
cittadini italiani. Il papato romano, come reazione alla conquista militare del
suo piccolo stato nell’Italia centrale
da parte del Regno d’Italia, vietò ai fedeli italiani, obbligandoli per fede e
quindi considerando in peccato mortale i trasgressori, la partecipazione alle
elezioni politiche nazionali, sia come candidati sia come elettori. Il Re Savoia
venne scomunicato (in un Regno che nel suo Statuto
proclamava: “La Religione Cattolica, Apostolica e Romana è la sola Religione dello
Stato”!). Successivamente il papato romano contrastò duramente i processi democratici nazionali, vietando
espressamente di considerarli validi per portare valori di fede nell’organizzazione
sociale italiana, vietando quindi ogni idea di una democrazia cristiana,
punendo come eretici coloro che non si uniformavano a quest’orientamento. Negli
anni Venti del secolo scorso contrattò con il Mussolini, il Duce del Fascismo,
il simulacro di stato che ancora possiede nel quartiere romano di Borgo, concludendo
nel 1929 accordi con i quali accettava gravissime limitazioni alla libertà di
azione dei preti, che fino ad allora erano stati protagonisti della vita sociale
italiana, e di tutti gli altri fedeli,
considerando così chiuso provvidenzialmente
il conflitto con il Regno d’Italia. E,
infine, con l’enciclica Il Quarantennale,
del 1931, spinse gli italiani verso il fascismo proclamando di apprezzarne l’ordinamento
corporativo, invitando i fedeli a collaborarvi, ma anche l’azione repressiva
politica contro le organizzazioni socialiste. Nessuna autocritica è mai venuta
dal papato per questa tragedia nazionale, salvo il riconoscere, come fece il
papa Montini, la natura provvidenziale della fine dello Stato Pontificio, il regno
politico dei papi. Questa autocritica deve però venire da noi fedeli: dobbiamo
essere consapevoli dell’influenza negativa che, a lungo, la religione ha avuto
nello sviluppo della democrazia nazionale.
La lunghissima sacralizzazione dei poteri politici in Europa fece ritenere al
papato romano di non essere sacro a sufficienza senza un proprio dominio
politico territoriale, senza un proprio stato.
Questo perché, fino alla fine della Seconda guerra mondiale, nel 1945, lo stato era ritenuto la sede del potere
supremo, vale a dire di quello che non
riconosceva altri poteri sopra di sé (questa è proprio la formula che
definiva il potere statale nei manuali di diritto pubblico di una volta): il
papato romano storicamente, dall’inizio del Secondo millennio della nostra era,
non volle riconoscere alcun potere politico
sopra di sé e dunque ritenne che gli fosse indispensabile possedere uno stato. Nel mondo di oggi non è più così.
Si è costituita una potente organizzazione sovranazionale, quella delle Nazioni Unite, che dà direttive agli
stati e questi ultimi sono spesso legati ad altre organizzazioni simili, come
accade nella nostra Unione Europea.
Si organizzano azioni internazionali per deporre dittatori o per far cessare crudeltà e guerre. Un potere che possieda uno stato non può
più essere considerato solo per questo supremo.
Se ne sono accorti anche nel piccolo regno di quartiere dei papi, quando non
avevano adeguato le loro procedure di controllo finanziario alla normativa
internazionale antiriciclaggio e allora gli si sono spenti i bancomat. Sono dovuti di corsa correre ai ripari.
Ecco come
la rivista Panorama ha sintetizzato
quella vicenda in un articolo del gennaio 2013:
I bancomat funzionano in tutta la Capitale, ma non in quei 44 ettari che
stando alle leggi (umane e anche divine) proprio Roma non sono: si tratta del
perimetro della Città del Vaticano.
È così dal
primo gennaio: ai musei Vaticani, ma anche al distributore, al supermercato, al
magazzino abbigliamento, al tabacchi ed elettronica, alla posta e in farmacia,
si paga come una volta: solo in contanti o al massimo tramite il bancomat
interno emesso dallo Ior, l'Istituto per le opere di Religione , che però i numerosi turisti e
italiani che frequentano i Sacri Palazzi non hanno.
Colpa di Bankitalia,
che non ha poteri in quei 44 ettari, ma che ha imposto a Deutsche
Bank Italia, braccio italiano della prima banca privata tedesca, di
disattivare i POS a San Pietro e dintorni, che gestisce dal 1997.
E per farlo
Via Nazionale ha più di una ragione: il Vaticano non può utilizzare POS gestiti
con banche italiane, perché - secondo la normativa antiriciclaggio - è un soggetto
extracomunitario non equivalente a
fini della vigilanza sul riciclaggio del denaro .
San Pietro, in
altre parole, trattato come la peggiore isola caraibica. Ma le regole sono
regole: Deutsche Bank Italia, infatti, è un soggetto di diritto italiano e
quindi controllato da Bankitalia. Quindici anni fa aveva aperto POS in Vaticano
senza richiedere la necessaria autorizzazione.
La storia ci ha lasciato in eredità il
piccolo regno di quartiere dei Papi che oggi è sentito più che altro come un
impaccio da chi lo governa. Sotto certi aspetti è un po’ un parco a tema, come Disneyland, con tanti pittoreschi
figuranti. Non è come capi di stato che i papi contano nel mondo, ma come capi
spirituali di circa un miliardo di fedeli. Possedere
uno stato è anche sotto certi altri aspetti
controproducente per il papato romano, come segnalarono ai tempi del
compromesso con il fascismo gli studiosi di diritto ecclesiastico: i fedeli infatti
vi entrano un po’ come stranieri. Si potrebbe tornare indietro? Il Papa è un
sovrano assoluto nel suo piccolo regno, certo che potrebbe farlo, ma, in
realtà, non può. Quella storia di cui
parlavo lo condiziona, lo limita. Accade anche a noi qualcosa di simile in
tante cose e, in particolare, nella questione della democrazia. Questo perché
il cedimento al fascismo, avvenuto ormai tanto tempo fa, ha lasciato tracce
profonde in noi, nella cultura a cui ci riferiamo prendendo decisioni. Fascismo
e religione si compenetrarono reciprocamente e, sotto certi aspetti, quando
pensiamo al modello ideale di fedele, a volte ci richiamiamo al modello clerico-fascista.
In genere non ce ne accorgiamo, perché non curiamo a sufficienza la memoria
storica. Accade ad esempio quando ci confrontiamo con l’ebraismo o con le genti
che arrivano da noi dall’Africa. Nelle questioni sulla famiglia. Su quella del
Crocifisso nelle aule pubbliche. E in molte altre. Quando si sostiene
superficialmente che la Chiesa non è una
democrazia si ragiona in quel modo.
Innanzi tutto: la Chiesa non è uno stato
e non dovrebbe nemmeno possederne uno.
Ne siamo convinti? Prendiamo sul serio le parole del Maestro quando disse che il suo Regno non era di questo mondo? Se
però, nel mondo, si costituiscono delle istituzioni per vivere collettivamente
la religione, come possono essere un ente caritativo, un’università, o una
parrocchia, perché non si dovrebbe
praticarvi il metodo democratico, che oggi è generalmente riconosciuto come
migliore di quello feudale di tanti secoli fa? Perché, si sostiene,
altrimenti i valori di fede sarebbero nelle mani delle maggioranze. Bene,
su questo si può discutere. Bisogna capire bene, innanzi tutto, che cosa
intendiamo, ai tempi nostri, per democrazia.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San
Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli