Quale
comunità?
Negli anni ’70 in Italia si rinnovò
profondamente la catechesi, l’attività di formazione alla vita di fede. La si
volle rendere aderente ai principi proclamati all’inizio del decennio
precedente dai saggi del Concilio Vaticano 2° (1962-1965). In particolare la si
volle collegare allo sviluppo di una comunità. In precedenza era
prevalentemente un indottrinamento,
tanto che, quando si portavano i bambini al primo catechismo, si diceva che
andavano a dottrina. C’era un
libretto a domande e risposte e imparavano quello. Si insegnava loro come stare
a Messa, come confessarsi e ricevere la comunione, ed era più o meno tutto lì,
salvo che li si riuscisse a coinvolgere in Azione Cattolica. Di questo processo
di rinnovamento non restano, mi pare di capire, molte tracce nella catechesi che si fa in
parrocchia per la prima iniziazione religiosa. D’altra parte il tempo è poco,
le scadenze incombono, e non si fa formazione dei catechisti, o, almeno, non la
si fa secondo gli indirizzi della Diocesi. E’ fatale il fai da te e i risultati sono
quelli che sono. Poi ci si lamenta che la catechesi tiene poco, che fatta la Prima Comunione i ragazzi si allontanano e che dopo la
Cresima, per quei pochi che vi ci si impegnano, è ancora peggio. Dall’ottobre
2015 le cose stanno cambiando, ma ci vorrà ancora molto tempo e duro lavoro per
vedere dei risultati significativi. Per
trent’anni, un tempo lunghissimo, si è seguita un'altra via, che fondamentalmente ricalcava il passato con qualche immaginifica aggiunta. Lo sapevano i
nostri Pastori? Dovrebbero dircelo loro, ma io penso di sì. Interventi correttivi,
però, non ce ne sono stati. Abbiamo una
complicata burocrazia religiosa che in genere brilla per la sua assenza. Li si
invoca, ma hanno sempre tanto altro da fare, la loro agenda è al
completo. D’altra parte, chi ha cuore di mettere mano in certi vespai? I
maligni dicono che non è così che si fa carriera e, come ha detto l’altro
giorno Bergoglio, il carrierismo è una peste anche in religione. Fatto sta che,
da noi, si è lavorato per produrre e consolidare una comunità di comunità molto
coesa, basata addirittura su legami di sangue e in qualche modo patriarcali, di circa trecento persone,
alla quale quasi tutto è stato dedicato, quasi ogni risorsa, l’architettura della
parrocchia (costruita con fondi della Diocesi e con cospicue offerte della
gente del quartiere), e quasi tutto l’impegno dei preti, e appunto questo si è
ottenuto: trecento persone molto legate tra loro con vincoli esplicitamente
religiosi, una buona parte delle quali non residenti da noi. Ad un certo punto
si è avuto un calo impressionante dei candidati alla Prima Comunione e allora si
è deciso di intervenire, perché, dal punto di vista burocratico, ora come un tempo
è questo che conta. Ma chi è stato mandato a rimediare non ha potuto che
constatare che il malato, in realtà, era morto da tempo. La parrocchia
sopravviveva più che altro come ASL dello spirito, e neanche più tanto bene.
In religione ci sono diverse idee di comunità.
Negli anni ’80 ci si scontrò aspramente su di esse. Fu l’epoca in cui il mondo
cambiò e cominciò quello che c’è adesso. La nostra confessione religiosa
apparve aver vinto, ma in realtà fu tra i perdenti. Ciò che si produsse fu
infatti fondamentalmente estraneo alla visione religiosa. Fu l’epoca in cui iniziò la svalutazione del lavoro, che si
fece sempre più precario e sottopagato, in un processo assecondato dalla
politica. Chi rimaneva indietro veniva colpevolizzato: non aveva meritato. La burocrazia religiosa rimase,
in genere, dalla parte con cui da molto tempo aveva solidarizzato, vale a dire
quella di chi comandava in politica, ricambiata. Questo processo si interruppe
più o meno nel 2009, quando con l’enciclica Carità nella verità di Ratzinger troviamo l’inizio di una critica sociale
di quel processo, ma non una autocritica naturalmente. Con Bergoglio si è andati molto più in là: in
particolare è iniziata anche l’autocritica.
Una parrocchia è inviata a un quartiere e,
alle Valli, alle circa quindicimila persone di fede che vi abitano. E’ sprecata
per sole trecento persone. E lo spreco riguarda anche risorse pubbliche.
Infatti in religione dipendiamo quasi esclusivamente da un automatico e ingente
finanziamento pubblico, oltre un miliardo di euro l’anno, che dai nostri tributi
passa direttamente nella disponibilità della gerarchia. Quest’ultima lo
giustifica sostenendo che le nostre collettività di fede svolgono anche una
funzione sociale, collaborano con le istituzioni pubbliche. Senza quel
finanziamento pubblico faremmo presto bancarotta. Non siamo tenuti, però, a un
rendiconto, come invece devono fare, ad esempio, i partiti politici. Se
dovessimo farlo, che scriveremmo, sulla nostra parrocchia, nella relazione che lo accompagna?
Creare una comunità di quartiere a sfondo
religioso richiede un’acculturazione della gente e, innanzi tutto, che essa possa
riprendere a frequentare la parrocchia.
Si stanno restaurando i locali parrocchiali, presto ci sarà tanto spazio
in più. Ma occorrerà creare un contesto di regole che consenta la coesistenza
di realtà che saranno le più diverse, per età, cultura, orientamenti,
formazione. Oggi mi pare che si vada e si prenda di propria iniziativa ciò che serve, quando serve, senza parlarne a nessun altro. Chi prima arriva, meglio alloggia, come si suol dire. Finché si tratta di eventi che coinvolgono di volta in volta poche decine di
persone i problemi non sono mai veramente seri, ma potrebbero diventarlo
aprendosi al quartiere. Serve una cabina di regia, un’istituzione partecipata
che programmi le attività. Dovrebbe essere
condivisa, non si può addossare tutto ai preti e, d’altra parte, essi
non dovrebbero nemmeno accentrare troppo.
La catechesi in questo processo non dovrebbe
essere tutto. Ma per fare di più occorre più partecipazione. Se tutta la gente
che legge questo blog venisse in parrocchia, avremmo già risolto. Ma
probabilmente non vive nemmeno nel quartiere e forse nemmeno a Roma. E’ questo
il problema dei contatti esclusivamente telematici: sono veramente virtuali, vale a dire che ci sono e non
ci sono. Se non vedo una persona in carne ed ossa, se non posso parlare con
lei, se rimane solo una presenza statistica su un contatore internet, non la
posso veramente considerare amica. E noi di amici abbiamo bisogno. Non è vero
che siamo stati chiamati amici? La religione
via internet non è vera religione e, infatti, forse lo avrete notato, non ne
parlo esplicitamente. Rispetto il comandamento del Non nominare. Venite e vedete, e forse
quello che vedrete non vi piacerà, e allora dovrete collaborare a cambiarlo. Se
siete genitori e pensate di crescere i vostri figli da noi, lo farete anche nel
vostro interesse, nell’interesse delle vostre famiglie.
Non posso pensare a una comunità se non vedo
la gente che dovrebbe parteciparvi. Fatevi vedere, non rimanete una presenza
statistica, abbiamo bisogno di voi! Vorrei chiedervi che cosa pensate di fare
delle vostre vite e di quelle dei vostri figli. Dicono che i nostri ragazzi staranno peggio dei
loro genitori. Possiamo rassegnarci a una cosa come questa? Si può fare
qualcosa collettivamente? Da soli, senz’altro no, occorre unirsi, lavorare
insieme. Si può partire dal nostro quartiere che sta manifestando molti seri
problemi, non ultimo quello della criminalità.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli