Il
penultimo modello
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| Il cellulare Nokia che ho usato a lungo. I nostri adolescenti hanno la sua età |
Se mettiamo in questione il modello di
sviluppo di una società, mettiamo in discussione anche noi che ci viviamo
dentro e che, muovendoci in mezzo ad essa e avendo relazione con gli altri, la
impersoniamo, siamo quella società che ha bisogno di una riforma, se non di una rivoluzione. L’enciclica Laudato si’ è molto esplicita nel dirci
questo, molto più di altri documenti dell’analoga letteratura degli ultimi vent’anni.
Serve quindi un’auto-critica. Se ne è sempre stati convinti in religione, ma l’ecclesialese, il confuso gergo fatto di
parole della teologia orecchiate qua e là e infilate in un discorso per dargli
una certa apparenza seria, serve ad allontanare l’obbligo, respingendo cortesemente al
Cielo l’appello che dal Cielo viene. Ci si riconosce impotenti a cambiare le
cose, perché colpiti da mali sociali, che sovrastano le forze
delle persone e le determinano in modo irresistibile. Collettivamente, in
religione, si ritiene di non avere la competenza
ad agire, perché non è corretto fare politica con la fede. Tutto questo va, naturalmente, a
nostra giustificazione. E chi siamo noi? Noi siamo l’Europa, l’Occidente, i
popoli più potenti della Terra, quelli che hanno insegnato a tutti gli altri
che pensare, che produrre, come commerciare, come vivere, come vestirsi, chi
odiare, chi amare, in quale Cielo credere, chi è buono, chi è cattivo, quali
sono i confini dei popoli. Noi siamo quelli degli stili di vita intoccabili,
disposti a scatenare conflitti apocalittici pur di mantenerli tali. Questo
ordine di idee viene duramente criticato nell’enciclica Laudato si’. Esso contiene anche una sincera auto-critica. Più
forte essa si avverte nel precedente documento La gioia del Vangelo, l’esortazione
apostolica del 2013 che è stata
vista come una sorta di programma della missione del nuovo Papa. Anche le
stesse istituzioni religiose ne sono necessariamente coinvolte, anche se sotto
questo aspetto si è stati molto meno espliciti. In questo campo si è proceduto per fatti concludenti, con il
rifiuto delle insegne imperiali, della reggia, di certi segni esteriori.
L’auto-critica meno seria è quella che si
tiene sulle generali. Se ci si interroga sulle realtà di prossimità, più
prossime a noi stessi, la faccenda si fa difficile.
Il potente nuovo Signore d’oltre Oceano dice
che sarà difficile evitare una guerra catastrofica molto vicino alle frontiere
cinesi e sta mandando contro i suoi nemici una potente armata. Un conflitto
laggiù cancellerebbe probabilmente il nostro
stile di vita qui in Italia, perché
la gran parte delle cose di uso comune ci viene proprio da quelle parti. Eppure non vedo
grande agitazione in giro. Non crediamo più alla reale possibilità di una
guerra che ci coinvolga, perché l’ordine europeo creato pazientemente e
faticosamente dagli anni Cinquanta scorsi ci ha preservati a lungo da
esperienze simili. Però ora ce ne vorremmo tirare fuori, per difendere casa nostra. Siamo consapevoli che non
si possono avere contemporaneamente le due cose, casa nostra che sia solo nostra e la pace? Ma questa dimensione è ancora su
scala troppo grande per coinvolgerci realmente, nel senso di attivarci a fare
qualcosa. Qualcun altro provvederà… Non è sempre accaduto così? Eppure in
genere si è convinti dello scadimento progressivo della qualità della nostra
politica. Siamo proprio sicuri di aver riposto la nostra di fiducia nei capi
giusti, in persone competenti, che hanno un’idea realistica di come procedere,
che non si determinano solo valutando statisticamente, secondo indagini di mercato, ciò che noi, che ci affidiamo a loro
proprio perché ne sappiamo troppo poco, mostriamo di preferire oggi? Un’auto-critica sarebbe forse
necessaria.
In una scuola si dà un compito in classe
sulla dipendenza dai telefoni cellulari e sul loro scorretto
uso. In uno dei fogli si legge che chi scrive non può più fare a meno del telefonino e non capisce che male c’è.
La dipendenza, appunto, consiste nel non poter più fare a meno di
qualche cosa. Ci sono cose delle quali per natura non possiamo fare a meno,
come l’aria da respirare e il cibo. Altre delle quali, nella nostra civiltà,
non possiamo più fare a meno perché ci servono realmente per agevolarci nella vita, ad esempio l’automobile
o l’autobus per muoverci in città, ma anche il telefono cellulare usato come
telefono, per parlare con altra gente. Se però noi diventiamo dipendenti da applicazioni, da programmi, che girano sul
telefono cellulare, e che sostituiscono o
falsano relazioni personali fondamentali, la questione è diversa. Una persona molto giovane
facilmente può cadere in questa dipendenza, appunto perché immatura. Tanto è vero che alcune applicazioni non accettano utenti
che abbiano meno di sedici anni. Ma talvolta sono gli stessi genitori a
incoraggiare i figli a barare, a inserire un’età maggiore. La dipendenza che si genera non è dal cellulare, ma da quelle applicazioni che sono gestite da potenti
organizzazioni commerciali, le quali studiano sistematicamente come far fare
alla gente ciò che a loro conviene. Le applicazioni sul cellulare solo
apparentemente sono gratuite, servono
per determinare le nostre vite, e ci riescono, specie con i più giovani. La dipendenza sgancia dalla vita reale e getta in una vita virtuale, immaginaria, molto simile a quei videogiochi a cui si è acculturati fin
dalla prima infanzia. La vita virtuale, però, non
esiste. Ciò che esiste è la dipendenza
e il cambiamento degli stili di vita nella
vita reale. Il principale
cambiamento indotto è quello di rinchiudersi
in circoli chiusi, ad ammissione selezionata: così funzionano le reti sociali che mi vengono in mente. Quindi poi si parla,
anzi si scrive e ci si scambia foto e musica, solo con i propri simili. Questo
risponde ad un’esigenza commerciale di selezione dei consumatori per
indirizzare più efficacemente le proposte di vendita e, soprattutto, per
suscitare nuovi bisogni artificiali. Ma disintegra la società civile. E’ un fatto
che si può osservare anche nei più piccoli. Da bambino, in cortile qui alle Valli, giocavo con una trentina di coetanei ed erano bei giochi proprio perché
ci si giocava in tanti. Tutto procedeva con un ordine, per così dire, naturale.
Se osserviamo invece i nostri figli oggi, quando sono in molti, vediamo che
spesso tendono ad isolarsi o a interagire in gruppetti molto piccoli, di
quattro o cinque. E tutti hanno in mano un telefono cellulare dell’ultimo
modello. Quando noi più anziani tiriamo fuori
nostri, si sorprendono perché sono di modelli precedenti. Gli ultimi modelli hanno applicazioni più fascinose e,
soprattutto, nuove. Se uno è dipendente, cercherà sempre l’ultimo modello di tutto. Sapremmo fare autocritica e accontentarci
del penultimo modello, resistendo
alle sollecitazioni delle potenti reti commerciali che cercano di controllarci?
C’entra qualcosa questo sforzo con la
guerra che il potente nuovo Signore d’Oltreoceano ritiene prossima nel lontano
Oriente? Quel rischio di guerra
dipende da come va il mondo oggi, da chi è controllato, ed è controllato dallo
stesso sistema dal quale derivano le applicazioni dalle quali molti sono
diventati dipendenti e che controllano gli stili di vita di tanta
gente. Gli indirizzi dei dominatori del mondo e di quelli dei nostri neo-stili
di vita applicazioni-dipendenti sono spesso i medesimi.
La parrocchia potrebbe essere un buon posto
per liberarsi da certe dipendenze.
Infatti lì ci si incontra nella vita
reale. Questo blog non ha altro scopo che quello di portarvi lì. Usa una rete
sociale, di quelle che possono creare dipendenza, per portarvi fuori dal
mondo virtuale. Se non pensate, prima
o poi, di farlo, perdete il vostro tempo, tutto quello che leggete qui non vi
sarà di alcuna utilità: uscite e non tornate più, starete meglio. Ma in passato
mi è sembrato che in parrocchia in qualche cosa si sia preso un po’ a modello il mondo virtuale, in particolare nella selezione degli utenti. E’ l’idea della comunità-circolo
chiuso, ad ammissione limitata, dietro prove di fedeltà, nel quadro di un
contorno piuttosto immaginifico. La vita di fede può essere effettivamente
trasformata in un specie di gioco di
ruolo, si presta, se ci si lascia prendere la mano senza tenere a mente l’antica
sapienza che noi chiamiamo propriamente tradizione,
e che non ha nulla a che vedere con etnia e costumanze culturali e gli
strascichi desolanti di certi passati, ma che significa mantenere un certo reale legame con le origini e fare memoria purificata, quindi con il proposito di discostarsene, di tutti gli errori che storicamente si sono fatti e che hanno prodotto tanto dolore, in
modo da non ripeterli. Ora le cose stanno velocemente cambiando da noi, ma in
qualche modo per intervento dall’esterno, come quando c’è un incendio e
arrivano i vigili del fuoco. Non mi è parso di cogliere alcuna autocritica.
Forse perché ancora non ci si incontra realmente,
ciascuno è ancora chiuso nel suo mondo immaginario
e le nostre app non parlano tra loro.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
