giovedì 9 marzo 2017

Scivolare addosso - la resistenza alla svolta neointransigente

Scivolare addosso - la resistenza alla svolta neointransigente 

Membri del gruppo religioso  Amish, negli Stati Uniti d'America: una risposta  di fede intransigente e patriarcale alle novità delle culture sociali contemporanee (foto da Web)


   Durante la passata era della parrocchia, ogni tanto noi fedeli ci sentivamo gettare contro l’infastidita espressione che  tutto ci scivolava addosso. Era in corso un esperimento sociale di trasformazione mono-culturale della mentalità e dei costumi, che però, appunto, scivolava addosso alla gente, nel senso che c’era una resistenza ai cambiamenti proposti. Diverse persone cessarono di frequentare la nostra chiesa e alcune migrarono verso altre parrocchie. Quelle che rimasero si presentavano in genere come consumatrici di servizi religiosi, anche se non di tutti, in particolare non delle liturgie più marcatamente trasformate, e molto estese nelle loro durata, dal nuovo corso.  Agli inizi degli anni Novanta sparì la vivace presenza dei giovani del quartiere e qualsiasi vivo collegamento con i problemi della gente delle Valli. Inoltre bisogna ricordare che, a fronte di una migrazione, ci fu anche un fenomeno opposto, una immigrazione da altre zone della città, in particolare dei fedeli in linea con la nuova cultura proposta. Ciò alla lunga finì per estraniare la parrocchia dal quartiere a cui era destinata. In linea con alcune prese di posizioni della gerarchia, si disse che la parrocchia era di chi la frequentava. Ma perché la gente che abitava nel quartiere la frequentava sempre meno? Non c’è mai stata un’autocritica in merito. Fatto sta che all’inizio del nuovo corso, sembrò, ad uno sguardo realistico, che la parrocchia, come entità sociale, fosse morta. Rimaneva come ASL dello spirito, come dispensatrice di servizi religiosi. Ora si sperimenta che è duro cercare di rimediare. Si è persa una tradizione di popolo. Quando, lo dico con la terminologia di Bergoglio, si sono rimossi i posti di frontiera che limitavano, e selezionavano, l’accesso dall’esterno, si è visto che la gente del quartiere aveva perso familiarità con la parrocchia. La situazione è molto grave per la fascia, grosso modo, delle età dal post Cresima ai quaranta, per le quali appare particolarmente difficile cambiare. Si tratta delle età più produttive nella famiglia e nella società. Per quanto riguarda i problemi sociali, nella nuova era parrocchiale vi sono state iniziative sistematiche di approfondimento, sulla linea della più recente dottrina sociale. E’ invece particolarmente critica l’area delle questioni della famiglia, che più mi appare risentire del vecchio corso. Certo, alcuni discorsi marcatamente maschilisti non li sento più, ma non sono sicuro che la visione della famiglia che da noi ancora viene proposta ai giovani che pensano di formarla e che insistono nel formarsi in parrocchia se ne discosti molto.
  Del resto questi problemi coinvolgono più in generale molte, direi la generalità, delle collettività di fede italiane. Essi risalgono ad un’era precedente a quella in cui gli attuali trentenni iniziarono ad entrare in società. Si è persa memoria della loro origine. Si è persa memoria di un modo di vivere la fede molto diverso da quello che in genere oggi è corrente. Il cambiamento non fu spontaneo, ma fu intenzionalmente determinato dalla gerarchia a cominciare dagli anni ’80. Io ne ho ancora fresca memoria. I più invece lo possono solo studiare sui libri, ad esempio in Guido Formigoni, Alla prova della democrazia - Chiesa cattolici e modernità nell’Italia del ‘900, Il Margine, 2008, €15,00, tuttora in commercio. Questo saggio potrebbe essere un buon libro di testo per un gruppo di approfondimento parrocchiale sulle origini della crisi.
  Ai tempi in cui io fui giovane, si frequentava la parrocchia molto più intensamente. Adesso ci si è abituati a venirci ogni tanto, in occasione di specifici incontri di solito diretti da animatori: essi lasciano poco spazio alla spontaneità. Ci sono sempre un programma, un cammino, un metodo molto definiti, che servono a impiegare utilmente il tempo, certo, ma che servono perché in parrocchia ci si viene molto meno e dunque si ha molto meno tempo. Da adolescente frequentai la parrocchia degli Angeli Custodi, a piazza Sempione, (anch’io migrai in definitiva, ma in tal modo mi persi una realtà parrocchiale che all’epoca era straordinaria) e passavo tutti i pomeriggi in parrocchia, nella sede  degli scout, della quale, all’inizio del ginnasio, mi venne data la chiave con l’incarico di aprirla  e di chiuderla, verso le sette di sera.
  Negli anni ’80 vi fu un aspro scontro tra due visioni di come vivere collettivamente la fede. Ci fu un tentativo di rivincita delle componenti neo-intransigenti, che in fondo si richiamavano alla prima era, nell’Ottocento, del movimento laicale cattolico, quella della più acuta contrapposizione con le democrazie liberali e caratterizzata dall’egemonia politica del papato.
 Scrive Formigoni, nel testo che ho citato (pag.184-185):
[…] il problema era ben altro che una rissa per primogeniture ecclesiastiche o una passeggera competizione dovuta a scarsa buona volontà di intesa reciproca: si trattava di una contrapposizione netta di lettura storico-teologico-pastorale della situazione della Chiesa in Italia, su cui si innestava una vera sfida per l’egemonia. Pur in forme culturali aggiornate e con proposte aggregative rinnovate in senso comunitario e movimentista, Comunione e Liberazione  recuperava molto delle tradizionali  impostazioni drasticamente antimoderne dell’intransigentismo cattolico. Mi pare appropriata quindi la definizione  di posizione «neointransigente», che magari non piaceva ai suoi protagonisti. Tale accesa polemica influì moltissimo, in forme che devono ovviamente essere ancora analiticamente ricostruite, sullo sviluppo delle potenzialità espressive contenute nella scelta religiosa”.
  Ecco, il senso della nostra vita parrocchiale, più o meno dalla fine degli anni ’70 fino all’inizio dell'ultima era  da poco iniziata, in cui si è cominciato a cambiare di nuovo, può essere riassunto come il tentativo di totale egemonia di una componente neointransigente, fortemente critica verso i costumi della gente del quartiere e, in genere, poco sensibile verso i problemi sociali. Essa infatti, sostanzialmente, riteneva irredimibile la società contemporanea (del resto sulla scorta dell’ultimo profondo pessimismo culturale del Wojtyla degli anni della malattia grave),  compresa quella che si manifestava nel quartiere, e indicava la via di resistenza, innanzi tutto di sopravvivenza, nella creazione di super-neo-comunità di impostazione patriarcale ideologicamente corazzate contro ciò che c’era intorno, un piccolo resto ad accesso selezionato e con gradi iniziatici di perfezionamento. Quanto di più distante dal vivace pluralismo degli anni ’70, che, in definitiva, ad un certo punto, si volle intenzionalmente normalizzare. Almeno questa è la sensazione di chi visse in quegli anni.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli