Scivolare addosso - la resistenza alla svolta neointransigente
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| Membri del gruppo religioso Amish, negli Stati Uniti d'America: una risposta di fede intransigente e patriarcale alle novità delle culture sociali contemporanee (foto da Web) |
Durante la passata era della parrocchia, ogni tanto noi fedeli ci
sentivamo gettare contro l’infastidita espressione che tutto ci scivolava addosso. Era
in corso un esperimento sociale di trasformazione mono-culturale della
mentalità e dei costumi, che però, appunto, scivolava
addosso alla gente, nel senso che c’era una resistenza ai cambiamenti
proposti. Diverse persone cessarono di frequentare la nostra chiesa e alcune
migrarono verso altre parrocchie. Quelle che rimasero si presentavano in genere
come consumatrici di servizi religiosi, anche se non di tutti, in particolare non delle liturgie più marcatamente trasformate, e molto estese nelle loro durata,
dal nuovo corso. Agli inizi degli anni
Novanta sparì la vivace presenza dei giovani del quartiere e qualsiasi vivo
collegamento con i problemi della gente delle Valli. Inoltre bisogna ricordare
che, a fronte di una migrazione, ci fu anche un fenomeno opposto, una
immigrazione da altre zone della città, in particolare dei fedeli in linea con
la nuova cultura proposta. Ciò alla lunga finì per estraniare la parrocchia dal
quartiere a cui era destinata. In linea con alcune prese di posizioni della
gerarchia, si disse che la parrocchia era
di chi la frequentava. Ma perché la gente che abitava nel quartiere la
frequentava sempre meno? Non c’è mai stata un’autocritica in merito. Fatto sta
che all’inizio del nuovo corso, sembrò, ad uno sguardo realistico, che la
parrocchia, come entità sociale, fosse morta. Rimaneva come ASL dello spirito,
come dispensatrice di servizi religiosi. Ora si sperimenta che è duro cercare
di rimediare. Si è persa una tradizione di popolo. Quando, lo dico con la
terminologia di Bergoglio, si sono rimossi i posti di frontiera che limitavano,
e selezionavano, l’accesso dall’esterno, si è visto che la gente del quartiere
aveva perso familiarità con la parrocchia. La situazione è molto grave per la
fascia, grosso modo, delle età dal post Cresima ai quaranta, per le quali appare
particolarmente difficile cambiare. Si tratta delle età più produttive nella
famiglia e nella società. Per quanto riguarda i problemi sociali, nella nuova era parrocchiale vi sono state
iniziative sistematiche di approfondimento, sulla linea della più recente
dottrina sociale. E’ invece particolarmente critica l’area delle questioni
della famiglia, che più mi appare risentire del vecchio corso. Certo, alcuni
discorsi marcatamente maschilisti non li sento più, ma non sono sicuro che la
visione della famiglia che da noi ancora viene proposta ai giovani che pensano di formarla e
che insistono nel formarsi in parrocchia se ne discosti molto.
Del resto questi problemi coinvolgono più in generale molte, direi la generalità, delle
collettività di fede italiane. Essi risalgono ad un’era precedente a quella in
cui gli attuali trentenni iniziarono ad entrare in società. Si è persa memoria
della loro origine. Si è persa memoria di un modo di vivere la fede molto
diverso da quello che in genere oggi è corrente. Il cambiamento non fu
spontaneo, ma fu intenzionalmente determinato dalla gerarchia a cominciare
dagli anni ’80. Io ne ho ancora fresca memoria. I più invece lo possono solo
studiare sui libri, ad esempio in Guido Formigoni, Alla prova della democrazia - Chiesa cattolici e modernità nell’Italia
del ‘900, Il Margine, 2008, €15,00, tuttora in commercio. Questo saggio
potrebbe essere un buon libro di testo per un gruppo di approfondimento
parrocchiale sulle origini della crisi.
Ai tempi in cui io fui giovane, si frequentava la parrocchia molto più
intensamente. Adesso ci si è abituati a venirci ogni tanto, in occasione di
specifici incontri di solito diretti da animatori: essi lasciano poco spazio alla
spontaneità. Ci sono sempre un programma, un cammino, un metodo molto definiti, che
servono a impiegare utilmente il tempo, certo, ma che servono perché in
parrocchia ci si viene molto meno e dunque si ha molto meno tempo. Da
adolescente frequentai la parrocchia degli Angeli Custodi, a piazza Sempione,
(anch’io migrai in definitiva, ma in tal modo mi persi una realtà parrocchiale
che all’epoca era straordinaria) e passavo tutti i pomeriggi in parrocchia,
nella sede degli scout, della quale, all’inizio del
ginnasio, mi venne data la chiave con l’incarico di aprirla e di chiuderla, verso le sette di sera.
Negli anni ’80 vi fu un aspro scontro tra due visioni di come vivere
collettivamente la fede. Ci fu un tentativo di rivincita delle componenti neo-intransigenti, che in fondo si
richiamavano alla prima era, nell’Ottocento, del movimento laicale cattolico,
quella della più acuta contrapposizione con le democrazie liberali e caratterizzata dall’egemonia politica del papato.
Scrive Formigoni, nel testo che ho citato
(pag.184-185):
“[…] il problema era ben
altro che una rissa per primogeniture ecclesiastiche o una passeggera
competizione dovuta a scarsa buona volontà di intesa reciproca: si trattava di
una contrapposizione netta di lettura storico-teologico-pastorale della
situazione della Chiesa in Italia, su cui si innestava una vera sfida per l’egemonia.
Pur in forme culturali aggiornate e con proposte aggregative rinnovate in senso
comunitario e movimentista, Comunione e Liberazione recuperava molto delle tradizionali impostazioni drasticamente antimoderne dell’intransigentismo
cattolico. Mi pare appropriata quindi la definizione di posizione «neointransigente»,
che magari non piaceva ai suoi protagonisti. Tale accesa polemica influì
moltissimo, in forme che devono ovviamente essere ancora analiticamente
ricostruite, sullo sviluppo delle potenzialità espressive contenute nella
scelta religiosa”.
Ecco, il senso della nostra vita
parrocchiale, più o meno dalla fine degli anni ’70 fino all’inizio dell'ultima era da poco iniziata, in cui si è cominciato a cambiare di nuovo, può essere riassunto come
il tentativo di totale egemonia di una componente neointransigente, fortemente critica verso i costumi della gente
del quartiere e, in genere, poco sensibile verso i problemi sociali. Essa
infatti, sostanzialmente, riteneva irredimibile la società contemporanea (del
resto sulla scorta dell’ultimo profondo pessimismo culturale del Wojtyla degli
anni della malattia grave), compresa
quella che si manifestava nel quartiere, e indicava la via di resistenza,
innanzi tutto di sopravvivenza, nella
creazione di super-neo-comunità di impostazione patriarcale ideologicamente
corazzate contro ciò che c’era intorno, un piccolo resto ad accesso selezionato e con gradi
iniziatici di perfezionamento. Quanto di più distante dal vivace pluralismo
degli anni ’70, che, in definitiva, ad un certo punto, si volle
intenzionalmente normalizzare. Almeno
questa è la sensazione di chi visse in quegli anni.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
