Pace, perdono e indole personale
Dal Messaggio per la 50° Giornata
mondiale della pace di papa
Francesco
La radice domestica di una politica nonviolenta
5. Se l’origine da cui scaturisce la violenza è il cuore degli
uomini, allora è fondamentale percorrere il sentiero della nonviolenza in primo
luogo all’interno della famiglia. È una componente di quella gioia dell’amore
che ho presentato nello scorso marzo nell’Esortazione apostolica Amoris laetitia [= La gioia dell’amore], a conclusione di due anni di
riflessione da parte della Chiesa sul matrimonio e la famiglia. La famiglia è
l’indispensabile crogiolo attraverso il quale coniugi, genitori e figli,
fratelli e sorelle imparano a comunicare e a prendersi cura gli uni degli altri
in modo disinteressato, e dove gli attriti o addirittura i conflitti devono
essere superati non con la forza, ma con il dialogo, il rispetto, la ricerca
del bene dell’altro, la misericordia e il perdono. Dall’interno della
famiglia la gioia dell’amore si propaga nel mondo e si irradia in tutta la
società. D’altronde, un’etica di fraternità
e di coesistenza pacifica tra le persone e tra i popoli non può basarsi sulla
logica della paura, della violenza e della chiusura, ma sulla responsabilità,
sul rispetto e sul dialogo sincero. In questo senso, rivolgo un appello in
favore del disarmo, nonché della proibizione e dell’abolizione delle armi
nucleari: la deterrenza nucleare e la minaccia della distruzione reciproca
assicurata non possono fondare questo tipo di etica Con uguale urgenza
supplico che si arrestino la violenza domestica e gli abusi su donne e bambini.
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Nella riunione di ieri sera del gruppo parrocchiale di AC ci siamo
interrogati sulle radici personali e familiari della vita pacificata. Preferiamo essere amati
o temuti? Ci conosciamo veramente, o siamo troppo indulgenti con noi
stessi nel riconoscere caratteristiche della nostra indole come l’aggressività,
l’intransigenza, la durezza, che portano inevitabilmente a situazioni di
conflitto. Abbiamo letto un brano della Regola
di Benedetto da Norcia (480-547),
nella quale si consiglia ai capi di comunità di cercare di farsi amare più che
temere, e un brano tratto dal Principe di
Niccolò Machiavelli (1469-1527) in cui si dà l’indicazione opposta, perché il
capo che faccia conto sull’amore dei suoi sottoposti viene in genere tradito
nelle avversità, mentre il timore dura per sempre e rende coese le società.
Infine con l’aiuto di don Giorgio abbiamo meditato sul brano evangelico con la
parabola detta del Servo malvagio (Mt
18, 21-35), in cui a un servo viene condonato un debito rilevantissimo, ma poi
rifiuta di condonare a sua volta a un suo debitore un debito molto più piccolo,
facendolo gettare in prigione, subendo lo sdegno del suo padrone. Siamo capaci
di perdonare, di condonare agli altri i debiti che pensiamo abbiano
contratto verso di noi? Il parroco, che è da poco tornato da un viaggio in
Uganda per incontrare alcuni missionari che là operano, ci ha raccontato dei
duri conflitti tribali che travagliano quella parte dell’Africa e che non si
riesce a sopire: la soluzione, attuata in altre parti dell’Africa, potrebbe
basarsi sul perdono, al modo in cui lo si è fatto in Italia alla caduta del
fascismo. Vendetta chiama vendetta e di vendetta in vendetta si distrugge il
contesto civile, come ancora osserviamo in alcune zone del nostro Meridione. Abbiamo infine richiamato alla memoria il
passo del recente Messaggio per la 50°
Giornata mondiale della pace di papa
Francesco, in cui si esorta a “percorrere il sentiero della
nonviolenza in primo luogo all’interno della famiglia”. Infatti, ha scritto il Papa, “l’origine da cui scaturisce la violenza è il
cuore degli uomini”.
In quel messaggio il Papa indica la necessità di una politica nonviolenta a partire dalla realtà domestica. Quest’ultima
non sempre è pacificata e fonte di gioia. Vive tensioni che possono
sfociare in violenza, come le cronache ci raccontano sempre più spesso. Per
certi versi i mali sociali si riflettono sulle realtà familiari, le quali a
loro volta ne sono anche sono espressione e origine. Parlare di pace è facile e bello, praticare la pace è molto più
difficile. E, quando si vive in famiglia, sono appunto le pratiche quotidiane di vita che possono fare soffrire e che, dunque,
bisognerebbe cambiare. Nella famiglia si può educare alla pace o, al contrario,
alla violenza e alla sopraffazione. E’ lì che si può cominciare a sperimentare
la sopraffazione tra esseri umani, ad esempio tra maschi e femmine, tra genitori e figli e tra fratelli. Le tradizioni etniche, religiose e politiche
della società in cui la famiglia è immersa la possono condizionare pesantemente anche in senso negativo. In religione, in particolare, è in genere ancora piuttosto critica
la questione del ruolo delle donne nella famiglia, sia nel rapporto coniugale
sia in quello filiale. E’ in famiglia che si forma la nostra indole, certe
nostre caratteristiche che tendono a permanere nel corso di tutta la vita, e la
psicologia ce ne dà la spiegazione. Ma non dobbiamo sottovalutare la capacità
di cambiamento che una persona può avere nel corso della propria vita, solo che riesca a prendere coscienza della radice del male che c’è in lei e nella
società intorno ed avere gli amici giusti. Di solito i problemi sociali non derivano solo e in primo
luogo dall’indole degli individui, ma dall’organizzazione sociale che una
civiltà ha prodotto e che è alla base della produzione e distribuzione delle
risorse e di ciò che la gente desidera per sé per raggiungere la felicità, come anche delle regole della vita delle famiglie. E’
qui che la pace diventa un problema politico. Se non si riesce a compiere il
passaggio dal particolare, dall'individuo e dalla sua famiglia alla società
intorno, non si passa mai alla dimensione politica e anche le soluzioni ai mali
sociali sfuggono. Spesso però in religione si è indicata una via della pace
attraverso il perdono che si esprimeva nella rinuncia alla lotta, per cui la
religione è apparsa, è non di rado lo è effettivamente diventata, uno dei modi con
cui le classi dominanti tiranneggiavano quello sottoposte. L’ingenua ideologia
corporativa delle origini della dottrina sociale in sostanza consisteva proprio
in questo: non era capace di apprezzare il potenziale di liberazione attraverso
coscienza collettiva e lotta sociale espresso da certe politiche, ad esempio
quelle nonviolente che furono proprie
di Mohandas Gandhi in India e di Martin Luther King negli Stati Uniti d’America.
“Dall’interno della famiglia
la gioia dell’amore si propaga nel mondo e si irradia in tutta la società”,
si legge nel Messaggio del Papa: questa, in realtà, più che una
constatazione di ciò che veramente accade, è un auspicio e un’esortazione. E’
però tanto difficile passare dalla dimensione domestica a quella sociale, fino
a comprendere tutto il mondo. Il mondo fa paura e allora non di rado veniamo
consigliati a rinchiuderci nelle realtà familiari, appagandocene. E’, in fondo,
ciò che molto a lungo è avvenuto nella nostra parrocchia: la via neo-tribale ad una religione difensiva, di protezione
contro i mali del mondo, la comunità di fede come neo-tribù
di famiglie. Difficile però far sopravvivere un mondo di sette
miliardi di persone con organizzazioni neo-tribali:
in questo modo, in realtà, ritirandosi sostanzialmente dalla politica, si
lascia il campo alle forze che, a livello globale, diffondono un’organizzazione
ingiusta e predatoria delle società, creando tanta sofferenza e, in
particolare, privando progressivamente, nel nome della libertà, le
organizzazioni pubbliche dei poteri e risorse che loro competono per realizzare
il bene comune, in particolare l’equità sociale. L’ideologia globale proclama
la legge della giungla, quella del forte che mangia il debole e rifiuta ogni
limite posto dalle collettività a fini di giustizia sociale: preferisce
rapporti bilaterali, tra un forte e
un debole, e in questo modo finisce come deve finire. Così una persona può
cercare di essere buona e di farsi amare, e anche di costruire una famiglia
basata su questi principi, ma se poi non si occupa di politica, quindi di ciò che c’è appena oltre la porta di casa, non
fa tutto il suo dovere, anche in senso religioso. E’ docile, non usa la violenza,
ma questo diventa in fondo una manifestazione di resa al male, di arrendevolezza. Capire la società per influirvi consapevolmente è però più difficile che capire
la propria famiglia, fondata su rapporti elementari. Anche perché la società si
è fatta molto più complessa di una volta: siamo tanti di più di prima al mondo. E
non bastano i testi sacri per orientarsi. Dunque una formazione religiosa fatta
solo di questi ultimi, di qualche istruzione liturgica e di famiglia è insufficiente. Fin da molto
piccoli, fin dalle società di bambini, ci si confronta con il male sociale, ma
se non si ha avuta, in famiglia o a scuola o in religione, una formazione
specifica non si riesce ad affrontarlo. Lavorarci su richiede di creare un’organizzazione,
fin da molto giovani. Nel nostro quartiere solo la parrocchia dispone delle
strutture giuste per attuarla. E’ una grande responsabilità. Come partire, o
ripartire (perché una volta, fino all’inizio degli anni ’80, su questi temi ci
si lavorava sopra anche in parrocchia)? E’ dura, perché si è interrotta una
tradizione, una memoria. Certe cose vanno riscoperte e riprese. Innanzi tutto
occorre creare occasioni di incontro in parrocchia molto più prolungate delle
usuali liturgie ed esercizi spirituali. Un ragazzo dovrebbe abituarsi a venire
a studiare da noi, insieme agli altri: così la religione inizierebbe ad
apparirgli utile per la vita. Ci vorrebbe un ambiente adatto, con molti libri,
connessione wi-fi e strumenti multimediali. E un’organizzazione di volontariato
per custodirlo e curarlo. Poi un programma di riflessione, basato su certi
libri di testo, e gente che spieghi come si lavora insieme in queste cose,
delle quali i più non hanno più esperienza, in modo che il tempo insieme non sia tempo perso o solo impiegato per lo studio personale. E' infatti dal confronto tra tanti punti di vista che scaturisce un'immagine affidabile della realtà intorno.
La fine dell’ultima era della nostra parrocchia, durata molto a lungo, mi pare invece che si sia manifestata con la dispersione della biblioteca parrocchiale (ora è rimasto uno stanzone vuoto), che il nuovo parroco non ha trovato più e che non ci è stato spiegato come sia stata impiegata. Come fare a capire la società, in questo modo? Ricordo che la sala della Rettoria di S. Ivo alla Sapienza, a corso Rinascimento, nell’antica sede dell’Università Sapienza, dove si riunivano i soci del movimento romano dei Laureati cattolici che tanta parte ebbero nella ricostruzione politica ed economica dell’Italia dopo la caduta del fascismo, era appunto un luogo di incontro con un tavolo e tante sedie e, intorno, tanti libri. Lì si attuò il passaggio virtuoso, il tirocinio innanzi tutto, dalla religione individuale e domestica alla politica animata dai valori di fede, attraverso la costruzione di una sapienza collettiva. Era un posto all'interno dell'Università, proprio lì dove gli universitari e i loro docenti passavano gran parte del giorno: al centro della società non in suo angolino appartato.
La fine dell’ultima era della nostra parrocchia, durata molto a lungo, mi pare invece che si sia manifestata con la dispersione della biblioteca parrocchiale (ora è rimasto uno stanzone vuoto), che il nuovo parroco non ha trovato più e che non ci è stato spiegato come sia stata impiegata. Come fare a capire la società, in questo modo? Ricordo che la sala della Rettoria di S. Ivo alla Sapienza, a corso Rinascimento, nell’antica sede dell’Università Sapienza, dove si riunivano i soci del movimento romano dei Laureati cattolici che tanta parte ebbero nella ricostruzione politica ed economica dell’Italia dopo la caduta del fascismo, era appunto un luogo di incontro con un tavolo e tante sedie e, intorno, tanti libri. Lì si attuò il passaggio virtuoso, il tirocinio innanzi tutto, dalla religione individuale e domestica alla politica animata dai valori di fede, attraverso la costruzione di una sapienza collettiva. Era un posto all'interno dell'Università, proprio lì dove gli universitari e i loro docenti passavano gran parte del giorno: al centro della società non in suo angolino appartato.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli