Ancora
sull’incubo del gender
In un post
del 28-6-15, che potete ancora
leggere su questo blog, avevo trattato
del problema dell’ideologia dei gender,
che talvolta costituisce un incubo in religione. Scrivevo che essa non mi era particolarmente
evidente, mentre mi appariva tale l’ideologia anti-gender diffusa con particolare forza da correnti religiose neo-tradizionaliste, che si rifanno ad
una tradizione re-immaginata e
adattata per le esigenze dei nostri tempi. L’accusa degli ideologi neo-tradizionalisti anti-gender è tremenda: “vogliono corrompere i nostri bambini!”. Un’incolpazione simile condusse nell’antica
Grecia del 4° secolo dell’era antica alla condanna a morte del grande filosofo
Socrate.
Ciclicamente i neo-tradizionalisti iniziano campagne anti-gender e io, favorevole alle politiche contro la discriminazione su base sessuale, mi sento messo in questione.
Ciclicamente i neo-tradizionalisti iniziano campagne anti-gender e io, favorevole alle politiche contro la discriminazione su base sessuale, mi sento messo in questione.
In religione la questione del gender viene utilizzata come spartiacque tra buoni e
cattivi e per costruire alti muri tra i due settori. Una polemica analoga
condusse, agli inizi del Novecento, all’ultima persecuzione religiosa attuata
nella nostra confessione, quella contro i modernisti.
L’accusa nei confronti di questi ultimi era però molto meno grave: solo quella
di voler adattare la teologia ai tempi nuovi, cosa che poi qualche decennio
dopo quella tragedia umana, sociale e religiosa si fece senza problemi, ritenendo
indispensabile un aggiornamento. Oggi
si parla addirittura di riforma.
Può
sembrare strano, per una fede in cui si parla tanto di amore, ma è veramente
tanto difficile volersi bene e rispettarsi in religione.
Anche il Papa si è riferito in diversi
discorsi ad una ideologia gender,
parlandone come di una forma di colonialismo culturale. Dal suo punto di vista,
di uomo americano, è possibile vedere così la questione. Più difficile farlo
per noi europei, che, in quella prospettiva siamo i colonizzatori, come lo
fummo a lungo dalla metà del secolo scorso nelle conquiste politiche di nuovi
mondi. In effetti quella che viene definita ideologia
gender si è sviluppata proprio in
Europa ed è l’applicazione politica del principio fondamentale umanitario che
occorre combattere ogni discriminazione basata sul sesso. E’ scritto anche
nella nostra Costituzione, all’art. 3: uguaglianza “senza distinzione di sesso”.
L’idea che si possa essere uguali senza distinzione di sesso è difficile da accettare in religione, anche
se ormai rientra nella dottrina corrente, perché l’immaginario del catechismo
secondo cui molti si sono formati attribuisce al divino caratteristiche
maschili. Ricordo che fece scandalo, nel 1978, quando il papa Giovanni Paolo I,
in un discorso pubblico parlò dell’Eterno come di un padre, ma anche di una
madre. “Che confusione!”¸ si disse: come si può essere madri e padri
nello stesso tempo? Era difficile immaginarlo in un essere umano, ma appunto il
Papa si riferiva ad altro.
Una rassegna delle questioni su questo tema
potrete trovarla nell’articolo della
filosofa francese Sylviane Agacinski dal titolo La metamorfosi della differenza
sessuale, pubblicato sul n.2/2013 della rivista Vita e pensiero, dell’Università Cattolica. Lo potete acquistare e
scaricare sul Web al sito <http://rivista.vitaepensiero.it/>. In materia
di distinzioni basate sull’orientamento sessuale si è passati da concezioni
gerarchiche a concezioni basate sulla differenza. In poche parole: ci sono stati
tempi in cui l’uomo veniva considerato per
natura destinato a comandare sulla
donna. Nelle società di oggi, osserva la Agancinski, questa subordinazione è
stata decostruita e l’uguaglianza tra i sessi si è sostituita, almeno in linea
di principio, alla loro gerarchia. L’esigenza di impersonare una autorità naturale maritale e paterna in famiglia conduceva a
richiedere socialmente agli uomini di presentarsi con certe manifestazioni di
mascolinità. Una volta abbandonata la concezione gerarchica tra i sessi, sono
emerse al loro interno, in particolare nel mondo maschile ma anche in quello femminile, ulteriori differenze, che a lungo erano state
condannate come contrarie all’ordine gerarchico
naturale. In una società che
riconosce l’uguale dignità dei sessi, che quindi ha abbandonato la concezione
gerarchica, non vi è più ragione di combatterle. Ma questa conclusione, che è
ormai pacifica tra i ceti colti, richiede una conquista culturale nelle masse e
quindi una specifica formazione. Per interrompere la catena di violenze sociali
che hanno colpito tutti coloro che si discostavano dal modello gerarchico della distinzione sessuale. Questo crea
problemi a molti neo-tradizionalisti,
che propongono ancora una società con una gerarchia tra i sessi, in cui il
marito comanda sulla donna e comanda
anche sui figli in un modo diverso da come lo fa la donna. Una concezione neo-antica, perché in realtà, pur
inglobando cose vecchie, le mischia con molte cose nuove, senza le quali la neo-tradizione non avrebbe il consenso femminile.
Che non solo i ruoli sociali coniugali, quindi
come si è marito e moglie, ma anche lo stesso modo in cui si è maschi e femmine
fossero influenzati dalla società in cui si vive è un’acquisizione dell’antropologia
ormai risalente nel tempo. Per farsi un’idea in questo campo si può leggere
utilmente il libro della grande antropologa statunitense Margaret Mead, Maschio e femmina, scritto nel 1947,
edito in Italia da Il saggiatore, e
disponibile in commercio anche in e-book. Si basa su ricerche sul campo, in
alcune piccole civiltà dell’Oceania confinate in territori molto piccoli, che avevano
prodotto modi di impersonare mascolinità e femminilità, di stabilire rapporti
di parentela e di essere coniugi, padri e madri, figli e figlie veramente molto
diversi.
E’ però vero che, come osserva la Agacinski,
non ogni differenza sessuale è un prodotto culturale: noi esseri umani
effettivamente siamo esseri naturali, che in un certo senso abitiamo in un corpo sessuato, ce lo ritroviamo così
per natura e dobbiamo farci i conti.
Non è sempre facile e si incontrano spesso ostacoli sociali. Educare a
rispettare le differenze, anche all’interno dei sessi, non significa incitare a
cambiare sesso a proprio piacimento, cosa che oltre che
impossibile sarebbe molto dolorosa e di solito non viene tentata nel senso insinuato dai neo-tradizionalisti, come arbitrio del desiderio, ma per cercare di far corrispondere la propria identità sessuale naturale a quella imposta e pretesa socialmente (essere uomo e donna in un solo singolo modo: è contro di questo che si muovono le politiche antidiscriminatorie, che riconoscono dignità ad ogni differenza sessuale). Significa solo non accanirsi contro gli
altri per il modo in cui si manifestano maschi e femmine e imparare ad
immedesimarsi nella condizione altrui, per capire meglio le persone diverse da
noi, i loro problemi e le loro sofferenze. In religione: imparare a non demonizzare i diversi da noi. Questo non comporta un
degrado ma una conquista molto importante. Si diventerà persone migliori, in
particolare gente che non infligge sofferenze inutili agli altri. Questo è
difficile da capire per i nostri neo-tradizionalisti.
Ma fanno uno sforzo per capire? In realtà mi sembrano superficiali, si
determinano per partiti presi. Nelle loro formazioni di solito prevalgono
strutture fortemente gerarchiche per cui la verità discende dall’alto e, una
volta ricevuta, non ci si pensa più tanto sopra. Si agisce e basta. E anche il
Papa, su altri temi, subisce da loro un po’ la condizione del grillo parlante del
racconto di Pinocchio, acciaccato al
muro. Egli è uno dei papi più diffamati della storia dai suoi stessi fedeli: l’ho
ricordato qualche giorno fa. E lo è stato
anche tutte le volte che ha cercato di correggere l’ideologia gender-gerarchica dei neo-tradizionalisti, in particolare il
loro viscerale anti-femminismo.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
