Nuove
modernità
[da:
Peter Berger, Grace Davie, Effie Fokas, America
religiosa, Europa laica? - Perché il secolarismo europeo è un’eccezione, Il
Mulino, 2010, € 18,50]
[pag.192]
[…] se una società desidera fare uso di
certe tecnologie, deve adattare le sue istituzioni e i suoi valori culturali in
maniera tale da formare persone che possano impiegare queste tecnologie. Per
esempio, il pilota di un aereo moderno non può agire sulla base delle
assunzioni metafisiche o degli incantesimi di uno sciamano, almeno finché
siede nella cabina di pilotaggio. Ma quando il pilota torna a casa - per
esempio in un villaggio primitivo - può fare proprie ogni sorta di idee e
pratiche magiche.
La modernità è un fatto culturale, anche se la
parola richiama l’idea di una successione di epoche. Si ha quando una società
ritiene di aver fatto dei progressi rispetto ad una sua forma precedente, per
cui comprende meglio e più realisticamente i fatti della vita, e innanzi tutto
sé stessa, e sviluppa tecnologie più efficaci e potenti. E’ un processo che ha
caratterizzato tutta la storia dell’umanità e la gran parte delle culture
umane, ma solo dall’Ottocento, in Europa, la modernità è divenuta anche
ideologia e non comporta solo una constatazione di come un certo presente si
presenta a confronto con un suo passato ma anche propositi per il futuro. Dall’Ottocento
essere moderni significa anche voler essere sempre più moderni. In questa accezione modernità è strettamente connessa con progresso. L’obiettivo delle società moderne non è più stata la stabilità, ma il
miglioramento incessante sulla via della modernità.
Il processo di modernizzazione ha riguardato anche la religione, che fino alla
metà dell’Ottocento ha preteso di sbarrare la strada all’ideologia della modernità, appunto perché comprendeva anche
una modifica del ruolo della religione nella società e una diversa comprensione
dei concetti e precetti religiosi. Il Novecento si è aperto in Europa con l’ultima
delle persecuzioni religiose attuate nella nostra confessione, che è stata
quella contro il modernismo. All’inizio
del Novecento, la battaglia della religione contro la modernità scientifica era
già persa, ma era ancora in corso quella contro la modernità sociale, che riguardava concezione e costumi sociali. Un
portato di quest’ultima era la democrazia,
contro la quale il papato romano
combatté strenuamente in Italia fino alla vigilia della Prima guerra mondiale,
quando provò a trovare un accomodamento anche in questo campo. Ma il divieto
assoluto di modernizzare rimase in campo religioso e si dovette
arrivare agli anni Sessanta del secolo scorso per un primo cambiamento. Bisogna
anche dire che la pretesa della modernità di svelare la natura e la
dinamica dei fatti sociali colpiva anche la religione con l’accusa, senz’altro
in genere fondata, di essere stata lo strumento con cui le classi dominanti
avevano asservito le masse popolari, fascinandole con una serie di miti, di fantasiose narrazioni che si
pretendeva descrivessero fedelmente la realtà. Questa prospettazione veniva
fatta sia dai democratici liberali, che dominarono il Regno d’Italia dalla sua
fondazione nel 1861 all’avvento del fascismo mussoliniano nel 1922, sia dai
socialismo, il movimento politico che in Italia si sviluppò nella seconda metà
dell’Ottocento: per il socialismo ottocentesco la liberazione sociale delle
classi di quelli che stavano peggio avrebbe dovuto comportare anche la
liberazione delle masse dai miti religiosi. Quest’ultimo compito fu assunto con
molto impegno e rigore dal comunismo sovietico, regime che nel 1917 si
impadronì dell’impero zarista russo, e dai regimi che ad esso si ispirarono o
da esso comunque vennero imposti.
Nel corso del Concilio Vaticano 2° si venne
ad una nuova sistemazione culturale: la modernità venne accettata ma
essenzialmente con fatto laicale, destinato a rimanere in quello che venne
definito il temporale, nel senso di soggetto a rapidi
cambiamenti e quindi opposto all’eternità
che caratterizza la dimensione
soprannaturale. I laici vennero incoraggiati a trattare degli affari temporali, sviluppando una competenza autonoma, nel senso che, se dovevano
pilotare un aereo di linea, dovevano farlo secondo le regole della fisica e
della tecnologia aeronautica, non confidando sulle proprie concezioni religiose
e prendendo come riferimento i testi di teologia. Nelle questioni relative al soprannaturale ci si propose di introdurre aggiornamenti e, innanzi tutto, di
studiare di più e meglio le Scritture. Questo può sembrare un portato della modernità, e lo è effettivamente, ma, per
non violare certi divieti religiosi che vennero mantenuti (per cui non ci fu
mai un’ammissione di colpe per la persecuzione antimodernista, che oggi a molti
appare veramente sconsiderata), si presentò la cosa come un ritorno alle origini, quindi come un tornare indietro, alla purezza dei primi
tempi, quando si era molto più vicini alla prima predicazione del Maestro, per
cui si supponeva che si fosse anche più vicini alla verità eterna. Questo ha configurato una modernità di tipo religioso, quindi non ostile e
incompatibile con la religione, per cui, ad esempio, in Vaticano i Papi
mantengono dal 1936 un consiglio di scienziati, che dagli anni ’76 possono essere
credenti e non credenti, conta solo la competenza nelle cose temporali.
Ora, l’atteggiamento dei saggi del Concilio
nei confronti della modernità è diventato comune a tutte le culture che
hanno avuto uno sviluppo tecnologico seguendo gli europei. Vale a dire che,
come sostengono i sociologi Berger, Davie e Fokas nel libro che ho sopra
citato, non c’è più solo una modernità, in particolare quella europea di
tipo antireligioso, ma più modernità, alcune delle quali democratiche e
altre democratiche, alcune delle quali religiose e altre secolarizzate, vale a
dire portate a confinare la religione nel privato individuale escludendola
nelle scienze e marginalizzandola in società. I menzionati autori citano ad
esempio una modernità russa ispirata
dall’Ortodossia, una modernità islamica,
una modernità indiana hindu e anche una modernità integralmente cattolica che a loro dire è stata
realizzata con successo dall’Opus Dei.
Bisogna dire che il riparto di competenze stabilito dai saggi dell’ultimo Concilio, un
grande progresso negli anni Sessanta scorsi, non soddisfa più.
Voleva essenzialmente ripartire le competenze tra clero e laici, quando già
però questa distinzione non era più attuale, in particolare in Italia, dove il
clero era stato determinante nei fatti sociali temporali in particolare a
partire dai processi democratici a cavallo tra Ottocento e Novecento, e i laici avevano messo bocca ampiamente
nelle questioni del soprannaturale, vale
a dire anche nella teologia, in particolare contestandone il carattere
arretrato e antidemocratico.
A quale modernità facciamo riferimento in
parrocchia? Ne vedo proposti più di una, ma in genere non esplicitamente
(essere moderni nella nostra confessione induce ancora un
certo sospetto di indisciplina ideologica, se non di vera e propria eresia). Ognuno
pensa che la sua sia quella giusta. E anche questa è una situazione moderna, perché la modernità comprende in
genere (non sempre) anche un certo pluralismo, e comunque la modernità europea nasce come pluralista.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli