Consapevolezza storica e partecipazione
responsabile
[dal Manifesto di Ventotene, scritto nel 1941 da Altiero Spinelli,
Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni]
Sugli istituti costituzionali sarebbe
superfluo soffermarci, poiché, non potendosi prevedere le condizioni in cui
dovranno sorgere ed operare, non faremmo che ripetere quello che tutti già
sanno sulla necessità di organi rappresentativi per la formazione delle leggi,
dell'indipendenza della magistratura - che prenderà il posto dell'attuale - per
l'applicazione imparziale delle leggi emanate, della libertà di stampa e di
associazione, per illuminare l'opinione pubblica e dare a tutti i cittadini la
possibilità di partecipare effettivamente alla vita dello stato. Su due sole
questioni è necessario precisare meglio le idee, per la loro particolare importanza
in questo momento nel nostro paese, sui rapporti dello stato con la chiesa e
sul carattere della rappresentanza politica:
a. la Chiesa cattolica continua inflessibilmente a considerarsi unica
società perfetta, a cui lo stato dovrebbe sottomettersi, fornendole le armi
temporali per imporre il rispetto della sua ortodossia. Si presenta come
naturale alleata di tutti i regimi reazionari, di cui cerca approfittare per
ottenere esenzioni e privilegi, per ricostruire il suo patrimonio, per stendere
di nuovo i suoi tentacoli sulla scuola e sull'ordinamento della famiglia. Il
concordato con cui in Italia il Vaticano ha concluso l'alleanza col fascismo
andrà senz'altro abolito, per affermare il carattere puramente laico dello
stato, e per fissare in modo inequivocabile la supremazia dello stato sulla
vita civile. Tutte le credenze religiose dovranno essere ugualmente rispettate,
ma lo stato non dovrà più avere un bilancio dei culti, e dovrà riprendere la
sua opera educatrice per lo sviluppo dello spirito critico;
b. la baracca di cartapesta che il fascismo ha costruito con
l'ordinamento corporativo cadrà in frantumi, insieme alle altre parti dello
stato totalitario. C'è chi ritiene che da questi rottami si potrà domani trarre
il materiale per il nuovo ordine costituzionale. Noi non lo crediamo. Nello
stato totalitario le Camere corporative sono la beffa, che corona il controllo
poliziesco sui lavoratori. Se anche però le Camere corporative fossero la
sincera espressione delle diverse categorie dei produttori, gli organi di
rappresentanza delle diverse categorie professionali non potrebbero mai essere
qualificati per trattare questioni di politica generale, e nelle questioni più
propriamente economiche diverrebbero organi di sopraffazione delle categorie
sindacalmente più potenti.
Ai sindacati spetteranno ampie
funzioni di collaborazione con gli organi statali, incaricati di risolvere i
problemi che più direttamente li riguardano, ma è senz'altro da escludere che
ad essi vada affidata alcuna funzione legislativa, poiché risulterebbe
un'anarchia feudale nella vita economica, concludentesi in un rinnovato
dispotismo politico. Molti che si sono lasciati prendere ingenuamente dal mito
del corporativismo potranno e dovranno essere attratti all'opera di
rinnovamento, ma occorrerà che si rendano conto di quanto assurda sia la
soluzione da loro confusamente sognata. Il corporativismo non può avere vita
concreta che nella forma assunta degli stati totalitari, per irreggimentare i
lavoratori sotto funzionari che ne controllano ogni mossa nell'interesse della
classe governante.
*****************************************
Gli autori del Manifesto di Ventotene scrivevano quando ancora l’Italia era dominata
dal regime fascista mussoliniano. Quest’ultimo aveva ancora il consenso
largamente maggioritario, direi quasi totalitario, dei cattolici italiani. Ogni
resistenza era stata vinta non molto dopo la conclusione degli accordi tra il
papato romano e il Regno d’Italia dominato del Mussolini, nel 1929, con i Patti Lateranensi. Il regime aveva
soppresso ogni libertà democratica e, in particolare, quella sindacale, instaurando,
in un processo compiuto tra il 1926 e il 1939, un ordinamento corporativo, nel
quale furono istituiti nuovi sindacati come istituzioni dello stato, che
venivano proposti come rappresentativi delle varie categorie dei lavoratori e dei
datori di lavoro, per eliminare il conflitto sociale. Queste istituzioni era
controllate dal Partito Nazionale Fascista, l’unico partito all’epoca ammesso,
dal Ministro delle Corporazioni e da quello dell’Interno: ogni nomina di
dirigente, ad ogni livello doveva ottenere l’approvazione ministeriale, inoltre
l’organizzazione delle corporazioni era fortemente gerarchica. Nel 1939 la
Camera dei deputati venne sostituita con la Camera
dei Fasci e delle Corporazioni, con funzioni solo consultive, nella quale
sedevano anche rappresentanti delle Corporazioni. La fine della libertà
sindacale avvantaggiò i datori di lavoro, i quali erano la parte dominante nei
rapporti di lavoro dipendente e storicamente si erano associati in sindacati
principalmente per reagire al sindacalismo operaio. Nel regime fascista lo
sciopero e la serrata, la chiusura di una fabbrica per reagire a moti operai,
erano vietati. Storicamente l’affermazione del fascismo era stata favorita da
industriali e imprenditori agrari anche come protezione contro il sindacalismo
socialista. Il fascismo maturo, quello che fu veramente totalitario in Italia
negli anni ’30, restò legato a quegli ambienti sociali. La contrattazione sindacale fu fortemente
limitata dalla parte dei lavoratori, che venivano privati del loro principale
strumento di pressione sulle controparti, quello dello sciopero. I contratti
nazionali di lavoro divennero norme dello stato e, pur limitandosi con quegli strumenti gli eccessi
da parte dei datori di lavoro in danno dei lavoratori dipendenti, l'ordinamento corporativo
fascista finì effettivamente, come ricordato nel Manifesto per “irreggimentare i lavoratori sotto
funzionari che ne controllavano ogni mossa nell'interesse della classe
governante."
Anche la prima dottrina sociale della Chiesa aveva proposto il
corporativismo come regime preferibile nei rapporti di lavoro, anche se non
nella forma attuata dal fascismo, ma come sistema di intese amichevoli tra
lavoratori e datori di lavoro ispirate ad equità e umanità. Negli anni ’30,
comunque, il regime fascista presentò l’ordinamento corporativo come l’attuazione
degli insegnamenti della dottrina sociale, non venendo smentito, ma anzi
trovando apprezzamento nella gerarchia cattolica, nel nuovo clima di
collaborazione instauratosi con il papato romano dopo la conclusione, nel 1929,
dei Patti Lateranensi.
Ecco infatti che cosa si legge nell’enciclica
Il Quarantennale, diffusa nel 1931
dal papa Achille Ratti, regnante come Pio 11° in occasione dell’anniversario
dei quarant’anni dalla prima enciclica della dottrina sociale, la Le
novità, del papa Gioacchino Pecci,
regnante come Leone 13°:
92. Recentemente, come tutti
sanno, venne iniziata una speciale organizzazione sindacale e corporativa, la
quale, data la materia di questa Nostra Lettera enciclica, richiede da Noi
qualche cenno e anche qualche opportuna considerazione.
93. Lo Stato riconosce giuridicamente il
sindacato e non senza carattere monopolistico, in quanto che esso solo, così
riconosciuto, può rappresentare rispettivamente gli operai e i padroni, esso
solo concludere contratti e patti di lavoro. L'iscrizione al sindacato è
facoltativa, ed è soltanto in questo senso che l'organizzazione sindacale può
dirsi libera; giacché la quota sindacale e certe speciali tasse sono
obbligatorie per tutti gli appartenenti a una data categoria, siano essi operai
o padroni, come per tutti sono obbligatori i contratti di lavoro stipulati dal
sindacato giuridico. Vero è che venne autorevolmente dichiarato che il
sindacato giuridico non escluse l'esistenza di associazioni professionali di
fatto.
94. Le Corporazioni sono costituite dai
rappresentanti dei sindacati degli operai e dei padroni della medesima arte e
professione, e, come veri e propri organi ed istituzioni di Stato, dirigono e
coordinano i sindacati nelle cose di interesse comune.
95. Lo sciopero è vietato; se le parti non si
possono accordare, interviene il Magistrato.
96. Basta poca riflessione per vedere i
vantaggi dell'ordinamento per quanto sommariamente indicato; la pacifica
collaborazione delle classi, la repressione delle organizzazioni e dei conati
socialisti, l'azione moderatrice di une speciale magistratura. Per non
trascurare nulla in argomento di tanta importanza, ed in armonia con i principi
generali qui sopra richiamati, e con quello che inibito aggiungeremo, dobbiamo
pur dire che vediamo non mancare chi teme che lo Stato si sostituisca alle
libere attività invece di limitarsi alla necessaria e sufficiente assistenza ed
aiuto, che il nuovo ordinamento sindacale e corporativo abbia carattere
eccessivamente burocratico e politico, e che, nonostante gli accennati vantaggi
generali, possa servire a particolari intenti politici piuttosto che
all'avviamento ed inizio di un migliore assetto sociale.
97. Noi
crediamo che a raggiungere quest'altro nobilissimo intento, con vero e stabile
beneficio generale, sia necessaria innanzi e soprattutto la benedizione di Dio
e poi la collaborazione di tutte le buone volontà. Crediamo ancora e per necessaria conseguenza che l'intento stesso sarà
tanto più sicuramente raggiunto quanta più largo sarà il contributo delle
competenze tecniche, professionali e sociali e più ancora dei principi
cattolici e della loro pratica, da parte, non dell'Azione Cattolica (che non
intende svolgere attività strettamente sindacali o politiche), ma da parte di
quei figli Nostri che l'Azione Cattolica squisitamente forma a quei principi ed
al loro apostolato sotto la guida ed il Magistero della Chiesa; della Chiesa,
la quale anche sul terreno più sopra accennato, come dovunque si agitano e
regolano questioni morali, non può dimenticare o negligere il mandato di
custodia e di magistero divinamente conferitole.
98. Se non che, quanto abbiamo detto circa la
restaurazione e il perfezionamento dell'ordine sociale, non potrà essere
attuato in nessun modo, senza una riforma dei costumi come la storia stessa ce
ne dà splendida testimonianza. Vi fu un tempo infatti in cui vigeva un
ordinamento sociale che, sebbene non del tutto perfetto e in ogni sua parte
irreprensibile, riusciva tuttavia conforme in qualche modo alla retta ragione,
secondo le condizioni e la necessità dei tempi. Ora quell'ordinamento è già da
gran tempo scomparso; e ciò veramente non perché non abbia potuto, col
progredire, svolgersi e adattarsi alle mutate condizioni e necessità di cose e
in qualche modo venire dilatandosi, ma perché piuttosto gli uomini induriti
dall'egoismo ricusarono di allargare, come avrebbero dovuto, secondo il
crescente numero della moltitudine, i quadri di quell'ordinamento, o perché,
traviati dalla falsa libertà e da altri errori e intolleranti di qualsiasi
autorità, si sforzarono di scuotere da sé ogni restrizione.
99. Resta adunque che, dopo aver nuovamente
chiamato in giudizio l'odierno regime economico, e il suo acerrimo accusatore,
il socialismo, e aver dato giusta ed esplicita sentenza sull'uno e sull'altro,
indaghiamo più a fondo la radice di tanti mali e ne indichiamo il primo e più
necessario rimedio, cioè la riforma dei costumi.
Il Papa, quindi, esortò i membri dell’Azione
Cattolica di allora a collaborare con l’ordinamento corporativo fascista con il
“contributo delle competenze tecniche,
professionali e sociali e più ancora dei principi cattolici e della loro
pratica”, invito che effettivamente venne accolto.
Quanto ho sopra sintetizzato, spiega perché gli autori del Manifesto di Ventotene, al confino nell’isola dopo periodi di
detenzione in carcere e nel pieno del regime fascista, nel pensare la nuova
Europa che immaginavano sarebbe seguita ai nazi-fascismi europei, dedicarono
alla Chiesa cattolica e al corporativismo fascismo quei due periodi che ho
sopra trascritto.
Nella formazione alla fede di solito si sorvola su quei fatti, che oggi
sono ritenuti disonorevoli. Si preferisce ricordare il lavoro di progettazione
di una nuova democrazia che si compì effettivamente tra ristrettissime elite dell’Azione Cattolica, in particolare tra gli
universitari della FUCI e tra i membri del Movimento
Laureati, su impulso di Giovanni
Battista Montini e di altri, l’impegno dei cattolici democratici nella
Resistenza tra il 1943 e il 1945, e
infine il contributo determinante di questi ultimi, molti dei quali usciti
dalle fila della FUCI e del Movimento Laureati, nella fondazione
politica e nello sviluppo della Repubblica democratica e delle istituzioni
europee. Ma l’integrazione con il fascismo vi fu effettivamente e fu molto
profonda. Ancora oggi se ne risente. Si evidenziano generalmente le
incompatibilità tra i due regimi totalitari del fascismo e del cattolicesimo
romano, che indubbiamente c’erano dal punto di vista ideologico: tuttavia il
fascismo aprì la strada ad un’egemonia della gerarchia cattolica sul popolo italiano
alla quale essa da tempo ambiva e per il fascismo la legittimazione come regime
provvidenziale da parte del papato fu determinante nel
controllo politico totalitario della nazione. In sostanza: due totalitarismi
che si integrarono creando una sorta di dottrina comune che definì il profilo
del benpensante. Che cosa sono dieci
anni nella storia di una nazione? Eppure gli anni ’30 furono nel bene e nel
male fondamentali per ciò che a lungo si produsse dopo. Nel bene perché la
Repubblica democratica deriva da un pensiero che in quegli anni si sviluppò,
sia in ambito cattolico democratico, sia in ambito socialista che in ambito
liberale, le tre componenti di base del nuovo regime democratico post-fascista.
Nel male perché il modello fascista del benpensante
creò una persistente e radicata
tradizione popolare, per cui, ad esempio, certe cose che si sentono dire ai
nostri giorni nei confronti di gente di altre etnie e religioni e su come
dovrebbe essere la famiglia risalgono a quel tempo là, anche se se ne è in
genere persa consapevolezza.
C’è infine una importante lezione che ci viene dalla storia: quella italiana
degli ultimi due secoli fu potentemente influenzata dalla politica espressa
dalla Chiesa cattolica. Essa però, in democrazia, non può più rimanere una
faccenda solo da preti. Se ne deve poter discutere ad ogni livello anche negli ambienti religiosi. Ciò non sempre è agevole, perché la struttura
istituzionale ecclesiale è rimasta sostanzialmente feudale e totalitaria. In un’associazione
come l’Azione Cattolica si può fare tirocinio di democrazia e, ad esempio, come
è ieri è avvenuto nell’Assemblea
diocesana, confrontarsi e votare anche su singole frasi di un documento
programmatico, ma questo in genere non avviene in una realtà di base come
quella parrocchiale, pur essendo prevista qualche sede rappresentativa. Dove di
certe cose non si discute e non si fa tirocinio, non si acquista una
consapevolezza del proprio ruolo sociale e questo impedisce di resistere alle
degenerazioni, di mettere in questione scelte discutibili, di solidarizzare con
coloro che vengono ingiustamente emarginati, di bilanciare certi eccessi, di
mantenere un pluralismo di opzioni, di chiedere a chi esercita un’autorità di
rendere periodicamente e pubblicamente
il conto di ciò che ha fatto e di ciò che progetta di fare. Oggi ci troviamo,
in parrocchia, a dover rimediare a problemi che si sono generati anche per
questo motivo, per cui molta gente del quartiere, non sentendosi il linea con
una certa impostazione, mi pare che si sia allontanata ed ora è tanto faticoso
farle riprendere familiarità tra noi.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli