ASL dello spirito o
Congregazione?
Sto leggendo di Peter Berger - Grace Davie - Effie Fokas, America religiosa, Europa laica - Perché il secolarismo europeo è un’eccezione,
Il Mulino, 2010, €18,50, un libro che consiglio a tutti quelli pensano di
trovare il tempo per approfondire il tema della relazione tra fede e fatti
sociali.
Gli autori osservano che in Europa spesso le organizzazioni religiose
vengono considerate come un servizio pubblico, rientrante in quelli per il benessere della popolazione, vale a dire nel sistema di
quello che, con espressione anglo-americana, viene definito welfare state, che significa appunto l’organizzazione pubblica per lo sviluppo del
benessere collettivo. I servizi
forniti da quest’ultima fanno parte dell’urbanizzazione
secondaria, quella, per intenderci,
che, nella costruzione di un nuovo quartiere cittadino, viene dopo quella primaria delle strade e delle fognature. L’urbanizzazione secondaria, nella
concezione europea, comprende i servizi sanitari e religiosi.
Prendiamo la città di Roma. Il territorio, e la popolazione cittadina,
sono divisi in tante circoscrizioni sanitarie, corrispondenti ad altrettante
Aziende Sanitarie Locali, con i propri servizi sanitari, ad esempio ambulatori,
laboratori di analisi, ospedali. Alcuni grandi ospedali sono costituiti in
Aziende ospedaliere: è il caso del San Camillo. Troviamo un’analoga struttura
nei servizi religiosi: la Diocesi, i Settori, le Prefetture, le Parrocchie.
Poi ci sono i grandi Santuari. L’organizzazione
di questi servizi è fortemente gerarchica e sostanzialmente indipendente dalla
base dei fedeli, i quali contribuiscono in minima parte al suo finanziamento e
vi hanno scarsa voce in capitolo, e generalmente solo a titolo consultivo. A capo della Diocesi
romana vi è il Cardinal Vicario, che dal punto di vista amministrativo è un
funzionario che fa le veci del Papa nella direzione dei servizi religiosi
romani. Ad ogni Settore è preposto un
vescovo in sottordine, ad ogni Prefettura un prefetto, un prete in
sottordine, ad ogni parrocchia un parroco.
La gente si aspetta di avere vicino a casa una parrocchia, dove possa celebrare
i fatti principali della vita, in particolare nascita, matrimonio e morte, dove
i ragazzi possano avere una formazione etica di base, dove si possano avere all’occorrenza
consigli spirituali e sostegno caritativo. Lo aspetta, come si aspetta di
avere un grande ospedale non lontano, il servizio delle ambulanze, il medico di
base. Non si preoccupa del finanziamento di questi servizi religiosi: sa che
provvederà lo stato e, in genere, non ha obiezione. Quando ci sono disservizi,
protesta. L’altro giorno una signora voleva entrare a messa con il cane e il
celebrante gliel’ha impedito: allora è stata inscenata una manifestazione di
protesta degli animalisti, perché anche cani, sostenevano, sono figli di Dio. Erano credenti? Chi lo sa? Il punto era che era
stato rifiutato un servizio che la gente si aspetta sia reso a tutti, come
quello sanitario.
Questa concezione è collegata con quella, che
ho trovato esposta nel libro che ho sopra citato, della religione vicaria, che è quando non si è religiosi, ma si pensa che
il servizio religioso in una città ci debba essere, svolga una funzione. E’
come quando non si è malati e non si ha immediato bisogno del medico di base,
ma si vuole che ci sia, che sia disponibile all’occorrenza, perché si potrebbe
averne bisogno.
La concezione della religione come servizio
pubblico e della religione vicaria è accreditata dalla nostra gerarchia del
clero, che in questo modo giustifica verso la pubblica opinione l’ingente
flusso di finanziamenti statali che ogni anno riceve. A questi si aggiungono
gli ulteriori finanziamenti che vengono erogati per la manutenzione del patrimonio
artistico religioso e la costruzione di nuove chiese. In particolare, quando si
progetta un nuovo quartiere si pensa a dove costruire la chiesa,
indipendentemente dal tasso di religiosità stimato della popolazione che vi
risiederà. Di questi tempi potrebbe accadere che vi prevalessero fedeli di
altre religioni, ma comunque si pensa di costruire una chiesa parrocchiale, che
poi sarà sede di una delle cellule di base dell’organizzazione religiosa
cittadina, inquadrata in una Prefettura, in un Settore
e nella Diocesi. Ora, succede che
anche fedeli di altre religioni comincino a condividere questa concezione, in
particolare i fedeli musulmani. Vogliono avere propri servizi religiosi vicino
a casa. E’ accaduto lo stesso per i fedeli ortodossi, che sono giunti in gran
numero, con l’immigrazione dall’Europa orientale, in particolare dalla Romania
e dall’Ucraina. In questo caso, spesso la cosa è stata risolta con la
collaborazione delle autorità religiose cattoliche, concedendo in uso delle
chiese per i servizi religiosi di quelle confessioni. A Palermo si è avuto recentemente un caso in cui una chiesa,
l’Oratorio di Santa Maria in Sabato, è stata ceduta in uso per farvi una
sinagoga per servizi religiosi dalla locale comunità ebraica. E vi sono stati
casi in cui ai fedeli musulmani è stato concesso di riunirsi in preghiera in
locali parrocchiali. Se i servizi religiosi rientrano nelle prestazioni di benessere che si ci attende in un Comune, perché alcuni
categorie di fedeli dovrebbero esserne esclusi?
Negli Stati Uniti d’America prevale un diverso modello organizzativo.
Prima ci si associa in una congregazione,
termine generico con cui i sociologi indicano qualsiasi tipo di entità religiosa
a base partecipativa, e poi si realizzano le strutture per fornire servizi
religiosi. Lo stato, ad ogni livello, sia federale che locale, non interviene.
La religione, sebbene molto più importante che da noi nella struttura sociale
pubblica, non è considerata parte di quei servizi
sociali di competenza pubblica. C’è
una specifica disposizione costituzionale in merito, è il 1° Emendamento alla
Costituzione federale:
« Il Congresso non
promulgherà leggi per il riconoscimento ufficiale di una religione, o che ne
proibiscano la libera professione; o che limitino la libertà di parola, o di
stampa; o il diritto delle persone di riunirsi pacificamente in assemblea e di
fare petizioni al governo per la riparazione dei torti. »
La pratica religiosa è libera, ma nessuna
confessione può avere un riconoscimento
ufficiale da parte dello stato:
negli Stati Uniti d’America non è mai esistita una Chiesa di stato. Per far
capire la differenza con la situazione italiana, in Italia solo nel 1984 si è convenuto, tra la
Repubblica e il Papato romano, che non fosse più vigente il principio della
religione cattolica come sola religione dello Stato. Negli Stati Uniti d’America
si pensa che la libertà delle confessioni religiose sia meglio
tutelate dal divieto di un loro
riconoscimento da parte pubblica. In
Italia, con il Concordato, quello concluso dal Papato romano nel 1929 con il
Mussolini totalmente revisionato nel 1984, si ha invece un riconoscimento ufficiale
della religione cattolica, anche se
essa non è più considerata come religione dello Stato e tantomeno la sola religione dello Stato.
Altre confessioni religiose hanno avuto riconoscimenti
ufficiali simili mediante intese con lo Stato.
La principale controindicazione al regime concordatario, in cui una chiesa ottiene
un riconoscimento ufficiale dallo stato,
che in questo modo diventa meno libera, specialmente poi se è anche finanziata dallo stato. In genere i riconoscimenti ufficiali non
sono incondizionati: per ottenerli e mantenerli occorre mantenere buone relazioni con il regime politico dominante. Questo deprime le capacità di critica sociale. Furono osservazioni che vennero mosse negli anni ’20, nel
corso delle trattative tra il regime mussoliniano e il Papato romano per la
stipula dei Patti Lateranensi, riproposti quando, caduto il regime fascista, si
propose di riconoscere quegli accordi in Costituzione, di nuovo riproposti
negli anni ’80 quando si modificò il Concordato lateranense e, infine, sempre
ricorrenti quando si affronta il tema delle relazioni tra Chiesa e Stato. Negli ultimi trent'anni, in Italia, questioni relative al riconoscimento ufficiale e al finanziamento pubblico della religione portarono in genere la gerarchia cattolica ad avere relazioni migliori con le formazioni politiche di centro-destra, nonostante che in quelle di centro-sinistra militassero numerose persone di fede, n particolare larga parte dei cattolico-democratici.
Ma il principale effetto negativo di una
religione concepita come servizio
pubblico religioso finanziato dallo
stato è che in questo modo l’organizzazione religiosa che la esprime diventa
indipendente dai fedeli, al modo in cui le ASL lo sono nei confronti dei
malati. Questo attualmente è il principale ostacolo ad ogni tentativo di
riforma partecipata delle nostre organizzazioni religiose. I fedeli sono ancora,
per così dire, una parte accessoria della struttura, attaccata ad essa, ma in fondo non
essenziale: questo non naturalmente dal punto di vista ideologico, ma nella
prassi amministrativa. E’ esattamente la
situazione che i saggi del Concilio Vaticano 2°, con la loro ecclesiologia,
volevano cambiare. Quindi poi è possibile, ad esempio, che una parrocchia possa
decidere di fare a meno della gran parte della gente del quartiere che dovrebbe
amministrare dal punto di vista religioso, dedicandosi a un particolare settore
della terapia religiosa, come nei servizi sanitari ci sono
ospedali oncologici che si occupano solo di certi tipi di malati, e allora in quelle strutture si trovano solo malati oncologici. E che la vita di una parrocchia prosegua regolarmente anche senza attivare veramente nessuno dei
pochi istituti partecipativi previsti dal diritto canonico. A mia memoria, ad esempio,
non riesco a ricordare quando (e se) si sia mai votato per l’elezione di membri
del Consiglio pastorale nella nostra parrocchia, che dovrebbe essere
il parlamentino parrocchiale. Né ricordo che si sia pubblicato
il conto sintetico della gestione economica della parrocchia, il conto del dare e avere e
dell’indebitamento, e un abbozzo di inventario. Da documenti come questi potremmo conoscere, ad esempio, come sono stati impiegati i tanti libri della ricca biblioteca parrocchiale, di cui ora veramente si sente la mancanza. In famiglia, in certe situazioni, ad esempio quando si tratta di far fronte alla disoccupazione, ad una malattia, a un debito imprevisto, occorre vendere i gioielli di famiglia, cosa care a cui si rinuncia a malincuore ma di cui ci si deve privare per un bene maggiore. E' andata così? Non sarebbe stato giusto informarne prima la comunità? Non lo si è fatto, forse perché, appunto la comunità parrocchiale non era considerata tale. E, in effetti, in genere non sento le persone che incontro in chiesa lamentarsi di quel fatto. La biblioteca non era, evidentemente, tra i servizi che di solito esse richiedono. Si tratta spesso di persone anziane, che a casa hanno i libri che occorrono per le loro esigenze di approfondimento. Ma i giovani? Come facciamo a formare i giovani senza i libri giusti? Qual è stato il bene maggiore per cui ci si è dovuti privare di quei tanti libri? E' una situazione che il nuovo parroco ha trovato. Decisioni importanti come queste dovrebbero sempre essere partecipate dalla comunità parrocchiale, in qualche modo, anche solamente informando la gente dei problemi che si creano.
Ecco che poi, quando si cerca di indurre una
comunità da questa aggregazione di meri utenti
di servizi religiosi come sono stati
ridotti i fedeli, si ha qualche problema, perché la gente è abituata a ricevere, ma non a dare, in particolare a partecipare.
Mario Ardigò
- Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli