Noi
e i problemi europei
Perché e, soprattutto, per chi scrivo queste
note? Non per tutti. In questo mi
distinguo, credo, da altri blogger.
Mi rivolgo a una stretta cerchia di
interlocutori, anzi strettissima, se paragonata a tutti quelli che, casualmente
e distrattamente, possono forse capitare su questo blog. Scrivo principalmente
per quelli dell’età 15 - 30 che vivono nel territorio della parrocchia di San
Clemente Papa, a Roma, Monte Sacro, Valli. E faccio il lavoro che una volta si
attendeva dai più anziani: spiegare il senso delle cose sulla base di un’esperienza
personale e tramandare conoscenze e tradizioni.
Il lavoro che faccio dovrebbe essere di
routine nella formazione religiosa di secondo e terzo di livello, ma non mi
pare che in parrocchia si riesca ancora a farlo. Le cause di ciò sono remote ed
è una situazione che la nuova squadra di preti che ci è stata mandata da poco
più di un anno sta cercando di correggere. Ma si viene da circa vent’anni in
cui si è ragionato diversamente. In sintesi: si consigliava ai laici di fede,
per come mi è sembrato di capire, di pensare a fare famiglie numerose e
patriarcali, collegate tra loro da particolari consuetudini e rituali di
impronta religiosa, a formare in definitiva delle neo-tribù: questo per
resistere meglio alla civiltà intorno, vista come neo-pagana e quindi tendenzialmente ostile. Quindi poi, a parte un
po’ di storia sacra, allestita in un certo modo caratteristico e, a mio parere,
piuttosto fantasioso, il mondo intorno rimaneva sconosciuto. Meglio!, sembrava che si dicesse, perché stando fuori ci si contamina.
Se uno però segue quella strada, non è
preparato a fare quello che da lui ci si attende oggi in religione, vale a dire
di cercare di fare dell’umanità un’unica
famiglia. Non è cosa che possa riuscire incollando
progressivamente famiglia a
famiglia, fino a fare di tutta l’umanità un’unica
tribù. L’unificazione pacifica della famiglia umana, questa è l’espressione che
ricorre in religione per definire quell’obiettivo strategico, richiede di fare politica, che appunto è l’arte di
governare le società umane in modo che la gente, tentando di fare i propri
interessi, non metta mano alle armi e cominci ad ammazzarsi. E, ormai, si
tratta di fare politica a livello continentale, vale a dire almeno europeo,
perché, a causa delle vaste interconnessioni che si sono create in tutti i
campi nell’umanità contemporanea, anche i problemi si presentano su quella scala.
Ce se ne accorge subito quando si tenta di far fronte a problemi continentali
con le risorse di un singolo stato nazionale. Se, ad esempio, consideriamo l’ultima
fase di recessione economica, iniziata dal 2008 negli Stati Uniti d’America e
ancora in corso, capiamo bene che essa avrebbe travolto gli stati nazionali
europei se non ci fosse stata una reazione a livello europeo, resa possibile
dall’esistenza di istituzioni europee forti. Analogamente accade nella
questione delle migrazioni verso l’Europa
di popoli dall’Africa, dall’Asia e dall’Europa orientale. Nessuno stato
nazionale ha la forza di farvi fronte da solo e, in particolare, non può farlo chiudendo le frontiere, vale a dire
immaginando di chiudere le porte di uno stato come si fa quando la sera si
danno le mandate alle porte di casa. Perché la storia, anche recente, insegna
che si possono impedire migrazioni dall’interno verso l’esterno, ma non nella
direzione contraria. Vale a dire che è possibile impedire a cittadini, quindi a persone radicate in
un sistema politico-istituzionale nel quale hanno riconosciuta un’identità, di andarsene all’estero, ma
nessuno è mai riuscito a impedire del tutto ad apolidi,
vale a dire a persone che hanno perso o rifiutato quell’identità
politico-istituzionale, di entrare in
un territorio governato da un diverso sistema politico istituzionale, anche se
molto deciso ad ostacolarli con misure di polizia e addirittura militari, e ciò
in particolare in tempi di crisi economica, nelle migrazioni da posti dove si
vive male, e addirittura malissimo, a posti dove si vive meglio. I politici che
predicano cose diverse valgono poco, perché non tengono conto della lezione
della storia e quindi sono come guide cieche.
Ho scritto di lezione della storia. Questo è molto importante: per fare politica occorre conoscere almeno
un po’ di storia, perché in politica non si parte mai da zero. E’ come quando
in stazione si sale su un treno e bisogna informarsi su dove va e prendere
quello che va dove vogliamo andare. E, innanzi tutto, decidere dove si vuole andare.
Si parla di ricorsi storici: date certe condizioni, eventi storici si ripetono
simili. Questo è un altro buon motivo
per informarsi di storia.
Quando a scuola, da ragazzi, ci si annoia
nelle lezioni di storia, forse è perché non si ha ben chiara l’importanza che
essa ha e avrà sempre più, da adulti, per la propria vita. Certo, è acqua passata, ma conta, perché l’umanità
la prende come riferimento per dare un senso a ciò che fa e decide. Essa è
tanto importante da essere ritenuta costitutiva del concetto di nazione, che sta dietro sistemi
politico-istituzionali molto vasti e potenti, tanto da determinare gran parte di ciò che i singoli esseri umani possono essere, diventare, fare. Ad esempio il
Regno d’Italia, costituito nel 1861 e sostituito nel 1946 all’esito di un referendum popolare dalla
Repubblica italiana, era uno stato nazionale.
E la nostra Repubblica, lo è? Che ne
pensate? La mia risposta ve la do domani. Vedremo allora se la pensiamo nello
stesso modo.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente
papa - Roma, Monte Sacro, Valli
