La
Repubblica Italiana è diventata e sta
ancora diventando una nazione
Ieri vi ho lasciato con questa domanda: “La Repubblica italiana è un nazione?”. Non ho chiesto se l’Italia
fosse una nazione, ma se lo fosse la
nostra Repubblica. C’è una differenza ed essa consiste nella mitologia che c’è dietro l’idea di nazione.
Un mito
è un storia semplificata e piuttosto fantasiosa, e per questo in genere
anche affascinante, che spiega il senso che si vuole dare a un storia che spesso senso
coerente non ha o se lo ha è molto più complesso di quello che si preferirebbe
fosse. Diversi miti sono contenuti nelle scritture sacre delle religioni. Li
troviamo anche nelle nostre. Definiscono più quello che si vorrebbe essere, e
in definitiva diventare, più che
quello che si è veramente stati e si è. L’idea di Italia che fu alla base del
nostro nazionalismo ottocentesco, il quale produsse un movimento politico e
militare di popolo e varie guerre fra stati, conteneva molti miti. Se, invece che all’Italia, mi riferisco alla Repubblica italiana mi impegno a
osservare ciò che è, facendo a meno di quei miti.
Un ampio utilizzo della mitologia fu invece
fatto dal regime fascista storico, che dominò il Regno d’Italia dal 1922 al
1945. Lo costruì scegliendo arbitrariamente nella storia italiana alcuni eventi
e strumentalizzandoli per indicare, in realtà, ciò che voleva che l’Italia divenisse. Il fascismo storico pensò sé stesso
come erede legittimo della romanità, e in particolare di quella
espressa dall’antico impero romano stanziato in Italia, quello che visse nell’era
che si definisce classica, centrato su Roma (la storia dell’impero romano
dalla fine del terzo secolo della
nostra era fu invece sempre più centrata su Bisanzio, in Oriente). Riteneva di essere
veicolo di civilizzazione e in questo integrò nella sua ideologia la nostra
confessione religiosa: questa fu la base ideologica della Conciliazione conclusa nel 1929 tra il Regno d’Italia e la Santa Sede (che
significa il papato romano), ma mediata dal fascismo italiano: per quest’ultimo
e l’organizzazione ecclesiastica quei patti
furono ben più di un accordo di compromesso.
Religione e partito politico totalitario si rafforzarono a vicenda, cessò l’ostilità
del regime verso la religione e quella del potere ecclesiastico verso il regime,
sulla base di una precisa delimitazione di campo d’azione, sia pure con
iniziali recrudescenze di conflitti verso quelle organizzazioni di stampo
religioso che non rispettavano i confini posti da quegli accordi. Questa è oggi
una memoria dolorosa, spiacevole, in religione e in genere si preferisce costruire sopra
quei fatti, avvertiti ora come disonorevoli, un mito resistenziale delle nostre organizzazioni
religiose coeve al fascismo che non corrisponde alla realtà se non in minima
parte. Negli anni ’30 la nostra
religione, in Italia, si fascistizzò e la religione fu integrata nel
nazionalismo fascista. Le guerre coloniali del regime, in Libia e in Etiopia,
vennero presentate anche come imprese di civilizzazione religiosa e questo
nonostante che in Etiopia si combattesse contro cristiani di antichissima
tradizione. Non ci fu all’epoca una reale opposizione dei nostri capi
religiosi, in particolare del papato. Il fascismo storico immaginò una nazione imperiale cristiana e in questo
non trovò reali smentite da parte di quello che, allora come oggi, concepiva sé stesso
come un impero religioso e storicamente aveva tenuto a marcare nettamente i
confini per difendersi dalle ingerenze dei poteri civili. La Conciliazione fu definita come opera della Provvidenza e ci si
condusse poi di conseguenza per circa una decina d’anni. Poi cominciarono
effettivamente le prese di distanza.
L’idea di nazione
che stava dietro i moti di
unificazione nazionale era più simile a quella che ai tempi nostri ne abbiamo e
derivava dal pensiero di Giuseppe Mazzini (1805-1872). Si pensava che vi fosse
un popolo umiliato da potenze straniere perché
diviso e che si dovesse elevarlo alla
sovranità, innanzi tutto facendone un unico stato. Nel pensiero di Mazzini
questo doveva avvenire realizzando anche una democrazia, quindi un sistema politico istituzionale che
consentisse un’ampia partecipazione popolare alle decisioni di governo. Mazzini
aveva un’idea religiosa di questa democrazia di popolo: la pensava fondata su
principi supremi di origine divina. In questo contesto il moto democratico
avrebbe dovuto coinvolgere, e liberare, tutti i popoli europei e affratellarli. Questa ideologia si manifesta chiaramente
nelle parole del nostro inno nazionale Fratelli
d’Italia.
L’idea di nazione
del fascismo era diversa e ne ho
scritto sopra.
L’idea di nazione
che prevalse tra le forze politiche che, dopo aver
vinto la guerra di resistenza contro il fascismo, progettarono la nostra
Repubblica era simile a quella del Mazzini, ma con molto di più. Infatti andava
oltre il concetto di nazione che era stato alla base del movimento per l’unificazione
nazionale italiana e, rovesciando l’ideologia nazionalista fascista, prevedeva
un ordinamento politico istituzionale in cui non si distinguesse tra le persone
sulla base della razza, della lingua e della religione (art. 3 della
Costituzione), tre elementi che si erano ritenuti fondamentali per definire la nazione.
Di fatto, la Repubblica italiana iniziò la sua
vita come stato nazionale, nel senso di
stato che comprendesse tutti gli italiani di stirpe, lingua, cultura e
religione, come aveva voluto essere quello fascista, ma senza più l’ambizione
imperiale, anzi con l’impegno di limitare le proprie pretese nazionalistiche se
ciò fosse necessario per un assetto internazionale pacifico sulla base di
accordi con gli tri stati. Molti dei miti
del fascismo sopravvissero nell’era
della repubblica democratica. In particolare quello che integrava nell’ideologia
nazionale la nostra religione. Ma progressivamente ad essi si sostituì una
realtà molto diversa basata su sviluppi caratteristici del nuovo mondo in cui l’Italia si era trovata a vivere dopo l'affrancamento dal fascismo. Nell’ideologia nazionalista, come è vissuta oggi in concreto
dalla gente, l’etnia, quindi la stirpe, e la religione hanno molto meno
importanza di un tempo, sono molto meno caratterizzanti. Ci si è molto
mescolati tra le genti delle varie regioni italiane, che in gran parte
corrispondono alle ripartizioni territoriali degli stati precedenti all’unificazione
nazionale. La lunga pratica della libertà di coscienza ha permesso scelte
diverse in materia religiosa, in particolare anche di ateismo o di indifferenza religiosa, senza
che ciò sia più sentito come squalificante sul piano civile. Hanno avuto invece
un potentissimo ruolo nella costruzione di una nuova identità nazionale l’istruzione
pubblica di massa e il sistema radiotelevisivo pubblico, quindi poi l'affermarsi dell'italiano scolastico sui dialetti, la vasta
partecipazione ad un mercato del lavoro su scala nazionale resa possibile dall’espansione
economica vissuta in Italia negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso
e, soprattutto, il consumismo popolare, che ha creato modi di vivere, e di desiderare, quindi anche prospettive di vita, molto
simili in tutte le regioni d’Italia. La nostra Repubblica però sta ancora diventando una
nazione come non c’è mai stata prima: la
costruzione nazionale è quindi ancora in divenire. L’integrazione europea ha poi
consentito ai più giovani di iniziare a costruirsi un’identità civica
continentale, con sempre più fitte
relazioni con le genti europee di altre lingue e culture. Ed è sbagliato,
quando ci riferisce ai nostri giovani che studiano o lavorano in altri stati
dell’Unione Europea, parlarne come di migranti,
come gli italiani che emigrarono in massa alla volta dell’America e dell’Australia
dalla fine dell’Ottocento fino più o meno agli anni ’30 del secolo scorso, ma
anche quelli che emigrarono nel Nord Europa in epoca più recente. I giovani di
oggi girano l’Europa da cittadini europei, partecipi di una cultura politica,
istituzionale, economica e sociale sovranazionale nella quale sta producendosi
una nuova nazionalità europea,
simboleggiata dalla bandiera a dodici stelle in campo azzurro dell’Unione
Europea.
Su questo nuovo contesto nazionale ed europeo si è
abbattuta la fase di recessione economica che stiamo attualmente vivendo,
derivata fondamentalmente dalla globalizzazione dell’economia, e stanno
incidendo in maniera sempre più rilevante le migrazioni di popoli dall’Europa
orientale, dall’Africa, dall’Asia e dall’America
Latina, non attirati tanto dal nostro benessere economico, ma innanzi
tutto dalla possibilità concreta di una vita libera, sicura e dignitosa. Si
tratta di popoli che prendono sul serio le nostre dichiarazioni di principio su grandi valori umani. A fronte di questo
c’è chi propone di tornare al vecchio nazionalismo di tipo clerico-fascista, e con questa espressione intendo riferirmi a ciò
che uscì dalla Conciliazione di cui ho scritto. Ma, a prescindere da tutte le altre
controindicazioni, quell’ideologia era strumento di una politica di espansione militare in Europa e in Africa, mentre ora si vorrebbe bloccare l’arrivo dei nuovi venuti, non andare a invadere i posti da dove ci giungono. E anche il vecchio
nazionalismo che sorresse il processo di unificazione statale italiana
rispondeva a problemi diversi: si proponeva di mandare fuori d’Italia le potenze
straniere che all'epoca la occupavano, e in particolare l’Impero austriaco, non
di contrastare migrazioni di massa da altri continenti verso l’Italia che all'epoca non solo non c’erano
ma non erano nemmeno immaginabili. Ma anche l’ideologia nazionalista
repubblicana, come si è venuta costruendo dalla metà degli anni Quaranta ad
oggi, non sembra andare bene perché, in definitiva, si limita a unire,
legandoli culturalmente, gruppi, ceti, classi, etnie, movimenti, religioni che
già erano insediati da noi da lungo tempo e hanno beneficiato dello statuto di eguaglianza in dignità riconosciuta dal
nuovo assetto politico istituzionale democratico, ma sembra insufficiente per costruire l’integrazione delle masse di migranti che, provenienti non
solo da altri continenti, ma da altre
culture, giungono tra noi rivendicando la medesima eguaglianza, come diritto
umano fondamentale. Che fare dunque? Che ne pensate? Innanzi tutto: vi
ponete il problema del che fare? L’attuale dottrina sociale, veramente tanto
diversa dall’antico clerico-fascismo che in Italia si produsse dopo la Conciliazione del 1929, ci impegna a pensarci. E quando
scrivo “ci impegna” significa che non
ci spinge solo a rifletterci sopra,
ma a progettare e costruire una nuova realtà sociale, in linea con i nostri
valori di fede: questo è politica.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San
Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli



