Il
senso dell’Azione Cattolica
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| Armida Barelli 1882-1952 |
[Da:
Gabriele De Rosa, Il movimento cattolico
in Italia - Dalla Restaurazione all’età giolittiana, Laterza, 1979 - non
più in commercio]
[…] nacque [1867] una nuova società, quella
della Gioventù cattolica. Giovanni Acquaderni e il conte Mario Fani di Viterbo
ne furono i fondatori, sotto gli auspici del gesuita Pincelli. Con loro
collaborò Alfonso Rubbiani, figura singolare di cattolico, prima legittimista e
papale fino a trovarsi sulle mura di Roma, insieme con Giuseppe Sacchetti a
difendere il papa, poi in rotta con gli amici intransigenti e partecipante alle
riunioni di casa Campello, che avrebbero dovuto concludersi con la fondazione
di un partito conservatore nazionale. Fervido ingegno e animo di poeta, finì per trovarsi da solo.
L’Acquaderni e il Fani non nutrivano intenti strettamente politici
come il Fangarezzi e il Casoni, ma prevalentemente religiosi. Il Fani aveva creato
a Viterbo un circolo intitolato a santa Rosa, che si proponeva di “formare
cattolicamente la gioventù”: fu il primo
circolo giovanile cattolico.
Un’idea analoga venne all’Acquaderni a Bologna.
I due decisero di unire i loro sforzi e di fondare la Società della gioventù cattolica italiana.
Acquaderni apparteneva alla generazione successiva a quella di Casoni e di
Fangarezzi, cioè “a quel gruppo di uomini coraggiosi che per la loro troppa
audacia erano finiti nella tagliola delle legge Crispi [legge 17-5-1866, che dava
al Governo poteri eccezionali in materia di sicurezza pubblica, che furono
esercitati anche contro le organizzazioni clericali] e che perciò avevano
dovuto scappare da Bologna”. L’esperienza passata di Casoni e di Fangarezzi
aveva consigliato ai due giovani cattolici, Acquaderni e Fani, a “una certa prudenza e l’indicazione di costituire (qualora la si
volesse fare) una società cattolica puramente religiosa escludendo
categoricamente ogni velleità di carattere politico”. Negli schedari della
polizia italiana, subito dopo l’annessione
di Bologna nel 1859, l’allora ventunenne Giovanni Acquaderni era
qualificato come “paolotto” e “clericale
reazionario”, perché insieme a Venturoli, Casoni ed altri aveva protestato in
piazza per le ingiurie lanciate contro il papa dall’ex cappuccino Giovanni
Pantaleo. Fra le prime idee dei giovani cattolici bolognesi furono: la
fondazione dell’Opera permanente del
denaro di San Pietro; una scuola da impiantarsi per i figli del popolo; l’esecuzione
del progetto presentato dalla “Civiltà Cattolica” in occasione del centenario
di san Pietro intitolato: Un nuovo
tributo a S. Pietro; diffusione di un libretto riguardante il Concilio
ecumenico [Vaticano I, indetto nel 1868 si sarebbe interrotto nel 1870].
Progetti ben lungi da “quell’orientamento battagliero” della defunta
associazione del Casoni. Il nuovo tributo a san Pietro, di cui parlava la
Civiltà Cattolica, consisteva in un “tributo d’intelletto e d’amore nell’obbligarsi
solennemente dinanzi a Dio a credere e a sostenere usque ad effusione sanguinis [da intendersi: fino alla morte come i
martiri] l’infallibilità del pontefice con un voto [da intendersi: voto
religioso, solenne promessa con impegno religioso]. L’infallibilità pontificia
non era stata ancora proclamata, e qui era il valore della proposta dei giovani
cattolici bolognesi, proposta che però non entrò nello statuto definitivo della
Società, perché l’assistente non ne ebbe l’approvazione dell’autorità
ecclesiastica.
Il 4 gennaio 1868 il programma della Società
della gioventù cattolica fu diffuso al pubblico. Esso incominciava con un attacco
alla framassoneria, a “quell’assemblea d’uomini senza fede e senza Dio, che fin’ora
sera tenuta fra noi nascosta per entro alle cupe tenebre di segrete congreghe”
e che ora “con arti subdole, mentite sembianze di libertà e progresso” cercava
di “corrompere le menti e il cuore massime della gioventù”. Passava a
denunciare l’azione di questi “uomini senza fede e senza Dio”, che avevano “invaso
e corrotto tutto”: dalla stampa all’università ai licei ai teatri alla
magistratura alla legislatura e che ora rivolgevano “gli sforzi più accaniti contro la cattedra
di Pietro, baluardo di verità, di giustizia e di santità” per togliere al papa
la “corona del principato terreno”.
Il programma della Società mirava ad una
rieducazione integrale della gioventù, ed in esso si riconosceva un forte timbro di fervore religioso e di
attaccamento alla causa papale. Nel linguaggio si appalesavano anche alcuni
caratteri dell’intransigentismo
[=atteggiamento di rifiuto politico del regime liberale in quanto ostile
al papa e dei propositi di unificazione nazionale italiana comprendenti la
città di Roma]: in particolare, in quella sua visione della realtà civile e
politica liberale, come se fosse frutto di solo intrigo massonico. Nulla si
riconosceva di buono, di utilizzabile nelle conquiste moderne.
L’Azione Cattolica, anche recentemente, fissa
la data della sua fondazione al 1867, collegando la propria esperienza a quella
della bolognese Società della gioventù cattolica. Più prudentemente, Ernesto
Preziosi, nel suo Piccola storia di una
grande associazione - L’Azione cattolica in Italia, editrica AVE, (ancora in commercio) inserisce invece quell'associazione
tra i precursori dell’Azione Cattolica.
In effetti, l’Azione Cattolica come al conosciamo
nacque molto più tardi, e nemmeno con la sua reale data di fondazione, nel
1906, con l’approvazione dei suoi primi statuti, ma con l’approvazione, nel
1909, dello statuto dell’Unione femminile, innestata nell’Azione Cattolica a
fianco delle altre organizzazioni che la componevano: l’Unione popolare
cattolica italiana, l’Unione cattolica italiana delle associazioni elettorali,
l’Unione Cattolica italiana delle
istituzioni economiche e sociali. L’Unione femminile ebbe uno straordinario
sviluppo in particolare a partire dalla fine della Prima guerra mondiale quando
venne istituita la Gioventù femminile, affidandone la presidenza ad Armida
Barelli. Al centro dell’azione della Barelli, secondo gli storici, vi fu l’emancipazione del laicato cattolico e
specialmente della donna nella Chiesa: questa
finalità è appunto al centro anche dell’Azione cattolica come la conosciamo.
In un mondo ancora dominato dalla componente maschile, in cui alle donne era
precluso il voto (in Italia poterono votare solo nel 1946) e in cui si riteneva
addirittura sconveniente la loro partecipazione al dibattito politico e
sociale, l’azione delle donne associate dell’Unione femminile ebbe un
rilevantissimo ruolo formativo, non solo verso le donne medesime, le
associate e quelle che venivano con loro
a contatto, ma verso tutte le masse cattoliche, in particolare attraverso l’azione
educativa della madri verso i figli e le figlie: nelle biografie di gran parte dei più importanti esponenti politici
cattolici che parteciparono alla costruzione della Repubblica democratica in
cui ancora viviamo troviamo infatti l’azione determinante di una madre. Tra i cattolici
si è quindi progrediti, dall’iniziale
prevalente, desolante e reazionario intransigentismo animato da un associazionismo laicale
interamente maschile, all'assimilazione della democrazia sociale e politica, in particolare fondata sull'idea di eguaglianza in dignità degli esseri umani, con il contributo importantissimo, di massa, delle donne: è
opportuno ricordarlo, ora, che componenti fondamentaliste del nostro laicato
vorrebbero anacronisticamente rinchiuderle nuovamente nei focolari domestici, ritenendole per
natura votate a questo ruolo e
distribuendo disinvoltamente scomuniche e patenti di filo-gender
ai dissenzienti.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
