Tra qualche settimana saranno sessant'anni che
vivo tra i cristiani, anche se ne ho conosciuto solo una piccola parte. Non
cessano di sorprendermi, come sempre mi accade quando incontro persone
religiose.
Mi sono familiarizzato con la loro teologia e
con i loro costumi religiosi. Ci sarebbero ancora tante cose da sapere su di
loro, ma la vita che mi resta non mi basterà, e da tempo sapevo che non mi
sarebbe bastata, per approfondire molto di più.
Che idea me ne sono fatta?
Ai tempi nostri chiunque se ne può uscire disinvoltamente dichiarando di non essere
credente. Ancora quando ero fanciullo non era così: la professione di ateismo
era socialmente disapprovata. Tutto è cambiato molto velocemente. Pensare di
fare a meno della fede religiosa mi dà un senso di vuoto. Non accade lo stesso
anche agli altri? Conosco poco questi atei di oggi. Conosco molto meglio i
credenti. E la loro vita mi coinvolge molto; mi affascinano soprattutto i
cristiani.
Uno dei
cristiani più interessanti che abbia
conosciuto è stato mio zio Achille Ardigò, professore all’università di
Bologna, sociologo. E’ stato il mio padrino di Cresima e finché è vissuto ha
svolto questo ministero con costanza e
sapienza. L’ho sempre preso come modello di vita religiosa. Mi aveva confidato,
per rincuorarmi, delle dure prove che la sua fede aveva subìto. Posso dire
quindi questo, anzitutto: il cristiano è uno messo alla prova.
E’ tanto più facile fare l’ateo, perché tutto
torna. La natura non mi ha mai confortato nella fede, perché è crudele. E il
cosmo mi è sempre apparso, nel suo precario equilibrio e nel suo muoversi verso
non si sa dove, senza senso. Ieri sera riflettevo con le mie figlie: nei
racconti sul Maestro non c’è n’è uno, che io ricordi, in cui egli si sia messo
in contemplazione di un panorama, ad esempio di quello intorno al “mare” di
Galilea, con le sue alture intorno, e abbia detto “Che bello!”. Invece a me
capita di farlo, al lago di Bolsena (tanto simile a quel “mare”), il quale però reca
le tracce di un’immane catastrofe naturale, dell’esplosione addirittura di
diversi vulcani: una realtà tutt’altro che pacificata. Ecco come mi appare la
natura: qualche istante di pace tra un cataclisma e l’altro, violenza e
distruzione, terre che sussultano e traballano, stelle e altri mondi, persino
interi universi!, che si scontrano e annichiliscono, esseri biologici che vivono
gli uni alle spese degli altri. Ma di tutto questo pochi di quelli che di
questi tempi si dichiarano non credenti mi pare abbiano consapevolezza. In
genere lasciano una sapienza antica per credere a delle favole, come la sorte,
il destino… Fuori di una visione di fede la nostra esistenza non mi pare abbia
molto senso. Sono però pochi gli atei
che sopportano questa verità e che, innanzi tutto, ne hanno coscienza.
In mio zio Achille la fede andava di pari
passo con la sapienza: parlando con lui ritrovavo il senso della vita. Egli ha
passato la sua vita a imparare cose nuove e a spingersi avanti con il pensiero
e l’azione, da scienziato e da credente: non c’era alcuna separazione tra queste
sue due dimensioni umane. “Avanti! Avanti!”, questo era, da ultimo,
mi hanno raccontato, il suo incitamento ricorrente ai miei parenti bolognesi.
Mi parlava della Gerusalemme celeste, la città beata che i cristiani attendono
dall’alto, e, allora, a me pareva veramente di vederla. E, insieme, mi spiegava
da scienziato sociale il progredire della società della nostra epoca: dedicando
tutto quel tempo solo a me nelle cene a cui periodicamente mi invitava, per tutto il tempo in cui fummo contemporanei.
Erano discorsi che faceva anche parlando
a platee molto più numerose, attente e appassionate, con tanti giovani: egli era la versione più vicina a un profeta che mi
è stato dato di avvicinare.
I cristiani, come in genere le persone
religiose, sono capaci di uno sguardo soprannaturale, vedono più di quello che
appare. Ma la visione dei cristiani è beata,
è l’appagamento di ogni autentica aspirazione umana, una volta compreso
l’inutile affannarsi e travagliarsi che è dietro a molto di ciò che si fa in
società. E’ questa beatitudine che porta alcuni a farsi monaci e a trovare in
quella vita particolare, totalmente religiosa, la pienezza umana. Per certi
versi anche mio zio Achille lo era diventato. Era tanto diverso dagli uomini del suo
tempo, e anche da me. Mi sembrava preservato da certe ordinarie tentazioni, in
particolare sesso, potere, avidità di denaro. Quelli che potevano apparire suoi
limiti, anche fisici, invece lo elevavano. La sua presenza faceva brillare le
cose intorno a lui, che apparivano come trasfigurate. Le sue stanzette di studio
negli appartamenti a Bologna e a Cervia mi apparivano da ragazzo il centro del
mondo: quando lo zio è morto, alcuni
anni fa, mi si sono rivelate come realmente sono. In quei giorni un giornalista
scrisse del suo piccolo appartamento di
fronte a un grande parcheggio, a Cervia, e si meravigliava di come tanti
brillanti giovani studiosi avessero ambito ad esservi ammessi come un grande
privilegio. E anch’io lo consideravo tale e vi entravo religiosamente. Avvicinando i cristiani si fa questa
esperienza di trasfigurazione, c’è intorno a loro come una luce che cambia le
cose. Insieme, naturalmente, alle
tenebre in cui la vita umana corre. Ciascun essere umano dalla
sua notte va verso la luce, scrisse il poeta Victor Hugo: versi che, premessi a
un romanzo che lessi in gioventù, mi sono rimasti sempre impressi, perché vi ho
visto il senso della mia vita, come quello delle vite di molti altri intorno a me.
Mi parve che ad un certo punto mio zio
Achille stesse subendo un lungo ostracismo tra i cristiani della sua città. Sembrava
che lo avessero rifiutato, dopo averne a lungo apprezzato il pensiero e l’esempio
di vita. E questa è un’altra cosa che ho osservato vivendo tra i cristiani:
sono capaci di odio e di risentimento, anche fra loro stessi. In questo non
sono diversi dagli altri. La storia lo
conferma. Vivono quindi in una sorta di costante contraddizione con la loro
fede. E l’evento fondativo della loro religione ruota intorno ad un’esecuzione
capitale, la Crocifissione del loro amato antico Maestro. Ogni cristiano è
sempre in qualche modo crocifisso. La sua vita è travagliata. Insegnano che è
così che deve andare, ognuno deve prendere la sua croce e trascinarsela dietro.
Il dolore è esperienza comune nella vita degli umani, diventa però croce nella visione di fede, perché
allora se ne proclama l’ingiustizia e, ciononostante, l’accettazione, nella speranza di un suo superamento, nel
compimento beato. Ogni lacrima sarà asciugata, si legge nelle loro Scritture.
E’ una specie di ribellione. Essa comporta anche il pentimento per il male
commesso: si vive in una costante revisione della propria condotta, in uno
stato di conversione basato su autocritica. E comporta anche la misericordia:
perché si capisce che questo male è un problema comune e che quindi si deve
sempre perdonare e chiedere perdono per poter provare a ripartire. Non tutti i cristiani dimostrano di
esserne capaci, ma se ne sono incapaci allora generalmente lo confessano come
una colpa da cui redimersi.
I cristiani hanno prodotto una complicata
teologia nella quale si perdono, perché è contraddittoria in tutto, al suo
interno e con ciò che è evidente intorno. Si impegnano a perfezionarla, ma va
sempre peggio. E’ accettabile solo se la si guarda da lontano: avvicinando le
questioni sorgono invece gravi problemi. Storicamente questo si è combinato con
la cattiveria di cui i cristiani sono capaci al pari degli altri esseri umani e
ha prodotto istituzioni perverse. La teologia accademica ed ecclesiastica ha
resistito e resiste in genere ai tentativi di riforma basati sulla
misericordia. La migliore teologia mi pare però quella che parte da
quest’ultima, perché, sebbene anch’essa contraddittoria, resiste ai tentativi
di mostrarne i limiti, perché la misericordia è un’esigenza profonda dell’animo
umano.
I cristiani danno il meglio di sé
nell’esperienza della famiglia. In sé essa è poco importante per la loro fede,
in particolare se ne occupò poco il loro Maestro. Ma è proprio nell’esperienza
di famiglia che i cristiani riescono talvolta a superare la vita di belva che è anche in loro come in ogni essere umano. Di questo
hanno fatto tesoro per sviluppare concetti fondamentali della loro teologia,
dove incontriamo paternità, maternità, fraternità come dimensioni
soprannaturali. E, anche da ultimo, sono arrivati a sognare un genere umano
trasfigurato in un’unica famiglia. La famiglia è il luogo privilegiato delle
opere di misericordia. Realtà con una base naturale nell’essere belve tra le
belve, e questo aspetto costantemente emerge nelle relazioni tra i sessi e con
la prole, i cristiani ci hanno lavorato molto su costruendo di epoca in epoca
modelli particolari di famiglia nei quali l’accettazione dell’umanità altrui è diventata particolarmente intensa. Ed è vero che la fede religiosa corre nei rapporti
familiari; è stato vero in particolare per me, ma anche per molti altri credo.
E tuttavia la consapevolezza del lato di belva che c’è nelle faccende
riproduttive delle quali la famiglia è permeata ha portato i cristiani ad
immaginare una perfezione fatta solo di quel bene amorevole che sopra quelle
relazioni naturali si è riusciti a costruire, escludendo il resto: tentativi in
genere destinati all’insuccesso, perché insieme all’animalità che c’è in certi
rapporti umani ci si priva della tenerezza, che poi sostiene la misericordia, e
ci si può fare poco. Da questo deriva che la teologia dei cristiani sulla famiglia non è in
genere all’altezza delle famiglie
cristiane come in concreto sono e addirittura finisce per ostacolarle, è loro
nemica. Ho constatato ad esempio che quella teologia ha provocato molta
sofferenza nei coniugi cristiani. Ma, come in genere tutta la teologia cristiana, anch’essa fa resistenza
alla riforma. Si teme l’animalità che potrebbe celarsi dietro la misericordia, ma così si distrugge la tenerezza nei rapporti umani.
Nel pensare Gerusalemmi celesti i cristiani
hanno espresso un importante pensiero sociale e molte e complesse istituzioni.
Queste ultime, in particolare quelle specificamente religiose, sono state
spesso di qualità mediocre e non di rado hanno costituito e ancora
costituiscono un ostacolo alla fede, specialmente quando inglobano teologie
inumane e prevaricatrici che resistono alla riforma. Ma la misericordia e la
capacità di pentimento e conversione, ciò che con parola ebraica viene definito
teshuvà, così come l’ansia di rinnovamento,
e l’anelito a relazioni umane piene di tenerezza come nelle famiglie più
appagate, hanno spesso compiuto il miracolo di far intravedere mondi nuovi e concretamente possibili, diversi dall’esistente, che in genere ricade prima o poi nella natura delle
belve umane ed è travaglio di lotta mortale di tutti contro tutti. Così
sorprendono certe costituzioni ideate dai cristiani: disegnano infatti mondi
benevoli in cui sarebbe bello vivere, dove la persona umana è sacra, il lavoro
è sacro, il pane è sacro, la casa è sacra.
E che dire del Dio dei cristiani? Confessano
di non averlo mai visto, ed è anche la mia esperienza. In questo mi sembrano
sinceri. Ne hanno sentito parlare dal loro Maestro e da coloro che ne hanno
tramandato nei secoli gli insegnamenti. Molti santi, riconosciuti come i più
nobili tra i credenti, hanno descritto esperienze interiori prive della consolazione
dell’unione mistica con la divinità. Quando un cristiano dice di credere in genere non parla di certezze, ma di speranze. La tenerezza della
misericordia, l’anelito di tutti e per tutte le vite, le sorregge. Spesso si
crede per ribellione contro un esistente inaccettabile, a cui non ci si vuole
piegare: la nostra natura di belva. L’agàpe,
il nome religioso cristiano della benevolenza
universale, evoca l’immagine di un lieto convito in cui ci sia posto per tutti,
nessuno escluso. Nei momenti di sfinimento della continua lotta in cui ciascuno
di noi è, in fondo, sempre impegnato, c’è l’anelito a qualcosa di simile. E
invece la realtà commerciale corrente propone solo occasioni di eventi esclusivi. Qualcuno rimane quindi sempre
escluso, è la regola delle società di belve, il contrario dell’agàpe.
Per tutta la sua vita mio zio Achille ha
cercato di essere un mistico, si è veramente sforzato di esserlo. E io ho
cercato di imitarlo. Ma la realtà fa resistenza. A chi mi interroga sulla mia
fede, dico che è pura ribellione, non visione. Quest’ultima mi è impossibile,
anche se a volte vedo con gli occhi degli altri credenti. La religione quindi mi è preclusa senza compagni. Penso che
mi sarebbe molto difficile essere un monaco.
E se mi chiedessero “Dopo una vita intera tra i cristiani, tu chi sei?”, risponderei che mi piacerebbe essere riconosciuto
come cristiano. E a chi mi nega questo riconoscimento, per la difficoltà di
inquadrarmi in una qualche categoria religiosa, oppongo la realtà giuridico-canonica
del mio battesimo, per la quale nessuno ha l’autorità di revocarmelo. Nemmeno
io stesso potrei sbattezzarmi. Ma certo questo non mi basta: l’essere
registrato indelebilmente in un qualche stato civile superno. Posso però dire
che nel meglio che posso dare in termini di umanità tendo ad apparire come una
persona di fede, e questo mi piace: ma
riuscirò poi a perseverare? Dio mi aiuti nella mia incredulità e nella mia incapacità di agàpe. Spero nel Dio dei cristiani per ribellione. La mia
fede è una rivolta. E tanto più lo è quando si fanno più evidenti i limiti
della mia umanità fisica, nella malattia, nella vecchiaia. Non è quindi una fede pacificata e pacificante. E’ ad
esempio molto distante dal modo francescano di essere persona religiosa. E
quanto più mi rendo conto di questo, tanto più avverto la necessità di essere
religioso, quindi di seguire una regola, una via aperta da altri compagni, da percorrere con loro. Ma
invecchiando diventa anche più difficile la tenerezza, che era così a portata
di mano da ragazzo; è quindi più difficoltoso avere compagni proprio quando
umanamente se ne avrebbe più bisogno. Al vecchio è spesso difficile la
misericordia proprio perché è privato della tenerezza umana. E, in definitiva,
il destino di chi vuole rimanere persona di fede invecchiando mi pare allora
quello di divenire monaco, come sostanzialmente diventò mio zio Achille sul
finire della sua vita, ma forse anche prima. Vidi che mio zio ci si preparava
con disciplina e rigore, nella meditazione delle Scritture e degli autori
religiosi. Lo manifestava, in particolare, nel suo atteggiamento di preghiera,
che a me riesce invece tanto difficile.
Ho vissuto tra i cristiani anche questo
Natale. Mi piace molto quando cantano insieme. Non sempre i canti sono granché, ma questo cantare insieme mi
coinvolge. La fede, nella sua essenza ultima, mi appare come un canto corale.
Si canta la gioia della fede, perché la fede è anche gioia e nella gioia si
appare come persone di fede. Nella liturgia di ieri sera sono risuonate le parole di
Leone Magno: “Riconosci, cristiano, la tua dignità e, reso partecipe
della natura divina, non voler tornare all'abiezione di un tempo con una
condotta indegna. Ricòrdati chi è il tuo Capo e di quale Corpo sei membro. Ricòrdati che, strappato al potere delle tenebre, sei stato
trasferito nella luce del Regno di Dio.”
Perché ci nacque quel bimbo della Natività, Dio bisognoso della nostra
tenerezza, a dimostrare che è in questa tenerezza umana, che si espande all’infinito,
il fondamento di tutto, e anche di ogni nostra vera gioia. Esperienza umana, naturale, questa di tenere tra le mani un bimbo, che anch’io feci da giovane padre e il cui ricordo ancora mi coinvolge. Vi vedevo infatti molto più di ciò che appariva. Posso
dire questo in conclusione: essendo vissuto tanto a lungo tra i cristiani tendo
ad essere una persona religiosa, anche se il risultato è quello che è, una
pallida e incerta imitazione dei migliori.
Buon Natale a tutti!
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte
Sacro, Valli.
