Chiamate
Ho due figlie che si sono formate alla fede
interamente nella nostra parrocchia. Sono quindi stato anche il padre di due
bambine del catechismo. Nessuno mi ha mai coinvolto in questo lavoro. L’avessero
fatto, avrei detto di no? Non posso rispondere per il me di allora. So che
venivo dall’Azione Cattolica e che probabilmente, con un qualche
aggiornamento e seguìto dai sacerdoti,
avrei forse potuto dare una mano.
Il problema in religione è che qualche volta
manca una chiamata al momento giusto. E uno dei momenti giusti per un genitore
è quando ha dei bambini in età da primo catechismo e il porta in parrocchia per
questo. Prima spesso è troppo presto,
dopo è quasi sempre troppo tardi. A un cinquantenne mancano le
forze, a un ventenne possono mancare il tempo e la motivazione. Se uno però ha
dei figli piccoli e li porta al catechismo, significa che dietro c’è già molto:
desidera una formazione religiosa per i suoi figli e chiede aiuto, capisce che
in quel campo non può fare solo da sé. E aggiungo: uno può essere anche un
pozzo di scienza in campo religioso, ma non può fare solo da sé, anche se a
volte si fa di necessità virtù. Posso dire, ad esempio, che nella formazione
religiosa di primo livello delle mie figlie ci ho messo del mio e che, molto
probabilmente, senza questo mio apporto non sarebbe andata a buon fine. Posso
dire lo stesso per mia moglie. Infatti
nel catechismo parrocchiale delle mie
figlie sono stati fatti diversi gravi errori educativi. Adesso una delle mie
figlie fa la catechista in parrocchia ed essendone consapevole, avendoli
vissuti e sofferti sulla sua pelle, spero
che non li ripeterà. In qualche modo si è inaugurata una tradizione parrocchiale
in materia catechistica: una che ha fatto il catechismo da noi è poi diventata
catechista da noi. Non che una persona che viene da fuori non possa fare bene:
ma è un’altra cosa. Il lungo periodo di formazione dei giovani prima di
iniziare a lavorare, e in Italia in questa fase stanno spesso presso i
genitori, consente talvolta un’esperienza che era normale all’epoca in cui i
laici iniziarono a collaborare nella formazione religiosa dei più piccoli, più
o meno a inizio Novecento, quando ci si spostava molto meno per lavoro: uno ha
l’opportunità di fare il catechista dove ha frequentato il primo catechismo.
Quando sono tornato nel quartiere, dopo circa
tre anni di lontananza per lavoro e con una bimba neonata, la parrocchia non mi
era familiare, se non per ricordi d’infanzia: da ragazzo mi ero formato alla
fede in quella degli Angeli Custodi, a piazza Sempione, tra gli scout dell’ASCI.
Ma era stato determinante anche il
contatto con il cattolicesimo bolognese, attraverso mio zio Achille, sociologo
in quella città e un tempo piuttosto apprezzato nella sua Chiesa locale. Il legame
superficiale con la parrocchia non faceva emergere i problemi. Quando però ho
portato la mia figlia maggiore da noi per il catechismo, ho capito che non era
più posto per me, che sarei stato appena tollerato, se però avessi tenuto la
bocca chiusa. Era in corso un particolare esperimento comunitario, che aveva
richiamato da noi anche molta gente da fuori e che divergeva nettamente, esplicitamente e addirittura polemicamente da tutto ciò di
cui ero stato partecipe. E non sto qui a dilungarmi, perché ne ho molto scritto
in interventi precedenti e poi mi pare che sia diventata un po’ acqua passata,
per cui non c’è nemmeno più l’utilità attuale di tirar fuori certe memorie
spiacevoli.
C’è un problema tra noi, che è analogo a
quello dell’intera città: fare della gente una cittadinanza, partendo dalla
condizione di semplici utenti di servizi. Questo significa la consuetudine di un dare e di un ricevere al di fuori di
rapporti mercantili, nei quali ciascuno vuole sempre ricevere il più possibile
dando il meno possibile. E’ la logica del volontariato civico, tanto sviluppato
in Italia da essere divenuto una vera e propria caratteristica nazionale. Lo
abbiamo visto nei tragici eventi di quest’anno: c’è sofferenza e la gente
accorre, si organizza. Chi glielo fa fare? Una parte importante del servizio
nazionale di Protezione civile è strutturata su queste basi. Ricordo di aver
notato con grande soddisfazione che i miei capi scout agli Angeli Custodi erano
tutti inquadrati nella Protezione civile. Una volta facemmo un’uscita con un
accesso in una grotta e portarono i caschetti della Protezione civile, io me ne
misi uno e non volevo più lasciarlo. Quello della Protezione civile è un
servizio faticoso che può anche diventare rischioso: perché la gente lo fa
gratuitamente, volontariamente? E da qui che penso si debba ripartire per
riorganizzare un contesto civile, anche in parrocchia, dove bisognerebbe
suscitare un senso di cittadinanza religiosa, di appartenenza partecipe,
amicale, attiva.
Il ruolo dei genitori dei bambini del
catechismo è solo quello di portare i figli e di venire a riprenderli? Così li
lasciamo nella condizione di semplici utenti. Sono persone di trenta, quarant’anni,
le forze che mancano in parrocchia per far riprendere la vita religiosa di
quartiere come esperienza di massa, non come serra di specie selezionate. C’è
una chiamata per loro? E chi dovrebbe chiamare? Ah, ma tra i cattolici questo è
compito dei sacerdoti! Hanno il carisma e l’autorità per farlo. Nessuno li può
sostituire in questo, con i nostri attuali statuti religiosi. La gente che già
è più coinvolta in parrocchia deve innanzi tutto non ostacolare questo lavoro.
Prima dell’era attuale, ho notato che si era molto sospettosi con la gente di
fuori, che era poi semplicemente la gente del quartiere che si avvicinava per
qualche motivo alla parrocchia. Nessun laico dovrebbe sentirsi autorizzato a scrutinare l’altra
gente per decidere chi sta dentro e chi sta fuori. Perché altrimenti la
chiamata di cui ho parlato viene guastata da un ambiente ostile. In questo c’è
necessità di quella ecologia civile di cui si legge nell’enciclica Laudato si’.
Costruire una tradizione… Passare costumi e
convinzioni da genitori a figli: la fede è fatta anche di questo. Non iniziamo
mai da capo. E questo anche se nel tramandare mettiamo anche del nostro.
Diffido di quelli che propongono di distruggere tutto per poi ricostruire dalle
macerie. Non è così che mi hanno insegnato a proporre la fede agli altri. In
religione si fa i conti con una lunga storia che è importante nel bene e nel
male che si è fatto: bisogna averne consapevolezza per non ripetere gli errori
del passato. E’ il lavoro di purificazione
della memoria, sul quale siamo stati chiamati ad esercitarci a partire dal
Grande Giubileo dell’Anno 2000. A volte invece è come se si pensasse che in
religione c’è stata una degenerazione, in particolare dopo l’ultimo Concilio, e
che si debba correggere, e innanzi tutto demolire, non si sa bene quali eresie, cominciando con il tenere lontano i dissenzienti o i recalcitranti. E’ così che
poi si cerca di imporre certe immaginifiche restaurazioni, che ci rendono
inadatti ai tempi nuovi, quindi inutili, sprecando tanto lavoro di
aggiornamento che si è fatto in questi ultimi cinquant’anni, per costruire poi
esperienze comunitarie per pochi, da cui la gente se può fugge, in particolare
i giovani. E poi questo passato che si vorrebbe proporre, a correzione del
nuovo che c’è stato in questi anni, non è il vero passato, del quale o non si
ha memoria veritiera o se la si ha se ne rifugge con orrore, ma una specie di neo-passato,
qualcosa che non c’è mai stata veramente, una completa rivisitazione abbastanza
arbitraria della storia di fede.
Un tradizione vive in un popolo e nella sua
fede. Ma se diffidiamo della gente che si avvicina noi e la teniamo lontana,
che tradizione costruiamo o pretendiamo di ravvivare? E perché poi ci stupiamo
se i bambini del catechismo ci lasciano presto, appena possono sottrarsi all’autorità
dei genitori? Teniamo lontano i genitori e allora poi si allontanano anche i
figli. Si perde una tradizione. E senza una tradizione si deve sempre ripartire
da capo, ciò che nella nostra fede non solo non
è possibile, ma non è neanche ammesso. Si sogna di essere tra i pagani del primo secolo della nostra era e invece
viviamo tra masse cristiane che hanno solo bisogno di riscoprire il filo di una
tradizione di fede.
Concludo riportando alcuni brani tratti da
una meditazione di Paolo Giuntella, “Racconto
del «tesoro» di un popolo”, inserita nel prezioso libretto “Il gomitolo dell’alleluja - Di padre in
figlio il filo della fede”, edito da AVE, l’editrice dell’Azione Cattolica,
€9,00, attualmente in commercio:
“Questa piccola raccolta di brevi meditazioni
su temi apparentemente, solo apparentemente, non collegati tra loro può
sembrare quantomeno strana. Ma ha, invece, le sue giustificazioni e il suo filo
conduttore.
La prima giustificazione è un furto. Un furto
tra le carte di mio padre e la scoperta di una meditazione sul Pater non
destinata alla pubblicazione e che riassume il senso di una vita e quel «trapasso di nozioni» della fede, come il
maestro dei novizi in un monastero, che da lui e da mamma abbiamo ricevuto in
famiglia. Il cuore vissuto della grande questione dell’«educazione cattolica», quella catechesi
quotidiana che crea le radici e trasmette la coscienza d’appartenere non a una
società perfetta e ipostatizzata, non a una «religio» astratta, ma a un popolo, a quel
popolo di Dio che cammina dai tempi di Abramo e che continuerà a camminare fino
alla Parusìa.
C’è tra le generazioni, un linguaggio diverso
per esprimere la fede, che nasce da formazioni culturali, da esperienze
personali, da situazioni e memorie storiche diverse, e che pure approda agli
stessi noccioli duri: la croce, l’Eucaristia, la vita eterna, la carità, il
travaglio tra la tensione alla sequela e i tradimenti quotidiani, tra la
ricerca dei sentieri alla santità e i
limiti meschini delle proprie ribellioni. E c’è questo mistero immenso del
popolo che, nonostante tutto, cammina, compie un pezzo di sentiero in più nell’esodo
cosmico verso il punto omega, la contemplazione della signoria di Cristo. Non
per meriti propri, ma per la trasmissione di questo «filo rosso» della fede che
parte dal Padre e passa per i «padri», e dunque anche per
la lunga storia delle famiglie, dalla famiglia di Abramo alle nostre fino al
compimento della storia. Ho sempre pensato che il richiamo ai «padri» dell’Antico
Testamento e di Stefano negli Atti non fosse soltanto il richiamo ai sacerdoti
e ai profeti del popolo, ma proprio a tutti gli «antenati», a tutte le donne e gli uomini del
popolo di Dio che hanno trasmesso il testimone della fede, essi stessi «maestri» (e quante volte «dottori» della fede pur senza cattedre e
pulpiti).
Per questo ho sempre ascoltato con molta
commozione, nella messa di Natale, la lettura della «genealogia» di Gesù di
Nazaret, che sembra fondare subito, proprio attraverso quei nomi, e il mistero
dell’Incarnazione in tutta la sua concretezza, e la sacerdotalità del popolo di
Dio, quasi che le parole della Lumen Gentium siano scolpite con le stesse
pietre calpestate dagli «antenati» di Gesù e poi da tutti i suoi discepoli,
quasi che le parole della costituzione conciliare evochino quei nomi e
profumino dei venti della Palestina.
Ho vissuto con particolare forza questo
senso della «trasmissione delle nozioni»
della fede, le radici alle quali ero stato allevato, incontrando uomini e donne
delle «opere», cioè della testimonianza, riconoscendovi quel racconto della
storia del popolo, quel «raccontare la fede», da Giuditta, Sara, David, Giosuè,
Giobbe, Giona, Mosè, Matteo, Giovanni, Paolo, Francesco, Thomas Becket, Tommaso
Moro, Filippo Neri, il santo Curato d’Ars, Benedetto Giuseppe Labre, Pier
Giorgio Frassati, Massimiliano Kolbe, Edith Stein, Charles de Foucauld,
ricevuto in famiglia. Ecco dunque il «legame»: quando mi è capitato d’incontrare la «santità» in
cammino sulle strade, mi è parso di «ri-conoscere» persone che in realtà avevo
già conosciuto nel racconto della fede ricevuta, anche se avevano altri nomi”.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San
Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli