Laudato si’: pensare la globalizzazione in una
visione di fede
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| Stasera, in sala rossa, il secondo incontro sull'enciclica Laudato si' |
Se la religione ha tante controindicazioni,
come dimostra la lunga e tragica storia della nostra confessione, perché non
farla finita?
Storicamente lo si è tentato nei vari regimi
comunisti che hanno avuto corso nel mondo, a partire dalla rivoluzione
sovietica del 1917. Le religioni propagandavano falsi miti per mantenere la
sottomissione della masse lavoratrici a oligarchie dominanti? Vietiamole o,
almeno, contrastiamole impendendone la propaganda, controllandone i ministri,
opponendo loro un ateismo militante! Tutto questo non ha funzionato, le
religioni sono sopravvissute anche in quei regimi. Fondamentalmente perché
rispondono a una necessità dello spirito umano. Inoltre, nell’esperienza
storica, si è capito che le religioni possono essere riformate e che, anzi, ne
è necessaria una riforma costante, un aggiornamento. In particolare questo può
dirsi della nostra religione, che è fondata sull’idea di un far nuove tutte le cose, di un
mondo di prima che è destinato a cedere il passo a un mondo
nuovo.
Molte grandi anime sono state e sono religiose, vivendo quindi una vita di
fede seguendo certe modalità espressive del loro tempo. Infatti una
religione, ma anche la fede che ne è all’origine, non si inventa. Quindi si deve
sempre fare i conti con la storia, che è fatta di bene e di male, perché è
animata da esseri umani e negli esseri umani c’è il bene e c’è il male. Ogni
vita umana dalla sua notte va verso la luce, scrisse il poeta francese Victor
Hugo (1802-1885). E spesso la vita di fede
è descritta come un andare verso la luce. Anzi nelle nostre Scritture si
legge che l’Onnipotente stesso è luce. Da adolescente, quando ebbi problemi con
la fede che mi era stata insegnata da piccolo, un sacerdote amico di famiglia
mi scrisse che sperava che un giorno mi sarei aperto alla luce.
Nella vita umana c’è più di quello che
appare. La realtà sociale, economica, politica, l’urbanistica: tutto questo non
esaurisce l’esperienza umana. Si studiano le biografie dei grandi e si scopre
che in genere anche loro ne erano
convinti. E non è vero che la fede
religiosa sia per gli incolti, perché essa ha espresso ed esprime un grande
pensiero. La nostra fede evoca l’unità del genere umano. La si intuisce, ma le
vie per realizzarla sono tante: come raggiungere l’unità percorrendole? Non
sarebbe meglio progettare un’unica via? Questa è stata la tentazione di sempre
nelle religioni. Finora tutti i programmi religiosi totalitari non hanno
funzionato. Se però ci si incontra e ci si parla cercando di realizzare
l’agàpe, il benevolo convito che non esclude nessuno, spesso ci si intende e,
pur nella diversità delle esperienze, si possono condividere certe finalità di
bene.
Chi ha vissuto la fede religiosa e poi l’ha
abbandonata in genere, prima o poi, al di là di certe baldanzose proclamazioni,
vive questa esperienza come un senso di vuoto e di mancanza. Recuperare una
fede perduta da tempo può essere difficile, a volte non c’è più abbastanza vita
per farlo. Ma è anche più difficile per chi la fede non l’ha mai vissuta e,
avvicinandola da fuori, se ne sente attratto. La fede non è solo emotività
superficiale, comporta una sapienza che si apprende. Altrimenti rimane solo a
livello spettacolare, come quando si va a teatro o al cinema e si provano delle
emozioni. La nostra Chiesa dovrebbe appunto servire a condurre le persone verso
la fede. Lo si fa costruendo relazioni che si vorrebbero progressivamente
estese a tutto il genere umano, che non comprende solo i viventi di oggi ma
anche quelli a venire e anche la storia di coloro che li hanno preceduti. La
fede è portata ai popoli, con la loro storia
e il loro futuro. Non è medicina dell’anima ad uso individuale: assunta
così non funziona più. Dà sempre una prospettiva che supera la vita personale.
Ti trae dall’angoletto della società in cui sei in qualche modo incastrato e ti
proietta verso la grande storia dell’umanità. Questo è vero anche per
l’esperienza delle famiglie, che alcuni vorrebbero limitata a mamma, papà e
figli. L’esperienza della famiglia è sempre sociale: del resto come pensare un
avvenire ai propri figli senza interpretare il futuro della società in cui si è
immersi? Ed in effetti storicamente incontriamo nelle società umane molti
modelli di famiglia, come anche molti modelli di persona umana: ce ne parlano
gli antropologi, anche se spesso non li stiamo ad ascoltare e preferiamo
pensare che si debba tendere a un unico tipo di famiglia e a un unico tipo di
persona umana perché sono quelli naturali.
Quindi vivere la fede è anche pensare una società e ai tempi nostri c’è
l’opportunità di pensarla molto in grande, tanto da comprendere tutti i popoli
della terra. Infatti siamo nell’era della globalizzazione,
che significa appunto una rete di relazioni umane a livello mondiale per cui ci
scopriamo tutti interdipendenti, senza che nessun popolo della Terra possa dire
di bastare a sé stesso. Un esempio di come pensare la globalizzazione in una
visione di fede è costituito dall’enciclica Laudato
si’ , diffusa nel 2015 dal papa Francesco. La sua caratteristica principale
è quella di affidarsi religiosamente a un compimento beato della nostra storia,
quindi anche delle opportunità offerte dalla globalizzazione, con i suoi tanti sovvertimenti e rimescolamenti
sociali contro i quali molti profeti di sventura vorrebbero prevenirci:
243. Alla fine ci incontreremo
faccia a faccia con l’infinita bellezza di Dio (cfr 1
Cor 13,12) e potremo
leggere con gioiosa ammirazione il mistero dell’universo, che parteciperà
insieme a noi della pienezza senza fine. Sì, stiamo viaggiando verso il sabato
dell’eternità, verso la nuova Gerusalemme, verso la casa comune del cielo. Gesù
ci dice: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose» (Ap 21,5). La vita
eterna sarà una meraviglia condivisa, dove ogni creatura, luminosamente
trasformata, occuperà il suo posto e avrà qualcosa da offrire ai poveri
definitivamente liberati.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente
papa - Roma, Monte Sacro, Valli
