Informarsi per decidere consapevolmente e responsabilmente:
un impegno ogni giorno più urgente. Il referendum costituzionale del 4 dicembre
prossimo è l’ultimo “freno di emergenza” costituzionale
Si studia la riforma
costituzionale e si giunge ad una decisione di voto. Questo è il percorso
giusto da seguire.
In questi giorni parlo alla gente della riforma e noto
invece che in genere si vuole sapere come votare prima di conoscere la legge di
revisione. Sembra che addirittura nove su dieci siano in questa situazione.
Mancano diciannove giorni al referendum. Il tempo è poco per informarsi e
chiedere chiarimenti (la maggior parte delle persone ne ha necessità). Ma è
ancora possibile farlo. In coscienza ritenete di saperne abbastanza?
Vorrei segnalare alcuni temi.
La riforma costituzionale incide profondamente sul nostro
sistema istituzionale, tanto da configurare una vera e propria Terza
Repubblica. E' effettivamente una riforma epocale. Essa non è stata ideata
dall'attuale Presidente del Consiglio, che si è limitato a seguirne gli
ideologi e a imprimere forza politica al processo legislativo che l'ha
prodotta.
L'esposizione chiara, lucida, inequivocabile, delle
finalità della revisione costituzionale si trova nel libro di Stefano Ceccanti,
"La transizione è (quasi) finita". Ceccanti chiarisce che la riforma
della legge elettorale della Camera dei deputati è una parte fondamentale della
riforma. Su di essa però non potremo decidere al referendum del 4
dicembre.
La posizione del Governo viene molto rafforzata, ma non del
tutto esplicitamente, mediante diverse disposizioni il cui effetto combinato
non è facile capire. Non sono d'accordo con chi dice che non vengono toccati i
poteri del Governo: in effetti vengono ampliati. Ma è vero che ad uno sguardo
distratto può sembrare che tutto rimarrà come prima. Non è così. L'esposizione
più chiara degli aspetti critici della riforma l'ho trovata nel libro di
Gustavo Zagrebelsky "Loro diranno, noi diciamo", disponibile anche in
e-book. Leggendo i libri di Ceccanti e di Zagrebelsky si può avere un panorama
sufficientemente completo della riforma.
La transizione ad una Terza Repubblica si basa su tre
principi. Il primo: una Camera dei deputati come Camera maggiore, la sola a
votare la fiducia al Governo, controllata da un partito
"maggioritario" per effetto della riforma della legge elettorale di
quell'organo. Il partito maggioritario è un partito che ha una solida
maggioranza assoluta nella Camera che deve votargli la fiducia. Una situazione
così non si è mai verificata nell'Italia della Repubblica democratica. Il
secondo, appunto: la fiducia al Governo votata solo dalla Camera dei Deputati.
Il terzo: il Governo arbitro assoluto dell'interesse nazionale nei confronti
delle autonomie locali attraverso una modifica di dettaglio ad una disposizione
costituzionale. Una volta accettati questi principi, la configurazione del
Senato era un problema secondario e il risultato della riforma in questa
parte è dipeso dalla volontà dei riformatori di arrivare ad un accordo politico
con il centrodestra sulla legge di revisione, che c'è stata all'inizio
dell'iter legislativo della revisione costituzionale e che poi non c'è stata
più. L'attuale Senato assomiglia un po', quindi, al Senato previsto dalla
riforma costituzionale del 2005, non confermata da un referendum costituzionale
del 2006. Ma è solo una superficiale assonanza, perché i sistemi istituzionali
delle riforme del 2005 e del 2006 sono di orientamento opposto: federale il
primo, accentratore il secondo.
Va aggiunto che il partito che ha promosso la riforma
controlla attualmente la maggior parte delle Regioni e quindi i riformatori
prevedevano un Senato, eletto nella massima parte dai consiglieri regionali,
coerente con una Camera dei deputati controllata dal loro Governo.
Quindi: un partito maggioritario organizzato intorno a un
Governo forte che non trova ostacoli nell'approvare un progetto di
"riforme", che allo stato però non è ben esposto, senza più la
necessità di cercare l'alleanza con partiti minori e transfughi di altri
partiti. Va aggiunto che, con il vento favorevole, il partito maggioritario
potrebbe riuscire a eleggere un proprio Presidente della Repubblica e ad
ottenere una maggioranza favorevole alla Corte Costituzionale, per effetto di
altre modifiche di dettaglio della legge di revisione. Questo effetto di rafforzamento
dell'azione di governo è proprio quello che i riformatori e lo stesso
Presidente del Consiglio dichiarano di voler ottenere. Non l'hanno nascosto: è
un punto fondamentale della loro propaganda elettorale.
Il problema è che attualmente non esiste un chiaro disegno
riformatore e una base sociale disposta a sostenerlo. Prevale infatti
l'antipolitica, il voto di protesta analogo a quello che ha determinato
l'inaspettato esito delle presidenziali statunitensi. Il rafforzamento
dell'azione di governo è quindi artificiale. Questa è l'obiezione principale
che fin dagli anni '80 venne posta ai precursori degli attuali riformatori.
Questi ultimi pensano di riuscire a coalizzare un consenso politico
"dopo" la riforma, intorno al giovane attuale Presidente del
Consiglio, che ambisce a percorrere una storia politica analoga a quella del
britannico Tony Blair. Di fatto, quando si parla di "riforme" in
dettaglio, e lo si fa di rado, si capisce bene che saranno "dolorose"
per molti, perché andranno ad incidere sui diritti sociali. Un Governo che
andasse deciso per quella strada, andando d'accordo solo con "chi ci
sta" e forte della sua maggioranza parlamentare di controllo,
probabilmente si troverebbe a fronteggiare, ma anche a produrre, un rilevante
scontro sociale.
Un'ultima questione: la riforma, ideata per un preciso
partito, potrebbe mandarne al potere, stando agli attuali sondaggi, un altro.
Quando si valutano riforme di questa portata bisognerebbe ipotizzare che
accadrebbe se favorissero gli avversari. Penso che ora i riformatori siano
terrorizzati da certe prospettive. Ma ormai non c'è più tempo per correzioni e
il Presidente del Consiglio ha deciso di giocarsi il tutto per tutto, secondo
il suo costume, che finora gli ha aperto la strada in un mondo politico
storicamente piuttosto bloccato. Il destino dell'Italia è affidato, in
definitiva, solo al prossimo referendum costituzionale, l'ultimo dei
"freni costituzionali d'emergenza" disponibili. Ecco la necessità di
una scelta consapevole, informata. Sarebbe sbagliato il voto di protesta o
decidersi seguendo la personalità verso la quale si sente maggiore afflato
emotivo. Si tenga conto che, varata la riforma, le eventuali correzioni
dovrebbero farsi con le nuove regole ed esse saranno più difficili di oggi. Infatti,
nell'intenzione dei riformatori la revisione costituzionale di quest’anno
dovrebbe essere piuttosto stabile. E' per questo che hanno previsto che le
future riforme costituzionali debbano farsi con procedimento bicamerale, con il
concorso, come ora, di Camera dei Deputati e Senato. Attesa la struttura molto
diversa dei due organi costituzionali dopo la revisione costituzionale, nel
nuovo sistema istituzionale sarà difficile coalizzare un sufficiente consenso
parlamentare per future revisioni.