Difficile
comunità
Non so se nei seminari si insegni ai futuri
sacerdoti a fare quello che serve in San Clemente papa. Probabilmente lo si fa
nella vicina università salesiana, negli insegnamenti di catechetica.
Ricostruire una comunità, e non solo quella religiosa…
So
che se ne discute alla Gregoriana.
Si tratta di due centri di formazione internazionale in cui la gente che ci va a studiare porta l’esigenza di nazioni lontane di contribuire alle nuova civilizzazione della politica, come base sociale per un ambiente favorevole allo sviluppo della fede. Dell’Italia si ha, in genere, un’immagine diversa, ma i problemi sono più o meno gli stessi. Si è vissuto un potente riflusso nel privato, una disarticolazione della società in tutte le sue componenti, per cui oggi non si sta più stare insieme in modo produttivo e in un’ottica di fede emerge come realtà sociale prevalente quella della famiglia, vista per di più al modo del passato, secondo un modello autoritario e maschilista.
Si tratta di due centri di formazione internazionale in cui la gente che ci va a studiare porta l’esigenza di nazioni lontane di contribuire alle nuova civilizzazione della politica, come base sociale per un ambiente favorevole allo sviluppo della fede. Dell’Italia si ha, in genere, un’immagine diversa, ma i problemi sono più o meno gli stessi. Si è vissuto un potente riflusso nel privato, una disarticolazione della società in tutte le sue componenti, per cui oggi non si sta più stare insieme in modo produttivo e in un’ottica di fede emerge come realtà sociale prevalente quella della famiglia, vista per di più al modo del passato, secondo un modello autoritario e maschilista.
Ad un franco sguardo retrospettivo il
problema è collegato al regno Wojtyla / Ratzinger e all’affermazione in Italia del
modello polacco. Si tratta di un schema che, in era di
democrazia, non ha funzionato neppure in Polonia, e tanto meno in Italia, che
era una realtà sociale tanto più ricca. Era basato su un’alleanza tra una
gerarchia del clero autoritaria e modelli di famiglie autoritarie. In Italia è
stato catalizzato dall’attivismo pontificio, dalla vicinanza di un padre
universale che rendeva esperienza quotidiana l’irruzione dello straordinario
nella vita di tutti i giorni, come accaduto ieri nei centri terremotati. Non
era questo il modello che aveva consentito lo sviluppo del cattolicesimo
democratico italiano e il grande contributo dei cattolici alla costruzione
della democrazia repubblicana post-fascista. Esso vedeva un papato autoritario
in dialettica con le correnti democratiche sviluppate nella base dei fedeli,
con un monarca pontificio che manteneva una distanza sacrale da questi ultimi.
La situazione cominciò a cambiare negli ultimi anni del regno di Montini. Nell’apparente
esplosione dell’effervescenza comunitaria prodotta dalle sperimentazioni
post-conciliari si cercò di indurre coerenza attraverso il riferimento di
fedeltà emotiva al papa, molto umanizzato e portato mediaticamente alla portata
di tutti, in una paternità inedita
che sembrava avvicinare il Cielo alla terra. Si produsse la nuova affermazione
del clerico-moderatismo, la grande
malattia politica delle collettività di fede italiane degli ultimi duecento
anni, perché il nuovo corso era in linea con l’ideologia reaganiana che si
andava affermando in Occidente negli anni ’80. Fu il grande inverno, l’era
della grande glaciazione, per il cattolicesimo politico italiano, che pure
aveva ancora la responsabilità del governo nazionale. Una brusca sterzata verso
destra che si è avvertita anche nella nostra parrocchia, ponendo fine al suo
periodo d’oro, alla profonda integrazione sociale con il quartiere. Si è preso
congedo dalle Valli, gli abitanti del quartiere sono stati sostituiti in
parrocchia da gente che veniva da fuori e che, non abitando nei dintorni, non
era veramente interessata a ciò che vi accadeva. La parrocchia ha perso la
natura di realtà territoriale, divenendo sempre più marcatamente ente di
elezione, in cui veniva chi ci voleva stare. La parrocchia è diventata un
contenitore, un insieme di spazi locati per esperienze di gruppo non pensate
per il quartiere, un po’ come quelle case di cura private in cui equipe esterne
vengono a operare, sfruttando i servizi della struttura ma senza esservi integrate.
Fu, alla fine, quando i problemi vennero finalmente all’attenzione della
Diocesi, la parrocchia dei trecento, più un manipolo di anziani irriducibili.
Ora se si vuole cambiare, bisogna agire con decisione, occorre un cambio di
rotta molto marcato. Ma non è facile produrlo perché la separazione della
parrocchia dal quartiere è quasi completa e quelli che sono rimasti in
parrocchia non sanno più come fare per cambiare, si è persa una tradizione,
insieme a diverse generazioni.
Non bisogna attendersi soluzioni veloci e, per
così dire, miracolose, perché nel frattempo anche la società intorno è cambiata
e, in particolare, si è per così dire atomizzata, divenendo incapace di prassi
sociali positive. Un elemento positivo è il ritorno dei giovani nel quartiere,
che è diventato molto evidente. Giovani coppie si sono trasferite da noi,
sostituendo le persone più anziane, e sta crescendo una nuova generazione di
ragazzi. Una parte di queste persone prima o poi si rivolgerà a noi per
esigenze formative che non riguarderanno solo la fede, ma in genere l’esperienza
umana, compresa quella di cittadinanza. La potremmo individuare come un’esigenza
spirituale, intendendo con questo termine, al modo di Adriano Olivetti, ciò che
nella società non è solo soddisfacimento di bisogni materiali. Ci sono nuove
generazioni che devono imparare ad agire positivamente in società e che
chiedono aiuto anche alla fede. L’esperienza di fede italiana è molto ricca e
ha quello che serve. Il primo problema è raggiungerla nuovamente, e innanzi
tutto conoscerla. Da noi a chi voleva raggiungere la società si indicava
solitamente la via del ritorno in famiglia. Questo perché non si aveva più
pratica della democrazia, che è la via alla società che si deve seguire in
Occidente. Una famiglia a struttura patriarcale, con un’incontestata autorità
maschile, secondo modelli ormai obsoleti, sembrava dare più affidamento. Un
modello di società dominato da figure paterne
in famiglia e in religione. Ciò che c’era fuori, in particolare l’emergere
delle donne nella società veniva tendenzialmente demonizzato come contro natura, gender, e via dicendo, di reazione in reazione. Nella formazione
dei ragazzi questo comportava un’ossessiva attenzione ai problemi di polizia
sessuale, secondo una prassi che troviamo nelle culture dominate dalle figure
maschili, in cui si cerca di indurre una forte differenziazione del modello maschile, visto come destinato per natura al comando sociale, con atteggiamenti proprietari
verso le altre persone dei gruppi familiari. C’è poca natura in tutto questo. Un
libro che si può leggere utilmente sul tema è Maschio e femmina, dell’antropologa Margaret Mead, edito da Il
Saggiatore, attualmente in commercio anche in formato e-book: scritto nel 1947
descrive la costruzione di diverse identità sessuali in alcune civiltà
confinate dell’Oceania, prese come un laboratorio per studiare l’esperienza
umana in merito. Su questi temi siamo in una fase di passaggio, anche in
religione. La fede richiede un modello familiare maschilista? Io non l’ho mai
creduto. Ma soprattutto è uno schema che crea problemi quando si cerca di
indurre processi democratici, basati sull’uguaglianza in dignità e sulla
partecipazione di tutti all’autogoverno.
Come cambiare?
I sacerdoti della parrocchia non avranno
necessità di andare a cercare i giovani per le vie delle Valli: essi verranno a noi spinti
dalle esigenze formative che ho ricordato. Il problema sarà innanzi tutto di
non perderli. Poi si dovrà farne dei formatori, creare una tradizione di
impegno nell’autogoverno, per cui, ad un certo punto, i più grandi aiuteranno i
più piccoli. Non si tratta solo di catechismo e non va tutto pensato in
funzione catechetica. L’educazione alla cittadinanza deve avere un ruolo
importante, perché è il campo dei laici di fede, vale a dire della maggioranza
della gente. Non si deve pensare a una presenza episodica dei più giovani in
parrocchia, ma ad una loro presenza potenzialmente costante. Devono avere spazi
loro, attrezzature loro, forme loro di autogoverno: devono poter venire in
parrocchia per studiare. Bisogna metterli in contatto con la grande cultura di
fede che c’è a Roma, che, sotto questo profilo, è veramente un posto unico nel
mondo. Bisogna educare al rispetto della dignità della personalità altrui e a
convivere con le differenze altrui: questa è la base della pratica della
democrazia. Bisogna abbandonare la pessima abitudine di indicare la porta a chi resiste a conformarsi. Nei rapporti tra i sessi bisogna prendere
consapevolezza di una realtà che ci viene indicata dagli antropologi: indurre
modelli femminili remissivi crea spazi all’aggressività maschile, per cui si
innesca una spirale malvagia che sta (di nuovo) caratterizzando la nostra società civile.
Non è per i successi dei processi di liberazione delle donne che queste ultime
sono più esposte e allora vengono aggredite dai maschi, ma è esattamente il
contrario. In questo bisogna riscoprire il femminismo cristiano che in Italia
tante cose ha modificato e sta ancora modificando, portando ad una generazione
di teologhe dalle quali ci si attende un nuovo pensiero sociale in ogni campo.
Nel passato c’è stata una tendenza all’omogeneizzazione
della struttura parrocchiale, mi pare di aver capito dando il benservito senza
tanti complimenti a coloro che facevano resistenza. E’ una prassi da cambiare.
L’ultimo settore non ancora completamente omogeneizzato era quello della
formazione di primo livello, quello che negli anni ’70 e ’80 vide l’affermazione
delle mamme catechiste. Che si vuole
fare? Ci si pensi bene prima di congedare chi ha dato generosamente la propria
disponibilità in quel campo anche se ancora in linea con l'esperienza meno recente, che è appunto quella degli anni migliori della nostra parrocchia. E’ proprio necessario privarsene? E questo in un’epoca
in cui andrebbe favorito il recupero del pluralismo? L’esperienza del rifiuto è
esiziale. Chi è rifiutato si allontana e poi non torna.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli.