Non un referendum
sulla Costituzione, ma solo su una legge di revisione costituzionale
L’altro giorno il card. Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza
Episcopale Italiana, ha invitato gli italiani a informarsi personalmente in
merito al prossimo referendum sulla
Costituzione. Avverto però che quello del prossimo 4 dicembre non sarà, in
realtà, un referendum sulla Costituzione,
ma solo su una legge di revisione costituzionale che, benché piuttosto estesa,
comunque lascia immutata la gran parte del testo costituzionale. I diritti e di
doveri dei cittadini nei rapporti civili, etico sociali, economici, politici non vengono mutati. Non
cambieranno il principio di eguaglianza tra i cittadini e il riconoscimento dei diritti inviolabili
degli esseri umani. Tuttavia è vero che, incidendo sulla struttura e il
funzionamento del Parlamento, sulla nomina e poteri del Presidente della
Repubblica e sulla nomina dei giudici della Corte Costituzionale, vale a dire
sugli organi di vertice della Repubblica nelle cui mani è affidata l’intera
Costituzione, la riforma è suscettibile di avere riflessi importanti anche
sulle parti non formalmente modificate. La Costituzione potrebbe cambiare
rapidamente anche in quelle parti, sotto l’impulso di un processo riformatore del governo che è la principale finalità che
si propongono i fautori della riforma. Infatti la riforma costituzionale è
presentata come il passo necessario per arrivare a riforme in grado di risolvere i problemi italiani. Quali saranno
queste riforme non si sa bene, i riformatori
sono piuttosto vaghi e, soprattutto,
volubili in merito. Ecco che, ad esempio, solo qualche settimana fa, nell’emozione
del terremoto dell’Italia centrale, pensavano di avviare un programma di messa
in sicurezza dal punto di vista sismico di tutti gli edifici sul territorio, che
richiederebbe ingentissime risorse pubbliche, e ieri invece hanno rispolverato il
progetto di un ponte sospeso sullo stretto di Messina, che si presenta anch’esso
costosissimo: questo mentre il Governo si dibatte tra gravi difficoltà di
bilancio, non avendo di che finanziare progetti molto meno costosi e
addirittura l’ordinario, come le pensioni e la sanità, e proponendosi, per di
più, di ridurre le tasse.
Nei post dal 29 luglio scorso
ho analizzato nel dettaglio la riforma costituzionale oggetto del referendum.
Essa è fortemente controversa tra i partiti politici. E’ stata ideata e
approvata sotto l’impulso dell’attuale Governo, che ne ha fatto uno dei
principali punti del suo programma. L’approvazione della riforma, come notato
da diversi commentatori, ha visto delle forzature, nella specie delle
restrizioni, del dibattito parlamentare mediante procedure di eliminazione
degli emendamenti. Si è proceduto, insomma, a tappe forzate. E di questa
fretta, inusuale in un dibattito su una riforma costituzionale, per di più così
estesa come l’attuale, si è anche data la colpa all’«Europa»,
presentando la riforma come qualcosa che ci veniva chiesta in sede europea. In
realtà non è così. La riforma è integralmente un prodotto nazionale. E’
patrocinata dall’attuale Governo perché rafforzerebbe la posizione del Governo
nel quadro costituzionale. E questo in particolare per l’effetto di un’altra
riforma, attuata con legge ordinaria, quella sul sistema elettorale per la
Camera dei deputati. Quest’ultima mette la maggioranza assoluta della Camera
dei deputati nelle mani del maggiore dei partiti di minoranza, anche se
piuttosto piccolo: poiché gli attuali maggiori partiti sono partiti personali, vale a dire egemonizzati da una
singola figura politica, ciò significa mettere la Camera dei deputati nelle
mani di quella singola persona egemone. E la riforma Costituzionale assegna
alla competenza esclusiva della Camera dei deputati le materie che si fanno
rientrare in quelle da riformare, l’ambito
della cosiddette future riforme. Va anche detto che la maggioranza
assoluta assegnata dalla nuova legge elettorale della Camera dei deputati al
maggiore dei partiti di minoranza è piuttosto prossima ai due terzi dei
componenti: basterebbe al partito favorito ottenere l’alleanza con una
formazione minore per raggiungerla. A quel punto, veramente, l’intera
Costituzione sarebbe nelle mani della maggioranza politica egemonizzata da un
partito personale e, in definitiva, dalla persona egemone.
Purtroppo la nuova legge elettorale per la
Camera dei deputati non è oggetto del
prossimo referendum. In questi giorni molti vorrebbero cambiarla: come non si
sa bene. Di fatto gli effetti della riforma costituzionale dipenderanno molto
da che tipo di legge elettorale sarà in vigore per l’elezione della Camera dei
deputati. Vigente quella approvata recentemente, gli effetti saranno quelli che
ho sopra ricordato. Però essi potrebbero cambiare se mutasse il sistema
elettorale per la Camera dei deputati. Si ha quindi il paradosso di una riforma
costituzionale i cui effetti dipenderanno da una legge ordinaria. Questo non
dovrebbe mai avvenire. E’ un segno della frettolosa e non sufficientemente
meditata stesura della riforma costituzionale, che anche in altre parti, come
ho ricordato nei precedenti post,
reca le tracce evidenti di una tecnica legislativa insufficiente. Trattandosi
di materia costituzionale sarebbe stato meglio rifletterci in modo più approfondito: ma è appunto
il tempo per farlo che è mancato a causa delle strozzature del dibattito
parlamentare, della fretta di fare quello
che ci chiedeva l’Europa. Salvo poi scoprire che nessuna istituzione
europea ha mai chiesto all’Italia ciò che si è voluto realizzare.
Informarsi sulla riforma richiede tempo e una certa fatica. Incide su
una materia molto estesa e piuttosto tecnica. Sulla struttura del Parlamento,
sui poteri parlamentari, su quelli del Governo e della Presidenza della
Repubblica, sul bilanciamento di poteri tra Stato e Regioni.
Nei giorni passati si è dibattuto aspramente
sul testo del quesito referendario sul quale dovremmo esprimerci con un “Si’” o
con un “No”. Esso riporta il titolo della legge di riforma, che, a sua volta,
richiama gli scopi dei riformatori. In particolare fa riferimento alla
riduzione dei costi del funzionamento delle istituzioni: i contrari alla
riforma pensano che la gente, leggendo questo, sia spinta emotivamente a
confermare la riforma. E potrebbe essere così, visto il generale discredito di
molte nostre istituzioni e, in particolare, della “politica”. Ma non ci si può
fare nulla, se non aiutare la gente a informarsi meglio. E’ vero che viene
ridotto il numero dei parlamentari, ma questo rafforza la posizione del Governo
a scapito del Parlamento. Ci conviene? I costi della politica risulteranno
ridotti, ma di quanto? I calcoli che si fanno realisticamente indicano un
risparmio piuttosto modesto, perché, in particolare, il Senato, con palazzi e
dipendenti, non sarà abolito, e le Province lo saranno ma saranno sostituite da
organizzazioni analoghe, le Città metropolitane.
Il Consiglio Nazionale dell’Economia e del
Lavoro, con i suoi sessantacinque membri, sarà effettivamente abolito, con un
risparmio, ho letto, di circa otto milioni di euro all’anno. Doveva consentire
alla categorie produttive, alle forze del lavoro, di contribuire all’elaborazione
della legislazione economica e sociale. Di fatto il suo contributo è stato
sempre insufficiente. Perché? Fondamentalmente perché la legislazione economica
e sociale è stata sempre monopolizzata dal partito di governo. Ma anche perché
i suoi membri, in maggioranza scelti tra le categorie produttive non hanno
dimostrato una sufficiente autonomia rispetto alle forze politiche e sindacali
nazionali. Abolire il CNEL comporterà un risparmio, ma verrà anche meno una
importante, anche se mai veramente colta, opportunità per le forze produttive
di incidere sulla politica nazionale.
Spenderemo un po’ di meno, per Parlamento,
autonomie locali e CNEL, ma avremo anche di meno. Un Senato e Città
metropolitane composti da membri a mezzo servizio, non più eletti dai
cittadini. Si ridurrà il ceto politico rappresentativo dei cittadini a
vantaggio del Governo, che verosimilmente sarà espresso da uno dei partiti personali che vanno per la maggiore. Si ridurranno le
occasione per partecipare a determinare la politica nazionale.
Un’ultima notazione. Si dice che con la nuova
legge elettorale per la Camera dei deputati si saprà subito chi
ha vinto. Però scoprirlo potrebbe non essere tanto bello.
L’attuale Governo, ad esempio, pensa di
beneficiare della riforma costituzionale e di essere il Governo che, dopo la riforma, procederà alle successive riforme. Tuttavia i sondaggi demoscopici non confermano questa
previsione. Così, non potendosi prevedere realisticamente chi gestirà le riforme, non è possibile nemmeno avere un’idea
di come esse saranno. E questa
incertezza riguarda anche materie molto importanti. Infatti il capo di uno
degli attuali partiti personali che risultasse egemone in politica grazie agli
effetti combinati della riforma costituzionale e di quella per l’elezione della
Camera dei deputati avrebbe la concreta possibilità di cambiare rapidamente il
volto della Repubblica, senza che i cittadini possano fare granché. E’ appunto
ciò che la Costituzione approvata nel 1947 intendeva evitare, essendo all'epoca ancora viva la
memoria recente e dolorosa dell’esperienza politica del fascismo mussoliniano,
l’archetipo, il primo e fondamentale modello, dei partiti politici personali italiani.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli