Con la riforma costituzionale i senatori non rappresenteranno più la "Nazione". Nel commento alla riforma preparato dall'Ufficio studi della Camera dei Deputati si ricorda che questa modifica è tra i principi fondanti della riforma, prevista nell'iniziale disegno di legge costituzionale del Governo e non oggetto di successive modifiche. Si vuole infatti che il Senato sia espressione delle autonomie locali. Questa modifica è stata oggetto di aspre critiche tra i costituzionalisti.
Che cosa è la "Nazione"? La Costituzione non lo precisa. Non c'entrano lingua, stirpe e religione, perché esse non possono essere fattori di particolare connotazione della Repubblica: lo stabilisce L'art.3 della Costituzione. Di ciò che in genere, in campo culturale, si ritiene definire la nazione, rimane una storia comune, che significa anche una consuetudine di vita comune, di convivenza pacifica, in particolare sotto il profilo politico, e solidarietà civile.
La storia della nostra costruzione nazionale è stata particolarmente travagliata. Si dovettero combattere anche resistenze politico/religiose, perché essa si fece anche contro il papato, nell'Ottocento. Fatta l'Italia, si dovettero fare gli italiani, come fu osservato. Da un certo punto di vista, l'Italia unita, politicamente organizzata intorno alla monarchia Savoia, era fatta di tante nazioni, ciascuna con una propria storia particolare, una propria lingua e una propria cultura. L'Italiano era solo lingua letteraria. I Re Savoia parlavano correntemente francese e piemontese. La gran parte della gente era analfabeta e quindi confinata nelle culture particolari. Nella storia d'Italia, quindi, quando ci riferisce alla Nazione, si intende una realtà che si è venuta costruendo nell'arco di circa un secolo tra Ottocento e Novecento, in particolare sulla base dell'ideologia politica di Giuseppe Mazzini. Nazione significa gente che volle vivere insieme, per non essere "calpesti e derisi", e lo eravamo perché non eravamo popolo, perché eravamo divisi, proprio come si canta nell'inno nazionale. L'unità culturale italiana fu conseguita però, veramente, solo nel secondo dopoguerra, in particolare per le vie dell'istruzione pubblica di massa e di radio e televisione. È a partire da questa epoca che veramente la Nazione si manifestò. Ed è significativo l'abbandono dei progetti secessionistici che ebbero corso negli anni Novanta. Cercarono di parlare ai popoli ma tra i popoli italiani ebbero un limitato seguito. Tuttavia ogni processo storico-culturale lascia sempre qualche strascico. Togliere ai senatori la rappresentanza della "Nazione" può essere considerato uno di essi. Proprio nella riforma che si propone di fare del Senato una sede di "raccordo" (viene utilizzato proprio questo termine, piuttosto criticato da alcuni esperti perché non tecnico, impreciso) tra Stato e autonomie locali, si toglie dai riferimenti ideali del nuovo Senato uno dei più potenti motori ideologici unificanti, quello di Nazione come comunanza di storia di progressivo avvicinamento delle diverse culture italiane e di pacifica e solidale convivenza.
Come si sentiranno, è stato osservato, nel nuovo Senato gli ex Presidenti della Repubblica, il cui titolo di onore per essere senatori è quello di aver rappresentato l'unità nazionale? E i cinque senatori di nomina presidenziale per aver "illustrato la Patria"? Che c'entreranno con gli altri senatori? Ma soprattutto che c'entra nel Parlamento un gruppo di parlamentari che non ha più riferimento alla Nazione? Si è voluto "raccordare" ma sembra, è stato osservato dai critici della riforma, che si sia introdotto un forte elemento di potenziale divisione, nel cuore della Repubblica.
Mario Ardigò - Roma