Solo da quale
decennio la nostra religione ha aderito alla cultura della pace universale, e
ora ci sembra assurdo che potesse essere altrimenti. Ma non lo è.
Storicamente la
nostra religione è stata mortifera quanto, e, al tempo della sua diffusione mondiale,
addirittura molto più delle altre religioni coeve. Condivide un importante
patrimonio culturale con le altre principali religioni monoteistiche e in esso
vi è il germe della violenza stragista. L’ebraismo della nostra era lo ha
superato, al tempo della sua dispersione tra le genti, e ha costituito un buon
esempio di come farlo. Noi ci abbiamo messo
molto più tempo, essenzialmente perché la nostra fede è diventata e
rimasta a lungo strumento di potere, e potere
e violenza sono strettamente legati.
I grandi principi
umanitari che costituiscono il nerbo dell’etica sociale e politica dell’Occidente
contemporaneo furono proclamati, a fine Settecento, nel corso di due rivoluzioni,
quella nord americana e quella francese, che espressero una notevole violenza,
in particolare la seconda. Eppure quei principi condussero alla cultura dei
diritti fondamentali della persona e al rifiuto della violenza pubblica,
compresa la pena di morte, della nostra nuova Europa. Occorse però il bagno di
sangue della Seconda guerra mondiale per produrre questo risultato. Con la
laicizzazione delle istituzioni pubbliche le religioni cessarono, in Occidente,
di costituire fattore di ordine pubblico e furono liberate dalla loro violenza.
Nella nostra religione, i teologi ci spiegarono come fare per vivere
la fede in modo molto diverso dal passato e, innanzi tutto, che si poteva, e
anzi si doveva farlo. E’ il processo che venne denominato purificazione della memoria. E’ pur vero, però, che, anche ai nostri tempi, dobbiamo riconoscere,
come scriveva Aldo Capitini, che solo ieri
eravamo violenti.
Sarebbe bello
constatare che il rifiuto della violenza si
sia prodotto storicamente per virtù propria della nostra religione, ma
purtroppo non avvenne così. Gli strumenti della violenza ci dovettero essere
strappati dalle mani, dagli stati liberali, e non di rado ne esprimiamo anche
una certa nostalgia.
Ci stupisce la
violenza collettiva a sfondo religioso espressa nel Vicino Oriente e la pretesa di altre religioni
monoteistiche di monopolizzare le religioni dei popoli, di ridurre tutte le
altre fedi a culti tollerati (nel
migliore dei casi) o di annientarle (nei casi limite): ma questa è stata anche la nostra cultura fino all’altro ieri
e ciò fin dalle origini. Ci vantiamo di essere stati, nei tempi antichi,
distruttori di idoli, ma in realtà questo significa essere stati persecutori
religiosi. La distruzione stragista del soprannaturale altrui fu eclatante nella
colonizzazione europea della Americhe.
La violenza per
sottomettere le donna e quella contro gli omosessuali fanno parte della nostra cultura
religiosa, delle nostre radici bibliche, e infatti ciclicamente si manifestano
ancora tra noi.
Chi oggi prenderebbe
alla lettera il comando biblico di sterminare gli infedeli? Eppure a lungo lo
si è fatto, ad esempio nella distruzione delle culture native americane e nelle
guerre di religione europee.
Sulla via del
contrasto della violenza bellica ebbe i suoi guai il nostro Lorenzo Milani,
nella sua polemica contro i cappellani militari italiani che avevano trattato
da vili gli obiettori di coscienza. Si era, appunto, nell’altro ieri della nostra
storia religiosa.
Per gran parte dei
due millenni della nostra storia religiosa si è stati convinti che in guerra un
qualche dio fosse con noi, nel mentre facevamo a pezzi gli altri. Lo stesso che
avrebbe dato una ricompensa eterna, in un qualche suo paradiso, ai morti sul
campo di battaglia. Questo fu appunto lo spirito penitenziale con cui si affrontarono storicamente le “crociate”.
Si insegna, in
religione, che la nostra è un fede che ci porta oltre la morte: sicuramente la
nostra religione è stata utilizzata per contenere la paura della morte,
specialmente in battaglia. L’etica del milite europeo è stata, molto a lungo,
anche religiosa.
Oggi ci definiscono “crociati”,
ma è solo perché non ci conoscono bene. La nostra buona battaglia religiosa non è più quella della guerra. Abbiamo
imparato la lezione di uno come Immanuel Kant che consigliava la pace perpetua e invitava a vergognarsi
della vittorie belliche. E allora c’è una vecchia
religione che abbiamo abbandonato e
una nuova religione alla quale e nella quale ci siamo
aperti. Nella violenza con pretesti religiosi di questi giorni vediamo allora
noi stessi come eravamo solo l’altro
ieri.
Ad un certo punto
abbiamo portato la nostra religione davanti al tribunale della coscienza e
della ragione e ci siamo ritrovati noi stessi sul banco degli imputati: la
religione era solo lo specchio di noi stessi, di come volevamo essere.
In un’umanità di
otto miliardi di persone, strettamente interconnessa, per cui quasi tutti gli
oggetti di nostro uso quotidiano vengono prodotti dall’altra parte del
globo, è ancora ammissibile poter
sostenere lo sterminio degli infedeli, e
tante altre cose della vecchia religione? Ad esempio tutto il sessismo che
troviamo nelle nostre scritture, per cui un certo pluralismo in questo campo provocherebbe
l’ira soprannaturale, lo sterminio, la pioggia di fuoco e simili. Non è, questa
concezione, una bruttura solo degli altri,
è anche nostra. E’ solo l’altro ieri
che una donna non poteva entrare in chiesa senza coprirsi il capo.
Questo portare la
religione, e noi stessi, davanti al tribunale della coscienza e della ragione è
il secolarismo. Benedetto secolarismo
se ci ha portato la pace, se ha tolto la violenza alle religioni, quella che di
questi tempi ci si scaglia addosso provenendo da un medioevo che si manifesta
in mezzo a noi e dall’altra parte del nostro piccolo mare! Ricordiamo che anche
noi fummo così, solo l’altro ieri.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli
