domenica 17 luglio 2016

Insufficienza della formazione religiosa di primo livello centrata sul Decalogo

Insufficienza della formazione religiosa di primo livello centrata sul Decalogo






  Non sono tanto d’accordo con quelli che in parrocchia vogliono basare la formazione religiosa di primo livello sul Decalogo. Specialmente quando ci si propone di farlo nel quadro di un contesto di ebraizzazione immaginaria, disinvoltamente reinterpretando e attualizzando la storia sacra, figurandosi di impersonare antiche tribù  israelitiche. Un quadro poco rispettoso dell’ebraismo com’è realmente, dei suoi simboli e tradizioni, in particolare del suo ricchissimo patrimonio culturale che si è formato coevo alle nostre tradizioni religiose.
  Riconosciamo di condividere importanti aspetti di cultura religiosa con altre fedi monoteistiche: allora, se  condividiamo, non dobbiamo farci lecito di pasticciare  arbitrariamente in ciò che è comune.
 La Legge mosaica non consiste solo nelle Dieci Parole, ma in un corpo molto più ampio di prescrizioni rituali ed etiche, sulle quali la grande tradizione ebraica che si è sviluppata nella nostra era ha fondato il suo amorevole studio, attualizzandole  secondo varie tradizioni che si sono parlate nei secoli attraverso un fitto, vastissimo, intenso  e prezioso  dialogo, del quale a noi in genere arrivano briciole, ma briciole di grande sapienza.
 Ma nel Decalogo non c’è ciò che è caratteristico della nostra fede. Ad esempio ciò che è espresso nel racconto dei samaritano misericordioso o in quelli delle moltiplicazioni  del cibo, per sfamare le folle. Non si tratta di particolari di poco conto, ma del centro delle nostre convinzioni religiose, dell’immagine del soprannaturale che ci proponiamo di condividere. L’agàpe, termine del greco antico che evoca un lieto convito, è al centro di tutto, perché è scritto che il fondamento di tutto è  agàpe.
 E’ sull’agàpe che si può innestare anche una formazione religiosa alla cittadinanza democratica.  Perché è magnanima, benigna, non manca di rispetto, non tiene conto del male ricevuto, tutto scusa, tutto spera, tutto sopporta, e via cantando,  e non avrà mai fine, è scritto, e ancora non ne capiamo bene la logica, per cui ne parliamo sempre in modo insufficiente, ma verrà il tempo, è scritto, in cui capiremo meglio, vedremo faccia a faccia. E non  è su questo che siamo invitati a meditare  e ad agire, nell’impegno sulla misericordia che è stato assegnato quest’anno?
  Una fede che ha al suo centro l’agàpe, che l’ha come sua norma etica suprema e anche come spiegazione del senso della vita, ha in sé anticorpi potenti contro la malattia della violenza e dell’intolleranza a sfondo religioso.  Un morbo endemico nelle religioni di tutti i tempi. Temo che ancora debba sorgere una religione veramente pacifica e pacificata, anche se l’anelito alla pace si trova in molte fedi.
  Tutti gli impedimenti insuperabili al progresso verso l’agàpe che la nostra teologia ha storicamente costruito e che ora non riesce a superare, avendoli appunto ideati così, perderebbero la loro forza ostruttiva se si ragionasse veramente secondo l’agàpe, così come è successo anni fa con alcune delle questioni che nel nostro tremendo passato avevano giustificato le guerre di religione stragiste europee.  Ma lasciamo i teologi ai loro rovelli. La teologia ha dimostrato di poter cambiare. Sembra in genere pentita sinceramente del tanto male che ha prodotto in passato. Alla fine, lentamente, probabilmente evolverà. Verso dove? Siamo noi, i non teologi, a dover indicare la strada, noi che siamo liberi da certi impicci concettuali. Ci verranno dietro, nel bene e nel male. Rivolgiamoci quindi al bene. Pratichiamo l’agàpe.
 Laddove, ad esempio, si intende il “non uccidere!” con molte ragionevoli  eccezioni, per cui, nonostante la religione e anzi talvolta con la sua benedizione, nonostante il Decalogo, si  è continuato e  si continua ad uccidere (ecco l’insufficienza della mentalità decaloghista), diamoci all’agàpe, pratichiamola, sforziamoci di rendere  possibile una società in cui effettivamente non si uccida, meno che mai per pretesti religiosi. E, fin dai bambini proviamo a insegnare che si può essere realmente diversi dai modelli religiosi stragisti e intolleranti. Una civiltà  fraterna? Di più. La fratellanza  non basta più, il sentimento di una comune origine biologica o anche solo spirituale. Non è vero che ci sono anche le controversie tra fratelli e proprio una di esse, omicida, troviamo all’inizio dei testi sacri? C’è quel detto che fa “vi ho chiamato amici”: la democrazia contemporanea vorrebbe essere una forma di amicizia molto intensa, benevola, solidale, partecipata. Questa amicizia  partecipata, benevola e solidale dove la inseriamo in un insegnamento di primo livello centrato sul Decalogo?  Do uno sguardo generale al Catechismo della Chiesa Cattolica, che si vorrebbe come modello catechetico universale, e vedo lo spazio limitato,  ben bilanciato con altri importanti insegnamenti, che ha nell’esposizione.  Perché non seguirlo?

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli