Non
sono tanto d’accordo con quelli che in parrocchia vogliono basare la formazione
religiosa di primo livello sul Decalogo. Specialmente quando ci si propone di
farlo nel quadro di un contesto di ebraizzazione immaginaria, disinvoltamente
reinterpretando e attualizzando la storia sacra, figurandosi di impersonare
antiche tribù israelitiche. Un quadro poco rispettoso dell’ebraismo
com’è realmente, dei suoi simboli e tradizioni, in particolare del suo
ricchissimo patrimonio culturale che si è formato coevo alle nostre tradizioni
religiose.
Riconosciamo di condividere importanti aspetti
di cultura religiosa con altre fedi monoteistiche: allora, se condividiamo, non dobbiamo farci lecito di
pasticciare arbitrariamente in ciò che è comune.
La Legge mosaica non consiste solo nelle Dieci
Parole, ma in un corpo molto più ampio di prescrizioni rituali ed etiche, sulle
quali la grande tradizione ebraica che si è sviluppata nella nostra era ha
fondato il suo amorevole studio, attualizzandole secondo varie tradizioni che si sono parlate
nei secoli attraverso un fitto, vastissimo, intenso e prezioso
dialogo, del quale a noi in genere arrivano briciole, ma briciole di
grande sapienza.
Ma nel Decalogo non c’è ciò che è
caratteristico della nostra fede. Ad esempio ciò che è espresso nel racconto
dei samaritano misericordioso o in quelli delle moltiplicazioni del cibo,
per sfamare le folle. Non si tratta di particolari di poco conto, ma del centro
delle nostre convinzioni religiose, dell’immagine del soprannaturale che ci
proponiamo di condividere. L’agàpe,
termine del greco antico che evoca un lieto convito, è al centro di tutto,
perché è scritto che il fondamento di tutto è
agàpe.
E’ sull’agàpe che si può innestare anche una
formazione religiosa alla cittadinanza democratica. Perché è magnanima, benigna, non manca di
rispetto, non tiene conto del male ricevuto, tutto scusa, tutto spera, tutto
sopporta, e via cantando, e non avrà mai
fine, è scritto, e ancora non ne capiamo bene la logica, per cui ne parliamo
sempre in modo insufficiente, ma verrà il tempo, è scritto, in cui capiremo
meglio, vedremo faccia a faccia. E non è
su questo che siamo invitati a meditare e ad agire, nell’impegno sulla misericordia
che è stato assegnato quest’anno?
Una fede che ha al suo centro l’agàpe, che l’ha
come sua norma etica suprema e anche come spiegazione del senso della vita, ha
in sé anticorpi potenti contro la malattia della violenza e dell’intolleranza a
sfondo religioso. Un morbo endemico
nelle religioni di tutti i tempi. Temo che ancora debba sorgere una religione
veramente pacifica e pacificata, anche se l’anelito alla pace si trova in molte
fedi.
Tutti gli impedimenti insuperabili al
progresso verso l’agàpe che la nostra teologia ha storicamente costruito e che
ora non riesce a superare, avendoli appunto ideati così, perderebbero la loro
forza ostruttiva se si ragionasse veramente secondo l’agàpe, così come è
successo anni fa con alcune delle questioni che nel nostro tremendo passato
avevano giustificato le guerre di religione stragiste europee. Ma lasciamo i teologi ai loro rovelli. La
teologia ha dimostrato di poter cambiare. Sembra in genere pentita sinceramente
del tanto male che ha prodotto in passato. Alla fine, lentamente, probabilmente
evolverà. Verso dove? Siamo noi, i non teologi, a dover indicare la strada, noi
che siamo liberi da certi impicci concettuali. Ci verranno dietro, nel bene e
nel male. Rivolgiamoci quindi al bene. Pratichiamo l’agàpe.
Laddove, ad esempio, si intende il “non uccidere!” con molte ragionevoli eccezioni, per cui, nonostante la religione e
anzi talvolta con la sua benedizione, nonostante il Decalogo, si è continuato e si continua ad uccidere (ecco l’insufficienza
della mentalità decaloghista),
diamoci all’agàpe, pratichiamola, sforziamoci di rendere possibile una società in cui effettivamente
non si uccida, meno che mai per pretesti religiosi. E, fin dai bambini proviamo
a insegnare che si può essere realmente diversi dai modelli religiosi stragisti
e intolleranti. Una civiltà fraterna? Di più. La fratellanza non basta più,
il sentimento di una comune origine biologica o anche solo spirituale. Non è
vero che ci sono anche le controversie tra fratelli
e proprio una di esse, omicida, troviamo all’inizio dei testi sacri? C’è quel
detto che fa “vi ho chiamato amici”:
la democrazia contemporanea vorrebbe essere una forma di amicizia molto
intensa, benevola, solidale, partecipata. Questa amicizia partecipata, benevola e solidale dove la inseriamo in un
insegnamento di primo livello centrato sul Decalogo?
Do uno sguardo generale al Catechismo
della Chiesa Cattolica, che si vorrebbe come modello catechetico universale, e
vedo lo spazio limitato, ben bilanciato
con altri importanti insegnamenti, che ha nell’esposizione. Perché non seguirlo?
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
