venerdì 20 maggio 2016

Ripartire dalla società civile

Ripartire dalla società civile

 Qualche giorno fa, le parole di Angelo Bagnasco ci hanno portato indietro nel tempo, verso la metà del primo decennio del Millennio, quando il Wojtyla, devastato dalla malattia, vedeva tutto nero nella società contemporanea e, piuttosto che nell’ordine di idee evangelico, sembrava che ragionasse secondo le cupe visioni dell’eclettico filosofo/teologo russo Solov’ëv (1853-1900), da lui citato di quando in quando, e scorgeva l’Anticristo nella modernità, seguito in questo dal Ratzinger.
  Bagnasco considera la nuova legge sulle unioni civili tra gli omosessuali (e sui patti di convivenza) un attacco alla famiglia. Vi vede dietro un disegno perverso che guiderà la società verso nuove aberrazioni, come l’utero in affitto  e via dicendo. E questo anche se, anche per l’azione di lobby politica di gruppi clericali, è stata soppressa la possibilità che gli omosessuali adottino il figlio biologico del partner, e quindi l'opportunità di regolarizzare  figli nati da maternità surrogate, di farne dei figli come quelli di tutte le altre famiglie. Nella legge questo non c’è.  Dunque , di nuovo, come agli inizi del Novecento, con la sconsiderata persecuzione del modernismo, è tutta la modernità ad essere colpita da un giudizio negativo. E’ una chiamata alle armi che sarà senz’altro raccolta dai clericali. E condurrà probabilmente ad una nuova disfatta, come le volte precedenti in occasione dei referendum sulla legge sul divorzio (1974) e su quella sull’aborto (1981). Si sarà tentati, di nuovo, di tagliare i ponti con la società intorno. Ecco i bei risultati della democrazia!, si dirà. Certo: è la democrazia che ha prodotto la nuova legge, perché in democrazia si è avuta la capacità di prendere coscienza di ciò che gli integralisti rifiutano di vedere, vale a dire che ci sono anche famiglie non fondate sul matrimonio. Le parole di Bagnasco non difendono il matrimonio, ma vanno contro queste nuove famiglie, le respingono nell’emarginazione e nel disconoscimento in cui finora sono vissute. Ma non è questo ciò che è più grave: lo è l’implicita critica alla democrazia che vi è dietro. Una democrazia che in tutta l’Europa è minacciata, sta regredendo. La società europea rischia di non essere più all’altezza delle sue carte dei diritti sociali, delle sue costituzioni.
  La situazione che si sta presentando in Italia richiama quella dell’inizio degli anni ’80, che furono il principio del lungo inverno, della grande glaciazione, delle nostre collettività di fede nazionali, che progressivamente divennero mute, dopo l’effervescenza post-conciliare degli anni Settanta.
  Naturalmente in periferia le cose assumono un aspetto diverso, le parole di Bagnasco sono inapplicabili e quindi inattuali. Arriva una delle nuove  famiglie e ci porta i suoi figli: che facciamo? Sbattiamo loro la porta in faccia? In passato queste nuove  famiglie si sono trovate a disagio tra noi, ma non si è mai stati così espliciti. Del resto la mentalità evangelica non lo consente.
 Ho parlato dei problemi che l’impostazione neocatecumenale ha creato alla parrocchia. Ma le difficoltà che incontriamo nel quartiere non dipendono solo da questo. E’ la società civile che si è progressivamente degradata. La pressione della criminalità si è fatta forte. Com’è che il principale bar del quartiere brucia per ben due volte in un breve arco di tempo? Ci sono stati in questi anni diversi efferati omicidi. La pessima manutenzione delle strade del quartiere è l’immagine di qualcosa di più profondo, di un malessere interiore della nostra gente, che appare da tempo incapace di quelle grandi azioni collettive che portarono alla conquista del grande spazio verde del Pratone.  Così come l’aspetto diruto che aveva assunto negli ultimi anni il complesso degli edifici parrocchiali, in cui ora ogni giorno vediamo novità positive, poteva essere considerato l’immagine di uno scadimento che riguardava le relazioni tra le persone che l’abitavano, della loro identità collettiva.
 Noi non ci risolleveremo se non collaborando a restaurare la società civile intorno a noi, perché la fede, soprattutto per i laici, è anche una esperienza civile, come insegna la dottrina sociale. Non si tratta di attuare una mobilitazione clericale dietro un qualche obiettivo politico della gerarchia, ma di far riscoprire la gioia di stare insieme, in uno spazio comune, al di fuori di qualsiasi contesto commerciale e in situazioni in cui a ciascuno sia dato di manifestare liberamente un proprio apporto, in cui ognuno si senta accolto. Bisogna anche riprendere ad educare alla società civile e, in particolare, al dialogo franco, aperto, coraggioso. Religione non è rinchiudersi in un qualche ridotto corazzato, in un fortino della fede, in una qualche clausura. Questa è spiritualità di serra. Il nostro lavoro di gente di fede non è quello di coltivare specie pregiate  di umanità, da esporre nei grandi eventi promossi dai nostri gerarchi religiosi come ad una fiera. Si tratta di far crescere la società intorno a noi nella giustizia, nella pace, nella libertà, nella benevolenza, nell’operosità concreta che si dà da fare per cambiare qualcosa giorno per giorno. Si tratta di cose che si imparano e di cui si deve fare tirocinio. Non sono innate, anche se innato è, forse, il desiderio che se ne ha, e che diventa sempre più acuto di fronte a certe batoste della vita.
 Da dove cominciare? Cerchiamo di fare progetti realistici. Occorre creare quasi tutto. Innanzi tutto un nucleo di spinta  di gente tra i 16 e i 30 anni che inauguri una tradizione. Bisogna tirarselo su con pazienza e dedizione, come fece Montini con il gruppo dei Laureati Cattolici  negli anni ’30, ed esso costituì la base della nuova democrazia post-fascista. Certo, ai tempi nostri, non abbiamo un Umanesimo Integrale  di Jacques Maritain, il libro di testo  di quell’esperienza, che Montini tradusse personalmente dal francese, diffondendolo in Italia. Ma abbiamo, ad esempio, la Laudato si’. Non prendiamola però come dottrina, come volere di un gerarca. Tutti i ragionamenti che si fanno sulla società devono essere integrati, discussi, modificati nel tempo secondo l’esperienza sociale e il dialogo che ci si intesse sopra. Prendiamola come un insegnamento  di una persona saggia, anzi di un gruppo di saggi, perché le encicliche, ai tempi nostri più che nel passato, sono sempre il frutto di un lavoro collettivo: una base su cui cominciare a discutere e a fare tirocinio.
  In parrocchia abbiamo tre gruppi di persone sulle quali si può cominciare a lavorare per indurre quel nucleo di spinta  di cui dicevo: i ragazzi del post-Cresima, i giovani che si formano per il matrimonio religioso e i genitori dei bambini del catechismo per la Prima Comunione.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

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Un articolo pubblicato sul settimanale diocesano di Oristano L'Arborense del 15-5-16,  di mons. Ignazio Sanna, nel quale si fa riferimento al ruolo di tutti i fedeli nello sviluppo della dottrina