Ripartire dalla
società civile
Qualche giorno fa, le parole di Angelo
Bagnasco ci hanno portato indietro nel tempo, verso la metà del primo decennio
del Millennio, quando il Wojtyla, devastato dalla malattia, vedeva tutto nero
nella società contemporanea e, piuttosto che nell’ordine di idee evangelico, sembrava
che ragionasse secondo le cupe visioni dell’eclettico filosofo/teologo russo
Solov’ëv (1853-1900), da lui
citato di quando in quando, e scorgeva l’Anticristo nella modernità, seguito in
questo dal Ratzinger.
Bagnasco considera la nuova legge sulle unioni civili tra gli
omosessuali (e sui patti di convivenza) un attacco alla famiglia. Vi vede
dietro un disegno perverso che guiderà la società verso nuove aberrazioni, come
l’utero in affitto e via dicendo. E questo anche se, anche per l’azione
di lobby politica di gruppi clericali, è stata soppressa la
possibilità che gli omosessuali adottino il figlio biologico del partner, e quindi l'opportunità di regolarizzare figli nati da maternità surrogate, di farne dei figli come quelli di tutte le altre famiglie. Nella
legge questo non c’è. Dunque , di nuovo, come agli inizi del
Novecento, con la sconsiderata persecuzione del modernismo, è tutta la
modernità ad essere colpita da un giudizio negativo. E’ una chiamata alle armi che sarà senz’altro
raccolta dai clericali. E condurrà probabilmente ad una nuova disfatta, come le
volte precedenti in occasione dei referendum sulla legge sul divorzio (1974) e
su quella sull’aborto (1981). Si sarà tentati, di nuovo, di tagliare i ponti
con la società intorno. Ecco i bei risultati della democrazia!, si dirà. Certo:
è la democrazia che ha prodotto la nuova legge, perché in democrazia si è avuta
la capacità di prendere coscienza di ciò che gli integralisti rifiutano di
vedere, vale a dire che ci sono anche famiglie non fondate sul matrimonio. Le
parole di Bagnasco non difendono il matrimonio, ma vanno contro queste nuove famiglie, le respingono nell’emarginazione e
nel disconoscimento in cui finora sono vissute. Ma non è questo ciò che è più
grave: lo è l’implicita critica alla democrazia che vi è dietro. Una democrazia
che in tutta l’Europa è minacciata, sta regredendo. La società europea rischia
di non essere più all’altezza delle sue carte dei diritti sociali, delle sue
costituzioni.
La
situazione che si sta presentando in Italia richiama quella dell’inizio degli
anni ’80, che furono il principio del lungo inverno, della grande glaciazione, delle nostre collettività di fede nazionali,
che progressivamente divennero mute,
dopo l’effervescenza post-conciliare degli anni Settanta.
Naturalmente in periferia le cose assumono un aspetto diverso, le parole
di Bagnasco sono inapplicabili e quindi inattuali. Arriva una delle nuove famiglie e ci porta i suoi figli: che
facciamo? Sbattiamo loro la porta in faccia? In passato queste nuove famiglie si sono trovate a disagio tra noi, ma
non si è mai stati così espliciti. Del resto la mentalità evangelica non lo
consente.
Ho parlato dei problemi che l’impostazione
neocatecumenale ha creato alla parrocchia. Ma le difficoltà che incontriamo nel
quartiere non dipendono solo da questo. E’ la società civile che si è
progressivamente degradata. La pressione della criminalità si è fatta forte.
Com’è che il principale bar del quartiere brucia per ben due volte in un breve
arco di tempo? Ci sono stati in questi anni diversi efferati omicidi. La
pessima manutenzione delle strade del quartiere è l’immagine di qualcosa di più
profondo, di un malessere interiore della nostra gente, che appare da tempo
incapace di quelle grandi azioni collettive che portarono alla conquista del
grande spazio verde del Pratone. Così come l’aspetto diruto che aveva assunto
negli ultimi anni il complesso degli edifici parrocchiali, in cui ora ogni
giorno vediamo novità positive, poteva essere considerato l’immagine di uno
scadimento che riguardava le relazioni tra le persone che l’abitavano, della
loro identità collettiva.
Noi non ci risolleveremo se non collaborando a
restaurare la società civile intorno a noi, perché la fede, soprattutto per i
laici, è anche una esperienza civile,
come insegna la dottrina sociale. Non si tratta di attuare una mobilitazione
clericale dietro un qualche obiettivo politico della gerarchia, ma di far
riscoprire la gioia di stare insieme, in uno spazio comune, al di fuori di
qualsiasi contesto commerciale e in situazioni in cui a ciascuno sia dato di
manifestare liberamente un proprio apporto, in cui ognuno si senta accolto.
Bisogna anche riprendere ad educare
alla società civile e, in particolare, al dialogo franco, aperto, coraggioso. Religione
non è rinchiudersi in un qualche ridotto corazzato, in un fortino della fede,
in una qualche clausura. Questa è spiritualità di serra. Il nostro lavoro
di gente di fede non è quello di coltivare specie
pregiate di umanità, da esporre nei
grandi eventi promossi dai nostri gerarchi religiosi come ad una fiera. Si
tratta di far crescere la società intorno a noi nella giustizia, nella pace,
nella libertà, nella benevolenza, nell’operosità concreta che si dà da fare per
cambiare qualcosa giorno per giorno. Si tratta di cose che si imparano e di cui
si deve fare tirocinio. Non sono innate, anche se innato è, forse, il desiderio
che se ne ha, e che diventa sempre più acuto di fronte a certe batoste della
vita.
Da dove cominciare? Cerchiamo di fare progetti
realistici. Occorre creare quasi tutto. Innanzi tutto un nucleo di spinta di gente
tra i 16 e i 30 anni che inauguri una tradizione. Bisogna tirarselo su con
pazienza e dedizione, come fece Montini con il gruppo dei Laureati
Cattolici negli anni ’30, ed esso
costituì la base della nuova democrazia post-fascista. Certo, ai tempi nostri,
non abbiamo un Umanesimo Integrale di Jacques Maritain, il libro di testo di quell’esperienza,
che Montini tradusse personalmente dal francese, diffondendolo in Italia. Ma
abbiamo, ad esempio, la Laudato si’. Non
prendiamola però come dottrina, come
volere di un gerarca. Tutti i ragionamenti che si fanno sulla società devono
essere integrati, discussi, modificati nel tempo secondo l’esperienza sociale e
il dialogo che ci si intesse sopra. Prendiamola come un insegnamento di una persona
saggia, anzi di un gruppo di saggi, perché le encicliche, ai tempi nostri più
che nel passato, sono sempre il frutto di un lavoro collettivo: una base su cui
cominciare a discutere e a fare tirocinio.
In parrocchia abbiamo tre gruppi di persone sulle quali si può
cominciare a lavorare per indurre quel nucleo
di spinta di cui dicevo: i ragazzi
del post-Cresima, i giovani che si formano per il matrimonio religioso e i
genitori dei bambini del catechismo per la Prima Comunione.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
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Un articolo pubblicato sul settimanale diocesano di Oristano L'Arborense del 15-5-16, di mons. Ignazio Sanna, nel quale si fa riferimento al ruolo di tutti i fedeli nello sviluppo della dottrina
