domenica 8 maggio 2016

Quinto incontro del ciclo Immìschiati per avvicinare alla dottrina sociale della Chiesa, sulla partecipazione

Quinto incontro del ciclo Immìschiati  per avvicinare alla dottrina sociale della Chiesa, sulla  partecipazione

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[Dal Compendio della dottrina sociale della Chiesa (2004)]
http://www.vatican.va/roman_curia/pontifical_councils/justpeace/documents/rc_pc_justpeace_doc_20060526_compendio-dott-soc_it.html
V. LA PARTECIPAZIONE

a) Significato e valore
189 Caratteristica conseguenza della sussidiarietà è la partecipazione, che si esprime, essenzialmente, in una serie di attività mediante le quali il cittadino, come singolo o in associazione con altri, direttamente o a mezzo di propri rappresentanti, contribuisce alla vita culturale, economica, sociale e politica della comunità civile cui appartiene. La partecipazione è un dovere da esercitare consapevolmente da parte di tutti, in modo responsabile e in vista del bene comune.
Essa non può essere delimitata o ristretta a qualche contenuto particolare della vita sociale, data la sua importanza per la crescita, innanzi tutto umana, in ambiti quali il mondo del lavoro e le attività economiche nelle loro dinamiche interne, l'informazione e la cultura e, in massimo grado, la vita sociale e politica fino ai livelli più alti, quali sono quelli da cui dipende la collaborazione di tutti i popoli per l'edificazione di una comunità internazionale solidale. In tale prospettiva, diventa imprescindibile l'esigenza di favorire la partecipazione soprattutto dei più svantaggiati e l'alternanza dei dirigenti politici, al fine di evitare che si instaurino privilegi occulti; è necessaria inoltre una forte tensione morale, affinché la gestione della vita pubblica sia il frutto della corresponsabilità di ognuno nei confronti del bene comune.

b) Partecipazione e democrazia
190 La partecipazione alla vita comunitaria non è soltanto una delle maggiori aspirazioni del cittadino, chiamato ad esercitare liberamente e responsabilmente il proprio ruolo civico con e per gli altri, ma anche uno dei pilastri di tutti gli ordinamenti democratici, oltre che una delle maggiori garanzie di permanenza della democrazia. Il governo democratico, infatti, è definito a partire dall'attribuzione, da parte del popolo, di poteri e funzioni, che vengono esercitati a suo nome, per suo conto e a suo favore; è evidente, dunque, che ogni democrazia deve essere partecipativa. Ciò comporta che i vari soggetti della comunità civile, ad ogni suo livello, siano informati, ascoltati e coinvolti nell'esercizio delle funzioni che essa svolge.
191 La partecipazione si può ottenere in tutte le possibili relazioni tra il cittadino e le istituzioni: a questo fine, particolare attenzione deve essere rivolta ai contesti storici e sociali nei quali essa dovrebbe veramente attuarsi. Il superamento degli ostacoli culturali, giuridici e sociali, che spesso si frappongono come vere barriere alla partecipazione solidale dei cittadini alle sorti della propria comunità, richiede un'opera informativa ed educativa. Meritano una preoccupata considerazione, in questo senso, tutti gli atteggiamenti che inducono il cittadino a forme partecipative insufficienti o scorrette e alla diffusa disaffezione per tutto quanto concerne la sfera della vita sociale e politica: si pensi, ad esempio, ai tentativi dei cittadini di «contrattare » le condizioni più vantaggiose per sé con le istituzioni, quasi che queste fossero al servizio dei bisogni egoistici, e alla prassi di limitarsi all'espressione della scelta elettorale, giungendo anche, in molti casi, ad astenersene.
Sul fronte della partecipazione, un'ulteriore fonte di preoccupazione è data dai Paesi a regime totalitario o dittatoriale, in cui il fondamentale diritto a partecipare alla vita pubblica è negato alla radice, perché considerato una minaccia per lo Stato stesso;  dai Paesi in cui tale diritto è enunciato soltanto formalmente, ma concretamente non si può esercitare; da altri ancora in cui l'elefantiasi dell'apparato burocratico nega di fatto al cittadino la possibilità di proporsi come un vero attore della vita sociale e politica.
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  Lo scorso venerdì sei maggio, con inizio alle 19:30, si è tenuto in parrocchia l’ultimo degli incontri del ciclo Immìschiati  per avvicinare alla bellezza della dottrina sociale della Chiesa. Era dedicato alla partecipazione.
 Dopo il consueto filmato in cui si vede il Papa, in udienza pubblica, che invita a immischiarsi  nella politica, perché, se condotta con spirito evangelico, può essere un’alta forma di carità, è stata proiettata parte di una puntata della rubrica televisiva Le Iene,  con filmati girati in un campo profughi di tende dove erano stati accolti gli sfollati dopo il terremoto di L’Aquila del 2009. Abbiamo visto le immagini di case sventrate, con gli ambienti domestici,  i mobili, i letti, i quadri alle pareti, visibili dall’esterno attraverso le pareti squarciate. Poi le telecamere hanno girato tra le tende e sono state intervistate diverse persone lì rifugiate. Tutte hanno detto di essere state felici di aver riscoperto la bellezza di frequentare gli altri, in particolare di incontrarsi con loro negli orari che di solito trascorrevano in solitudine  in poltrona davanti alla televisione. Le persone intervistate erano in prevalenza donne di mezz’età o anziani. Hanno parlato anche due bambini. Che ne pensavano gli altri? Probabilmente erano impegnati tra le macerie delle loro case e a cercare di ricostruire le loro vite.
  I bambini, in particolare, hanno detto di aver scoperto la libertà di girare in mezzo alla gente, che gli era negata prima del terremoto, così come è negata ai bambini del nostro quartiere.
 Due signore, che prima della catastrofe abitavano in appartamenti vicini senza incontrarsi quasi mai, erano andate a vivere nella stessa tenda e si trovavano molto bene insieme.
  Nel servizio televisivo sfilavano facce abruzzesi, aquilane in particolare. In una grande città come Roma arriva gente da tutt’Italia e anche da tutto il mondo. Ci sono facce di tutti i tipi. In una regione come l’Abruzzo è diverso: le persone che abitano nei paesi hanno un po’ tutte un’aria di famiglia. Ogni paese un tipo di faccia. Ecco perché ho riconosciuto facce aquilane (per un po’ ho vissuto in Abruzzo, dove è nata la mia primogenita).  Così ci si sente effettivamente in famiglia, quando ci si ritrova insieme. Ma non è solo un fatto fisico, di faccia  e  facciata. Tra “paesani” c’è una solidarietà che non si sperimenta tra i quartieri  anonimi nelle grandi città, abitati da quelle che i sociologi definisco folle solitarie. Da più giovane ho lavorato per tre anni in una cittadina sulla costa abruzzese ed è un realtà umana, quella abruzzese, che ho vissuto personalmente e mi è piaciuta moltissimo, mi ha molto coinvolto. Là mi sentivo a casa  come non mi sono mai sentito in altre parti, né prima né dopo. Venni adottato  non solo dalla gente del posto, ma anche dagli abruzzesi della diaspora. Quando tornavo qui a Roma, mi bastava dire di abitare laggiù per avere la solidarietà dei molti abruzzesi che ci sono qui in città. Penso quindi che dopo il terremoto la gente dell’Aquila si sia fatta forza di questo profondo legame di tipo familiare che c’era già prima, l’abbia riscoperto per sopravvivere in condizioni molto difficili. In una grande città come Roma quel legame manca. Costruirlo è difficile, certe cose non si improvvisano. Ma ci si può provare, soprattutto da giovani, età in cui certe relazioni vengono spontanee ed è più facile superare certe remore e certi pregiudizi sugli altri.
 Il giovane docente che ci spiegava la dottrina sociale della Chiesa sulla partecipazione ha tratto spunto dalle immagini per dare una prima idea della partecipazione secondo quell’insegnamento: uscire dalle proprie case per incontrare gli altri. Ha ricordato anche il testo della canzone C’è solo la strada, cantata da Giorgio Gaber, del 1974, secondo il quale “appena una porta si chiude si comincia ad ammuffire e la strada è l'unica salvezza/c'è solo la voglia e il bisogno di uscire/ di esporsi nella strada e nella piazza.”
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Testo della canzone  C’è solo la strada  (1974), cantata da Giorgio Gaber 

Maria ti amo. Maria ho bisogno di te. Poi la stringo e la bacio, infagottato d'amore e di vestiti. E anche lei si muove, felice della sua apparenza e del nostro amore. E la cosa continua bellissima per giorni e giorni. Una nave, con una rotta precisa che ci porta dritti verso una casa, una casa con noi due soli, una gran tenerezza e una porta che si chiude.
Nelle case
non c'è niente di buono
appena una porta si chiude

dietro un uomo
Succede qualcosa di strano
non c'è niente da fare
è fatale quell'uomo
incomincia a ammuffire
Ma basta una chiave
che chiuda la porta d'ingresso
che non sei già più come prima
e ti senti depresso.
La chiave è tremenda
appena si gira la chiave
siamo dentro una stanza
si mangia si dorme si beve.
Ne ho conosciute tante di famiglie, la famiglia è più economica e protegge di più. Ci si organizza bene, una minestra per tutti, tranquillanti aspirine per tutti, gli assorbenti il cotone i confetti Falqui, soltanto quattrocento lire per purgare tutta la famiglia, un affare. Si caga, in famiglia, si caga bene, lo si fa tutti insieme.
Nelle case
non c'è niente di buono
appena una porta si chiude
dietro un uomo.
Quell'uomo è pesante
e passa di moda sul posto
incomincia a marcire
a puzzare molto presto.
Nelle case
non c’è niente di buono
c'è tutto che puzza di chiuso e di cesso
si fa il bagno ci si lava i denti
ma puzziamo lo stesso.
Amore ti lascio ti lascio.
C'è solo la strada
su cui puoi contare
la strada è l'unica salvezza
c'è solo la voglia e il bisogno di uscire
di esporsi nella strada e nella piazza.
Perché il giudizio universale
non passa per le case
le case dove noi ci nascondiamo
bisogna ritornare nella strada
nella strada per conoscere chi siamo.
C'è solo la strada su cui puoi contare
la strada è l'unica salvezza
c'è solo la voglia e il bisogno di uscire
di esporsi nella strada e nella piazza.
Perché il giudizio universale
non passa per le case
e gli angeli non danno appuntamenti
e anche nelle case più spaziose
non c’è spazio per verifiche e confronti.
Laura, ti amo. Laura, ho bisogno di te. Con te io ritrovo la strada, le piazze i giovani, gli studenti. Li avevo lasciati qualche anno fa con la cravatta. Sono molto cambiati, sono molto più belli. Le idee sì, le idee sono cambiate, e i loro discorsi e il modo di vestire.  Gli esseri meno, gli esseri non sono molto cambiati. Vanno ancora nelle aule di scuola a brucare un po' di medicina, fettine di chimica, pezzetti di urbanistica con inserti di ecologia, a ore pressappoco regolari, ed esiste ancora il bar, tra un intervallo e l'altro. E poi l'amore, per fabbricarsi una felicità. Come noi ora, una coppia e ancora tante coppie. Unica diversità un viaggio in India su una Due Cavalli. Due, come noi.
E poi ancora una porta
e ancora una casa
ma siamo convinti
che sia un'altra cosa
Perché abbiamo esperienze diverse
non può finir male
perché abbiamo una chiave moderna
abbiamo una Yale.
Perché è tutto un rapporto diverso
che è molto più avanti
ma c’è sempre una casa
con altre aspirine e calmanti.
E di nuovo mi trovo a marcire
in un altra famiglia la nostra la mia
abbracciarla guardando la porta
è la mia poesia.
Amore ti lascio vado via.
C'è solo la strada
su cui puoi contare
la strada è l'unica salvezza.
C'è solo la voglia e il bisogno di uscire
di esporsi nella strada nella piazza.
Perché il giudizio universale
non passa per le case
in casa non si sentono le trombe
in casa ti allontani dalla vita
dalla lotta dal dolore e dalle bombe.
Lidia, ti amo. Lidia, ho bisogno di te. Ma per favore, in un hotel meublè.
Perché il giudizio universale
non passa per le case
le case dove noi ci nascondiamo
bisogna ritornare nella strada
nella strada per conoscere chi siamo.
C'è solo la strada su cui puoi contare
la strada è l'unica salvezza.
C'è solo la voglia e il bisogno di uscire
di esporsi nella strada nella piazza.
Perché il giudizio universale
non passa per le case
in casa non si sentono le trombe
in casa ti allontani dalla vita
dalla lotta dal dolore e dalle bombe.
Perché il giudizio universale
non passa per le case
in casa non si sentono le trombe
in casa ti allontani dalla vita
dalla lotta dal dolore e dalle bombe.
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  Ma come interagire con gli altri? Come partecipare?
  Il docente ha ricordato che, a volte, la politica viene considerata un affare da affidare solo ai migliori. In questa concezione è bene  che vi siano ostacoli alla partecipazione, perché così solo coloro che arrivano a superarli, coloro che dimostrano di avere la forza per superarli, i migliori, arrivano a  fare politica. Si tratterà sempre di una minoranza, che arriverà al potere dopo una selezione. Al vertice troveremo quindi una oligarchia  (parola che deriva dal greco antico e che significa potere dei pochi), che concepirà sé stessa come una  aristocrazia (anche questa una parola che deriva del greco antico e che significa potere dei migliori). Questa concezione è dietro anche all’ideale di meritocrazia: una parola nuova dei nostri tempi che significa che deve comandare chi l’ha meritato, vale a dire chi ha dato prova del proprio valore. Secondo il docente queste idee della politica avrebbero a che fare con la concezione liberale  della politica, ma questo mi pare piuttosto opinabile in quanto il liberalismo nasce storicamente combattendo oligarchie e aristocrazie.
 Il docente ha proseguito presentando l’ideale, opposto al primo, della politica come democrazia diretta, in cui a tutti  è consentito di esprimere il proprio parere, di parlare su tutto. Questo ai tempi nostri si può fare più agevolmente sfruttando le possibilità concesse dalle reti telematiche su internet. Ma quando tutti parlano si fa una gran confusione e non ci si capisce più nulla. Allora questa concezione della politica richiede la creazione di imponenti segreterie politiche, che dal centro dirigono la gente, che viene organizzata in sezioni  territoriali in modo che ciascuno possa farvi parte, dovunque. In definitiva la personalità individuale viene coartata.
 Mi pare che si siano accostate due esperienze molto diverse: quella dei partiti di una volta, di massa,  con le loro organizzazioni pesanti, strutturate, diffuse, e quella degli attuali partiti liquidi basati sui contatti telematici. Questi ultimi sono nati all’epoca della crisi  della  democrazia,  dell’allentarsi dei legami sociali, mentre i primi, sviluppatisi in epoche in cui si faceva molto conto sull’azione collettiva, la democrazia l’hanno sostenuta e sviluppata, e soprattutto insegnata a diverse generazioni consentendo anche di farne tirocinio, non solo di parlarne.
 A questo punto sono state presentate alcune sequenze del film La febbre  del 2005, diretto da Antonio D’Alatri.
 Le potete rivedere su Youtube all’indirizzo
https://www.youtube.com/watch?v=FSpfMqA6M_g
  Racconta un sogno del protagonista, Mario un giovane che vorrebbe aprire una discoteca ma incontra tante difficoltà burocratiche. Il presidente, impersonato dall’attore Arnoldo Foà, in bicicletta arriva nel locale del giovane e, sorseggiando una birra,  e gli parla. Il giovane gli restituisce la carta d’identità, non vuole più essere un cittadino, non vuole più essere italiano, ma solo sé stesso e basta, getta la spugna. Perché?, domanda il presidente. Mi avevate fatto credere che avevate bisogno di me, che potevo partecipare, e invece mi avete solo preso in giro, risponde il giovane, il gioco è truccato. E’ adesso che non sei più niente, che farai?, gli replica il presidente. Me ne starò qui nel mio bar, un posto, mio, tutto mio. Ah, Mario, Mario, tu vuoi sfuggire la realtà, osserva il presidente, e la speranza chi te la salva?, la poesia dalla vita. Signor presidente, la salvi lei. Adesso tocca a quelli come te, dice il presidente.  Io ci ho provato, ma ho trovato un verme sulla mia strada, risponde Mario. Il presidente  ridacchia e fa: i vermi hanno buon gusto, quando hanno fame scelgono la frutta migliore. Allunga a Mario  la sua carta d’identità dicendo di riprendersela, perché anche se sarà solo, nel suo bar, gli potrà sempre servire.
 La partecipazione, nella concezione della dottrina sociale della Chiesa, ha detto il docente, è anzitutto un impegno per il bene comune. “La partecipazione è un dovere da esercitare consapevolmente da parte di tutti, in modo responsabile e in vista del bene comune.”, è scritto nel Compendio   della dottrina sociale della Chiesa.
 Ha poi preso la parola un giovane studente universitario che collabora nell’animazione degli incontri Immìschiati e ha spiegato il collegamento che c’è tra tutti i temi trattati nel ciclo di eventi: persona, bene comune, solidarietà, sussidiarietà, partecipazione.
 Ci sono due atteggiamenti negativi: la sola indignazione  e la rassegnazione.
  Non basta indignarsi, protestare per l’offesa alla propria dignità, occorre impegnarsi. E non serve rassegnarsi, restituire la propria dignità di cittadino, come fa Mario  nel film La febbre  con la sua carta d’identità. In entrambi i casi ci si ritira e questo non è degno della persona. Se le cose non funzionano dobbiamo impegnarci senza attendere che altri, le istituzioni, risolvano i problemi: è il principio di sussidiarietà. Per cambiare ciò che non va dobbiamo tener conto anche degli altri, perché si è veramente  persona  solo nelle nostre relazioni con gli altri e tenendo conto anche di loro: il nostro vero bene  può essere allora solo un bene comune, solidale. Realizzarlo richiede di partecipare, di resistere alla tentazione di ritirarsi.
  Posso aggiungere che, storicamente, la partecipazione democratica si è sviluppata con l’emergere di una coscienza politica di classe, prima della borghesia, di quella parte della popolazione che aveva cominciato ad avere un ruolo sempre più importante nell’economia della modernità, e poi dei ceti popolari, di tutti i lavoratori. Ci si è fatti uno spazio politico che i gruppi prima dominanti erano restii a concedere. La partecipazione democratica è stata quindi, e ancora è, anche un’esperienza di lotta. Senza una coscienza politica non c’è partecipazione democratica e non c’è solidarietà. Questo, di creare una coscienza politica nella gente, era uno dei lavori più importanti che facevano le vecchie organizzazioni dei partiti popolari. Sì, certo, c’è il bene comune, quello che ci fa sentire felici insieme agli altri, ma questo non basta. C’è una resistenza al miglioramento: chi resiste, chi si oppone? E che fare per vincere questa resistenza? Ce ne ha parlato don Ciotti quando è venuto in parrocchia. E poi: serve veramente unirsi in tanti per fare le cose che servono? Che cosa ci unisce? Possiamo veramente fidarci gli uni degli altri? La politica democratica, infine, è anche e anzi fondamentalmente un’esperienza di libertà. Si  è iniziato a partecipare democraticamente quando si è riusciti a desiderare e progettare la liberazione. Sussidiarietà  significa anche questo: un’esperienza di libertà. Ma nella nostra fede la libertà è vista ancora con tanto sospetto. La si sospetta di egoismo e spesso questo sospetto viene indotto da gerarchie (ora non solo clericali) gelose della propria  libertà, a scapito della nostra. Così, non di rado la libertà è diffamata in religione.  La riscoperta del valore religioso della libertà fu al centro della ribellione  dei resistenti cattolici durante l’ultima guerra mondiale. Riporto di seguito la trascrizione di alcuni passi di un’intervista che fu fatta a don Giovanni Barbareschi, protagonista della Resistenza lombarda, andata in onda su Rai TG-R settimanale con il titolo “Don Giovanni Barbareschi - il prete della libertà”:
Commentatrice: Un prete della Resistenza don Giovanni Barbareschi. Nasce a Milano novant’anni fa, è un bambino sotto il regime fascista.
Barbareschi: “Questa è la mia fotografia di Balilla, avevo dodici anni e mezzo. Alla domenica dovevo andare alle adunate … fasciste, evidentemente. Tornavo a casa tutto contento e dicevo a papà: «Papà, ci hanno portato anche a Messa!». E papà rispondeva: «Quella messa non vale niente!». «Perché?...». «Perché siete andati obbligati».
Commentatrice: In famiglia, anche a costo di pagarla cara, nessuno prende la tessera fascista.
Barbareschi:  “E questo mi ha innamorato della libertà, questa educazione di famiglia.”
Commentatrice: Così l’8 settembre, quando Badoglio proclama l’armistizio con gli Alleati e nel Centro-Nord d’Italia con la repubblica di Salò comincia la barbarie dell’occupazione nazi-fascista, Babareschi non ha dubbi.
Barbareschi: “Il 9 settembre 1943 sono entrato nella Resistenza.”
Commentatrice: Barbareschi entra nelle brigate Fiamme Verdi. E’ tra i fondatori del giornale clandestino Il Ribelle, con Teresio Olivelli, Carlo Bianchi, David Maria Turoldo, Mario Apollonio, Dino Del Bo. Olivelli e Bianchi pagheranno con la vita il loro impegno per la libertà. Il giornale esce come e quando può  ha un solo motto:
Barbareschi: “Non  ci sono liberatori, ma solo uomini che si liberano. Insomma, il primo atto di fede che un uomo deve fare non è in Dio. Il primo atto di fede  che deve fare è nella sua libertà, cioè nella sua capacità di diventare persona libera.  Altrimenti la religione sarebbe superstizione, se non fosse un atto libero.  Sarebbe fanatismo o sarebbe superstizione. Invece è un atto libero.  E questo è un atto di fede.”
 E, visto che nell’incontro sulla partecipazione è stata ricordata una canzone di Gaber,  trascrivo il testo di un’altra molto in tema, Libertà è partecipazione, che presenta la partecipazione come esperienza di libertà, che dà un senso umano alla libertà che altrimenti è vuota:

“Vorrei essere libero
libero come un uomo

Come un uomo appena nato
che ha di fronte solamente
la natura
che cammina dentro un bosco
con la gioia di inseguire
un’avventura

Sempre libero e vitale
fa l’amore come fosse
un animale
incosciente come un uomo
compiaciuto della propria
libertà

Gaber con il coro:
La libertà
non è star sopra un albero
non è neanche il volo di un moscone
la libertà non è uno spazio libero
libertà è partecipazione

Vorrei essere libero come un uomo

Come un uomo che ha bisogno
di spaziare con la propria fantasia
e che trova questo spazio
solamente nella sua democrazia

Che ha il diritto di votare
e che passa la sua vita a delegare
e nel farsi comandare
ha trovato la sua nuova libertà

Gaber con il coro:
La libertà
non è star sopra un albero
non è neanche avere un’opinione
la libertà non è uno spazio libero
libertà è partecipazione
la libertà
non è star sopra un albero
non è neanche il volo di un moscone
la libertà non è uno spazio libero
libertà è partecipazione

Vorrei essere libero come un uomo

Come l’uomo più evoluto che si innalza
con la propria intelligenza
e che sfida la natura con la forza
incontrastata della scienza

Con addosso l’entusiasmo di spaziare
senza limiti nel cosmo
è convinto che la forza del pensiero
sia la sola libertà

Gaber con il coro:
La libertà non è star sopra un albero
non è neanche un gesto un’invenzione
la libertà non è uno spazio libero
libertà è partecipazione
la libertà
non è star sopra un albero
non è neanche il volo di un moscone
la libertà non è uno spazio libero
libertà è partecipazione
la libertà
non è star sopra un albero
non è neanche il volo di un moscone
la libertà non è uno spazio libero
libertà è partecipazione.

 Al termine dell’incontro i giovani animatori di Immìschiati hanno invitato tutti a partecipare al loro lavoro: ne hanno tanto bisogno (per ulteriori informazioni: http://www.ol3roma.it/). Basta dare la propria disponibilità, poi si sarà contattati. Si tratta di andare per tutta l’Italia a proporre la dottrina sociale della Chiesa con il loro metodo veramente molto efficace. Loro giò partecipavano ad attività in parrocchia, ma hanno sentito il bisogno di fare di più, di uscire  per incontrare gente nuova. E’ proprio quell’impegno che è insegnato dalla dottrina sociale della Chiesa.
 Il 20 maggio prossimo, alle ore 19:30 in sala rossa, si terrà l’ultimo incontro del ciclo sulla dottrina sociale della Chiesa, con la partecipazione del prof. Pizzimenti. In quell’occasione potranno essere fatte domande e osservazioni.
 Io vorrei farne due: quelle che propongo di seguito.
 E’ vero che la dottrina sociale ha avuto una evoluzione, dalla Rerum Novarum - Le novità del papa Leone 13° - Vincenzo Gioacchino Pecci alla Laudato si’  di papa Francesco - Jorge Mario Bergoglio? Se sì, che cosa ha provocato questa evoluzione? Il mondo del laicato di fede ha avuto qualche ruolo in questo e può averne ancora?
 La seconda è legata alla prima.
 La dottrina  sociale  è solo una parte della teologia che può essere proclamata con autorità esclusivamente dal Papa e dai vescovi, o è anche un insegnamento  che non ha solo un significato teologico, ma anche sociale, politico, alla cui elaborazione possono, e anzi devono, partecipare anche i  laici, man mano che si scoprono e si fa esperienza delle novità sociali?
 Voglio concludere con un forte apprezzamento per il lavoro che gli animatori di Immischìati, del gruppo Ol3, promosso da Gigi De Paolo, hanno fatto nella nostra parrocchia, veramente molto efficace. In particolare mi sono reso conto che, con il loro metodo, quello che dicono rimane fortemente impresso nella memoria, collegato com’è alle  tante emozioni suscitate dai brani di film che vengono proposti. Anzi, in un prossimo intervento proporrò la filmografia degli incontri Immìschiati  nella nostra parrocchia. Ho acquistato i DVD dei film che non avevo. Mia moglie, che insegna alle medie, ha proposto il film Bianca come il latte, Rossa come il sangue ai suoi alunni. Un film che non conoscevo, lo avevo sottovalutato quando è uscito e non l’ero andato a vedere, ma che mi è piaciuto moltissimo, così come la colonna sonora dei Modà.
Bravi, bravi tutti.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli